L’amore ai tempi del mojito

4
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Qualcuno si ricorda come era la vita prima del mojito? Cosa bevevamo agli aperitivi? Cosa facevamo, come potevamo vivere senza mojito?
Una quindicina di anni fa, il mojito era solo un esotico cocktail che usava bere Ernest Hemingway nel bar “La Bodeguita del Medio” a L’Avana (Cuba), dove la leggenda narra che sia stato inventato. Pare che la parola “mojito” derivi da “mojo”, un condimento tipico della cucina cubana a base di aglio e agrumi usato per marinare oppure da “mojadito”, che significa “umido”. Non esistono invece incertezze sul fatto che oggi il mojito sia divenuto non solo una bevanda famosa e imprescindibile quasi come la Coca Cola, ma anche il simbolo di un’epoca.

Se fossi un giornalista disonesto intellettualmente (ossia come la grande maggioranza dei giornalisti), citerei adesso qui dati clamorosi e assolutamente non verificabili (e quindi non smentibili) sul vertiginoso aumento della produzione della menta nell’ultimo decennio. Sta di fatto che vorrei chiedere ai lettori quanti avevano mai visto la menta “dal vero” prima dell’avvento del mojito o quanti l’avevano comprata e infine – confessiamolo – quante volte l’abbiamo cercata come fosse oro in tutti i supermercati e i pakistani della città prima di un cocktail party? La visione del reparto della menta desolatamente vuoto nella “Conad” sotto casa è uno dei traumi più atroci della nostra epoca.

In realtà, possiamo stupire il nostro interlocutore all’aperitivo, lasciando cadere en passant che l’autentico ingrediente vegetale del mojito non è la menta, bensì la yerba buena, una pianta che cresce spontanea a Cuba ed ha un sapore più delicato della volgare menta. La ricetta prevede di unirla a rum bianco, zucchero di canna, succo di lime e acqua di Seltz (o in alternativa acqua frizzante).

Sulle spiagge di Barcellona il mojito è venduto da venditori ambulanti (ed abusivi) a 3 Euro l’uno ed in qualunque bar che si rispetti trionfano dentro qualche bicchierone sul banco ciuffoni di menta dal chiaro significato sessuale (vi immaginate delle foglie di menta ammosciate sul bancone di un bar?…) che non aspettano altri che d’essere infilate dentro un bicchiere e ivi pestate. Gesti che accompagnano i nostri tardi pomeriggi e confermano identità d’appartenenza e stile di vita: ordinare un mojito significa saper stare al mondo e strizzare l’occhio alla cultura del fun sottoforma di aperitivo. Ma come si faceva prima? Quando il mojito non esisteva? Quanto era triste la vita senza quei ciuffetti verdi nel bicchiere e il delizioso “sgrumarsi” dello zucchero tra le nostre labbra?

E i trolleys, ossia le “valigie con le ruote”? Com’era la vita prima che tutti avessero i trolleys? Come riuscivamo a viaggiare? Come potevamo sopravvivere? Perché eravamo così folli da spaccarci le spalle con gli zaini o sfracellarci le mani caricando scomodissime valigie afferrandole per la maniglia? Anche in questo caso, un “vero” giornalista spiattellerebbe qui il dato sui 45 milioni di trolleys prodotti ogni anno e sui 78 milioni stipati negli armadi di ogni famiglia europea (come catzo fanno a stimare numeri come questi, proprio non si sa…. NdA) Fino a pochi anni fa, “le valigie con le ruote” le usavano solo “i vecchi” e i piloti d’aereo e siccome nessuno voleva o poteva appartenere a quei mondi, i trolleys non li usava nessuno. Io ricordo che una quindicina di anni fa un giorno mia madre mi regalò un trolley. Io rimasi interdetto, la ringraziai molto, ma il mio primo pensiero fu come riuscire a non usare quell’aggeggio senza che lei se ne accorgesse e se ne avesse a male. Perché nonostante l’innegabile comodità, io mi vergognavo come un cane ad usarlo. Quando lo trascinavo sull’asfalto o peggio sui tanto italici sanpietrini, il rumore attirava l’attenzione dei passanti e il loro sguardo sorpreso e schifato mi giudicava senza pietà: “Ma guarda che sfigato!…”. Dio che vita d’inferno la mia!!

