Corrosione

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Sarò per te un ragazzo come tanti, un uomo qualunque, Johnny “Istat” Rossi Smith. Mi soprannominano Istat perché sono sempre attento ai dati Istat sulla disoccupazione.

Tanto tempo fa, mi arrabbiai molto ascoltando l’attuale presidente Enrico Giovannini sostenere che l’unico antidoto alla disoccupazione giovanile fosse la preparazione e i tirocini professionalizzanti. Avevo sempre rifiutato di iscrivermi ai vari master perché li giudicavo una inutile perdita di tempo, ma nel 2008-2009 lo feci: mi iscrissi ad un master all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, previa selezione, e grazie ad un pagamento di seimila euro. Regolari lezioni ed esami da ottobre del 2008 fino al 30 giugno del 2009, periodo aggiuntivo di stage, garantito dalla stessa direzione del master, un documentario da presentare come tesi finale ed un attestato di superamento a conclusione dell’esperienza. Ad aprile del 2009 ci fu detto che, dopo il colloquio di orientamento con le tutor, avremmo dovuto accettare qualsiasi stage ci fosse stato proposto, sempre che l’azienda o la società in cui venivamo spediti ci avesse preso. Se andavi bene per la società, doveva andare bene per te.

Poco male, pensai, anche se avrei preferito una più ampia libertà di scelta. Mi procurarono un colloquio alla Palomar S.p.A. a Roma, in zona Prati, una delle aree più ricche di case di produzione e studi televisivi. Il colloquio lo feci per una trasmissione che si chiama Okkupati, incentrata sul mondo del lavoro e sulle opportunità ad esso legate, rendendomi conto, fin da subito, che c’era qualcosa che non andava. Al colloquio, a cui presero parte il capo redattore e l’ispettore di produzione, non mi fu chiesto molto, anzi per loro già andavo bene prima che iniziassi a parlare. Lo stage sarebbe durato fino alla fine del programma, cioè ad ottobre del 2009, e avrei dovuto quindi rimanere quattro mesi, con due settimane di pausa ad agosto.

Mi dissero, perché glielo chiesi ovviamente, che, finita l’esperienza, la Palomar non mi avrebbe assunto, quindi ti devo dire che furono onesti. Non ebbi il coraggio di chiedere loro che senso avesse formare una persona se poi già si sapeva che non sarebbe servito a nulla. Strinsi la mano ai due, trovando una scusa nel fatto che, essendomi trasferito a Milano, dovevo valutare lo spostamento a Roma. La verità è che non me ne fregava niente di Roma, Milano o Katmandu, io volevo solo lavorare, e poi ho vissuto in due paesi esteri, ero già avvezzo ai trasferimenti e non mi spaventava affatto il passaggio da Milano a Roma, città, peraltro, nella quale avevo già vissuto diversi anni per motivi di lavoro e di studio. Me ne andai da mio cugino a mangiare.

Sai, ero preoccupato e telefonai alle due tutor del master per fare loro presente che il colloquio era sì andato bene, ma che io avrei preferito qualcos’altro, e magari un vero colloquio che mi mettesse alla prova, e sopratutto qualcuno che già in partenza non mi dicesse che non c’era alcuna possibilità di un contratto.

Lo stage era a zero euro, secche. Se avessi accettato avrei dovuto fare il pendolare da una piccola città a settanta chilometri da Roma, poiché non mi conveniva affittare una stanza dovendo svolgere un lavoro per un periodo così breve e senza uno stipendio. Non c’era alcun rimborso spese, ti garantivano solo il caffè, e perché c’era la famigerata macchinetta, e l’acqua. Ti dico la verità, ero terrorizzato e già prefiguravo un prossimo disastro, lo sai sono molto emotivo e quando c’è da deprimersi io non mi tiro indietro, in più quel master, quello stage significavano per me un intero anno in cui mi ero impegnato e nel quale avevo investito non solo in termini economici.

Non mi intimoriva il pendolarismo, l’ho fatto per anni, e neanche gli zero euro, di lavori sottopagati ne avevo già svolti, quello che mi affliggeva, veramente, era la mancanza di una speranza, di una possibilità, ossia un sacrificio, che potevo anche compiere, ma che non avrebbe portato ad un bel niente. Le motivazioni in partenza si presentavano raggrinzite ma, sai, uno ci crede sempre, prova sempre a mettersi alla prova, magari, pensavo, sarebbe spuntato qualcuno alla Palomar che mi avrebbe notato, oppure avrei conosciuto sul posto di lavoro un’occasione ulteriore.