Oggi chiunque ha un trolley, dal manager dell’alta finanza al diciottenne che vola in vacanza con gli amici, dalla bambina che va al campo estivo al pendolare per amore. Quando si cammina in una stazione o aeroporto bisogna considerare che lo spazio occupato da un essere umano ora comprende anche il suo trolley, quindi le regole della buona educazione prevedono anche di doversi scusare in caso di scontro esso trattandosi di fatto di un’appendice con le ruote del corpo umano.

Mi si farà notare: anche la vita prima dei cellulari o internet è oggi impossibile da immaginare. Vero: ma i cellulari o internet sono frutto di un progresso tecnologico, mentre mettere due ruote alle valigie e mischiare menta al rum lo si poteva tranquillamente fare anche cinquant’anni fa. Ed infatti si faceva. Solo che utilizzare un trolley o bere mojito non era un comportamento di massa, non era un fenomeno sociale come lo è oggi.

Il massiccio aumento del consumo di mojito va di pari passo con l’avvento di una nuova consuetudine sociale che coinvolge ed avvolge una larga fetta di popolazione: l’aperitivo, ma più specificamente l’”aperitivo lungo”. Per definizione (vedasi Wikipedia), “l’aperitivo è l’usanza di ritrovarsi prima dei pasti per consumare stuzzichini e cocktail solitamente analcolici o a contenuto alcolico non troppo elevato”. La descrizione mi pare inadeguata o comunque sorpassata da quella dell’”aperitivo lungo” che definirei come l’usanza di ritrovarsi invece dei pasti per consumare stuzzichini e cocktail dal contenuto alcolico elevato. Infatti l’aperitivo lungo sostituisce e non precede la cena, comincia usciti dal lavoro e si conclude intorno alle undici, molto spesso dopo aver sbevazzato anche pesantemente, considerando che lo si fa a stomaco (quasi) vuoto. Si arriva facendo finta di non sapere bene quanto ci si fermerà e guardando l’orologio come a dire: adesso devo andare a casa, mentre invece si spera di poter trovare buone ragioni per ordinare un altro mojito e “tirare” alle undici.

A sua volta l’aperitivo lungo è – almeno in parte – la conseguenza di un altro cambio nei nostri costumi. Fino a pochi anni fa essere single all’età di 35-45 anni era assolutamente inaccettabile ed inaccettato dalla società: nel migliore dei casi si era considerati “strani”, nel più normale emarginati e malvisti. Quando ero piccolo, i miei genitori avevano diversi amici “non accoppiati” e, nonostante io non avessi particolari motivi per giudicarli male, non potevo non percepire che c’era “qualcosa di strano”: perché non avevano un partner? Perché non avevano figli? Perché non erano “come tutti gli altri”?

Oggi non è più così, fortunatamente. Il nostro mondo è pieno di scapoli, single, separati/e, divorziati/e e la qual cosa è perfettamente normale ed accettata socialmente. Anzi in certi casi, addirittura invidiata! I singles non sono più guardati male da nessuno, né se lo sono per scelta, né per conseguenza di un matrimonio finito male (caso quanto mai comune…). Ai singles – esclusi gli eremiti – rimane però il “problema” (grande o piccolo a seconda delle persone) di come trascorrere il tempo o perlomeno alcuni momenti della giornata o dell’anno: con chi andare in vacanza, dove trascorrere l’ultimo dell’anno, ecc. o più quotidianamente cosa fare per cena e dopo cena. Per alcuni mangiare da soli è il colmo della tristezza, ma anche chi non ha problemi a stare da solo (eccetto appunto gli eremiti) – essendo l’homo sapiens un animale sociale – sente la necessità del contatto con i propri simili. Ed ecco l’aperitivo lungo che consente di risolvere (aggirare?) la questione: dopo il lavoro, vado a farmi un paio di cocktail, smangiucchio qui e là, parlo con qualcuno e torno a casa allagrott@ e stordit@, avendo risolto in un sol colpo cena e dopo-cena. E ci pensiamo domani!

I pericoli sono numerosi. In primo luogo – se fossi un giornalista del catzo – potrei citare uno studio di una prestigiosa università americana che conclude che nelle arachidi (e simili) sui banconi dei bar si trova una quantità abnorme di tracce di urina e altri liquidi (e solidi) organici. L’alcolismo perlomeno quello blando è in agguato, così come il passaggio allo stadio 2, ossia la cocaina. Inoltre vivendo di aperitivi lunghi si può rischiare di finire stagnando con la stessa gente, senza recuperare la flessibilità e lo slancio necessario per trovare un partner che non sia occasionale (ammesso e non concesso che questo sia un obiettivo). Niente drammi! Sia benedetto l’aperitivo, lungo e corto! Lungi da me l’idea di condannarlo: il mojito è delizioso, così come cazzeggiare al bancone con gli amici.

Allo stesso modo il trolley rispecchia e risponde alla moderna maniera di vivere delocalizzata, in cui le persone sono costantemente in movimento, senza un’unica casa ed un’unico luogo in cui trascorrere la maggior parte del tempo [clicca qui per leggere un articolo de L'Undici a riguardo]. Ci si muove oggi con grande facilità e frequenza ed è necessario disporre di un contenitore che ci consenta di trasportare oggetti comodamente. Il trolley, così come i voli low cost, Skype o i cellulari, è il simbolo ed il mezzo che rende possibile questo comportamento sociale basato sulla provvisorietà e precarietà geografica (e non solo…) che se da un lato consente di fare lavori che prima non si potevano fare o intrattenere relazioni che prima non potevano sopravvivere, dall’altro aumenta la pericolosa tendenza a non decidere, a rimanere sempre al bivio, a non essere né qui, né là, né una cosa, né l’altra.

Non era meglio quando l’aereo si prendeva una volta all’anno, le valigie erano giganti, si aveva una sola casa, un solo lavoro, una sola città? La possibilità di fare ed essere più cose accresce pericolosamente il rischio di non andare mai a fondo in nessuna di queste, perché – quando una ci comincia a stufare – esiste sempre l’opportunità di prendere il trolley e “cambiare canale”. . Viaggiare è bello e stimolante, ma se esiste un punto di partenza ed uno d’arrivo: essere sempre in viaggio, sempre trascinando un trolley, conducendo una “vita-Ryanair” lo è altrettanto?

Secondo voi cosa potrebbe pensare un archeologo del futuro, trovando un fossile di homo sapiens del 2011 d.C. con un trolley in una mano e un mojito nell’altra?…

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone
Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. LeleMungo

    Mi sembra che tu qui abbia identificato due tratti tipici della societa’ postmoderna, cioe’ il gusto per la citazione e il vintage (mojito come throwback a un epoca glamour di eroiche conquiste) e alla mobilita’psicogeografica (conseguenza della trasformazione degli stessi esseri umani in elementi decollocabili e ricollocabili in diversi contesti, cosi’ come esiste Venezia a Las Vegas). Per fortuna il postmoderno ha i giorni contati, guerre e crisi economica impediranno che tu debba un giorno girare con trolley pieno di menta :-)

    Rispondi
  2. Gigi

    Caro i’ Caldelli la menta doveva affiancare la canapa, non sostituirla.

    Comunque il mojito per essere buono deve essere poco alcolico.

    Rispondi
  3. Jeremy Bentham

    Personalmente preferisco Long Island e sacco in spalla, anche se devo ammettere che ho ceduto anche io al trolley sopratutto quando devo imbarcare qualcosa che non c’entra nel mio storico sacco rosso. L’aperitivo lungo poi, se fatto con la compagnia giusta, è la migliore ricompensa ad un giorno fantozziano di lavoro. Se però diviene pratica quotidiana, e a Milano per esempio è così, tende ad assomigliare ad una routine isterica.

    Rispondi
  4. kiki

    Poche ma sentite parole in aggiunta allo struggente pezzo del diretùr.
    Come segno dei tempi, oggi ci sono stimati lettori de L’Undici, di cui non possiamo fare il nome (Andrea detto i’ Caldelli) che dopo anni ed anni hanno estirpato le piante di canapa indiana dal giardino per sostituirle con la menta in chiave mojito (Caldelli, non negare. Tu sai dov’è, tu sai cos’è, tu sai perché).
    2. A casa del medesimo Caldelli ho visto un meraviglioso attrezzo a manovella per frantumare il ghiaccio da mettere nel mojito (trovato al Lidl al modi coprezzo di nemmeno una decina di euri). Ottimo anche per liste di nozze.
    Per la prox festa de L’Undici, propongo che si beva solo Mojito (mozione: la prox organizzatela per l’11 11 2011)

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?