L’organizzatrice del master non faceva altro che ripetere che in questo lavoro la cosa più importante sono le relazioni, quindi forse speravo in questo. Ad ogni modo le due tutor, con le quali parlai per un’ora e mezzo al telefonino, mi dissero che se avessi rifiutato sarebbe valsa la regola che ci avevano più volte ripetuto. Che loro non me ne avrebbero trovato un altro o che comunque avrei dovuto aspettare per molto tempo, forse ottobre, novembre oppure l’anno venturo. Diamine, dissi, ho già ventotto anni, è la prima volta che ho l’occasione di lavorare in un contesto pertinente ai miei studi di laurea, quindi mi dico: ok, non posso rinunciare.

Iniziamo, ma ti avverto, ci sono molte cose da raccontare e ti chiedo solo un po’ di pazienza. La prima questione è che non potevo uscire fuori Roma per seguire le redattrici nei lori servizi sul mondo del lavoro, a patto di pagarmeli da solo i viaggi. A Roma, dove potevo seguire le redattrici per i servizi, c’era sempre la sensazione di essere un ospite sgradito. Lo capivo d’altra parte. Uno sta lavorando e attorno ha una persona che non è d’aiuto e in più è lì a recitare la parte dello stagista.

La redazione era composta da tre ragazze, brave e gentili con me, che percepivano uno stipendio da mille euro, il che non è una iattura cosmica ai nostri tempi ma che, come me, erano precarie. Finita la trasmissione avrebbero dovuto sloggiare. Lavoravano da luglio ad agosto, poi venivano licenziate e riassunte a settembre per finire ad ottobre. E allora mi chiedevo: come possono accogliermi serenamente persone che più o meno sono sulla mia stessa barca? Se la barca è composta da disperati e pesa troppo, si tende a lanciare il più debole. O no? Credo di si. Il capo redattore era nella stessa condizione, finito il programma sarebbe stato mandato via per poi essere richiamato la stagione successiva. Sempre a patto che il programma fosse stato riproposto in palinsesto. E allora mi chiedevo: uno che ti ospita per fare uno stage ed è il tuo tutor (così nella dicitura del contratto che avevo firmato), come può insegnarti, starti dietro, farsi responsabile del difficile compito del maestro con l’apprendista se è lui stesso un precario?

regione-lazioComunque, andiamo avanti. Di posto per me non ce ne era molto. Mi misi a disposizione per qualsiasi cosa. Mi fu detto di suggerire delle idee per i servizi perché, forse, c’era la possibilità che io lavorassi ad uno tutto mio, ma ben presto mi accorsi, dopo aver fatto un paio di proposte stroncate immediatamente, che i servizi della trasmissione erano praticamente tutti collegati alla promozione di iniziative parapolitiche per pubblicizzare l’ente di turno, come per esempio la Regione Lazio, che finanziava la Palomar per produrre Okkupati, o la Provincia di Roma. E tuttavia sistematicamente venivo escluso dalle riunioni di redazione, a cui non ho mai partecipato manco per sbaglio. Ma te lo ripeto, non davo troppo la colpa al mio capo redattore poiché mi mettevo nei suoi panni e risolvevo la questione dicendomi che è difficile tirare in causa una persona quando si sa già che questa non ha alcuna possibilità di una vita futura nell’azienda.

Una cosa è certa però, non mi coinvolgevano in nulla. Mai mi è stato chiesto di fare qualcosa, mai mi è stato detto: ci servirebbe questa determinato lavoro per la trasmissione, lo puoi fare? Poi finalmente qualcosa accadde. Due giorni prima della pausa estiva, un’altra produzione di fiction Palomar, che lavorava nello stesso ufficio, chiese al capo redattore e all’ispettore di produzione di Okkupati una delle tre ragazze. Il capo redattore e l’ispettore di produzione si dimostrarono molto restii a concedere una delle tre, poiché ciò le avrebbe sottratte al programma, e quindi lo chiesero a me. Io accettai senza alcun tentennamento, pensando che fosse il punto di svolta della mia permanenza alla Palomar. Sognavo che quella potesse essere un’ottima occasione per ritagliarmi uno spazio e per mettermi alla prova. Dissi di si, e anche se fui avvertito che avrei dovuto presentarmi molto presto la mattina, il che significava alzarmi alle quattro e mezzo per essere puntuale alle otto al Microstampa di Roma, ciò non mi preoccupava. Ero contento di poter agire, in tensione ma contento.

Il lavoro consisteva nel fare l’operatore (cameraman) per un noto regista della Palomar che doveva “provinare” alcune attrici per una fiction. Devo dire che la “provinata” andò bene e il giorno dopo ricevetti i complimenti e i ringraziamenti di uno dei produttori della fiction in questione che mi disse che il regista era rimasto molto soddisfatto del mio lavoro. Ne fui felice e fu quello l’unico momento in cui mi sentii parte attiva nella mia esperienza di stage. Passarono le due settimane di vacanza e mi ripresentai abbronzato e convinto di potermi giocare le mie carte nella produzione della fiction. Sfortuna volle che quella produzione fu trasferita in un’altra sede Palomar, così io non ebbi occasione di poter consolidare ulteriormente i rapporti che avevo cominciato a stringere. Avevo perso la mia “relazione”.

E mi ritrovai ancora in quell’ufficio di Okkupati a non fare nulla; la questione non era avere a che fare con degli aguzzini, per carità non lo erano, anzi c’era sempre un sorriso, il problema sconfortante consisteva in ben altro. L’indifferenza. Nessuno mai mi ha chiesto il senso della mia permanenza, nessuno mai mi ha indirizzato verso un impegno da compiere per ovviare al mio stato di accidia forzata, l’unica cosa che mi sentivo dire era: sentiti libero. Tradotto: fai un po’ come ti pare. La verità era che lì non avevano bisogno di me.

Mi ritrovai davanti ad un computer a rispondere alle mail dei telespettatori, a dir la verità molto pochi, e a giochicchiare con il mouse. Quel settembre del 2009 ancora me lo ricordo come un incubo. Io me ne sarei anche andato via ma, così facendo, il master non mi avrebbe rilasciato l’attestato e avrei vanificato un intero anno. Così decisi di stringere i denti ma quel fine estate romano fu un vero fine estate romano: umido, deprimente, insopportabile. Oltre a non fare niente, l’ufficio era diventato ancora più vuoto per via del trasferimento della produzione della fiction.

Ufficialmente lo stage si sarebbe concluso il 16 ottobre del 2009, mancava ancora un mese e mezzo. Mi feci forza. Mi svegliavo la mattina e avevo la terribile sensazione di fare qualcosa senza senso; prendere il treno; arrivare in un ufficio per sedermi davanti ad un computer al solo fine di navigare su Internet; consumare almeno cinque caffè al giorno dalla macchinetta del corridoio; fumare un intero pacchetto di sigarette; mangiare su una panchina berciata e bollente una certa gene di tramezzini costosi e pieni di maionese, vicino a venditori pakistani in pausa pranzo, verso i quali, sia detto, provavo una invereconda invidia; trovare qualsiasi scusa per potermene andare via prima dall’ufficio, senza peraltro subire alcun rimprovero od occhiataccia.

Te l’ho detto, c’ero o non c’ero era semplicemente ininfluente. E quando è così cominci a pensare che è tutta colpa tua, che il problema sei te, e avviene quello che avevo letto tempo prima in un libro sul lavoro precario del sociologo Richard Sennett, “The Corrosion of Character (la corrosione del carattere)”. Quando lessi questo testo pensai di essermi imbattuto nel solito sociologo apocalittico, poi fui costretto a dargli ragione su tutta la linea. Per fortuna verso l’inizio di ottobre dovevo salire a Milano per presentare nell’ambito del master il documentario a cui avevo lavorato. Fu una vera boccata di ossigeno, per tre giorni avrei potuto evitare di tornare nell’ufficio dell’oblio a rispondere a mail di persone che chiedevano consigli sul mondo del lavoro. Buffo no? In un posto in cui solo l’ispettore di produzione aveva il contratto a tempo indeterminato, si richiedevano dritte per cercare un’occupazione sicura. In fondo la trasmissione si chiamava Okkupati perché pensare che all’interno ci lavorassero solo prossimi disoccupati? Per tre giorni tornai a vivere con serenità ma al ritorno a Roma, il lunedì successivo, mancavano ancora due settimane.

Dio mio. Non vorrei che pensassi che io sia un bighellone o un pessimista a tutti i costi, ma la mia routine era diventata un supplizio, così il mercoledì della stessa settimana, mancando solo sette giorni lavorativi (si fa per dire), chiesi al capo redattore la possibilità di salire a Milano per rimontare il mio documentario. D’altra parte le registrazioni dei servizi che sarebbero andati in onda la settimana di chiusura erano stati completati, non esisteva neppure più una parvenza di ragione ché io rimanessi lì. Così, esasperato, ti confesso di aver mentito per salvaguardare quel po’ di tenuta psichica che avevo conservato. Per intenderci: lo stage, da contratto, finiva il 16 ottobre 2009 e io andai via esattamente il 7 ottobre 2009, dopo che il capo redattore mi aveva detto che non c’erano problemi poiché i servizi erano conclusi, e non c’era rimasto nulla da fare. Ora, a parte il fatto che io non avevo svolto mai alcun compito, pensai solo al peso di cui mi ero liberato. Ero di nuovo senza fare niente ma almeno libero da quel tormento che esigeva da contratto il non fare niente. Ci salutammo dicendoci che ci saremmo rivisti per la cena di fine trasmissione che si sarebbe celebrata il lunedì 12 ottobre. Io, mentendo di nuovo, dissi che mi avrebbe fatto piacere poter salutare tutto lo staff dopo l’esperienza dello stage. La verità è che volevo solo lasciarmi dietro al più presto quel dannato periodo della mia vita.

IMG_3034_Binari_Stazione_centrale_di_Milano_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto_1-1-2007La settimana dopo lo chiamai per dire che non sarei potuto andare alla cena perché mi trovavo ancora a Milano a rimontare il documentario. Tutto falso, non volevo salutare nessuno poiché consideravo il mio stage come qualcosa di cui non c’era niente da festeggiare. E poi qualcosa. Dopo un paio di settimane, a programma concluso, mi arriva una telefonata dalla direzione del master. Avevano parlato con la Palomar e c’era qualche problema dovuto alla mia uscita prematura dallo stage. Cioè, a detta loro, per una sola settimana io avevo commesso un’infrazione riprovevole. Protestai, sostenendo che, a riprova del fatto che la trasmissione si era conclusa, il 12 ottobre era stata fissata la cena dei saluti, cioè ben cinque giorni prima della data di chiusura ufficiale del mio stage, 16 ottobre 2009. Invano.

Telefonai al capo redattore per chiedergli che cosa fosse successo e questo mi dice che in effetti non era stato opportuno che io me ne andassi prima. Esterrefatto dissi di essermene andato via solo dopo aver ottenuto il suo consenso, ma non rispose nulla su questo punto, presumo perché timoroso di dover ammettere un controsenso o per proteggersi da un’eventuale lavata di capo della Palomar o della Cattolica. Invece pronunciò una frase che non dimenticherò mai:  “Però dai, Johnny, potevi pure rimanere, qualcosa tanto si trova sempre da fare”.
Ma come? Sono passati quasi quattro mesi di stage in cui non mi avete trovato mai niente da fare e nell’ultima settimana, quando anche i servizi sono conclusi e l’intero staff si gira i pollici, mi si dice che qualcosa si trova sempre da fare! Ero sbigottito e mi sentivo preso in giro. Dopo non poca fatica riuscii a convincere l’organizzazione del master della mia buona fede e ad ottenere l’attestato.

Rimasi a metà tra il sentirmi frustrato e abusato da persone più smaliziate di me, e in tutto quel subbuglio di sogni infranti e di un trattamento al limite della decenza ero io il colpevole, il reprobo, colui che se ne era andato via una settimana prima come se non avessi ottemperato a degli obblighi imprescindibili di lavoro. Fossi scappato l’avrei capito, ma io l’avevo chiesto di potermene andare via una settimana prima. Ribadisco: a programma concluso. Però lo sai, la burocrazia è sostanza nel mio e nel tuo Paese e i contratti si rispettano anche se sono a zero euro e senza che tu svolga alcuna mansione.

Dopo un po’, leggendo gli estremi del mio contratto, scoprii che vigeva e vigono tuttora dei rapporti di convenzione tra le Università e le aziende, le quali devono ospitare, da convenzione, uno stagista. Per esempio, se l’Università X stipula un contratto con l’azienda Y, quest’ultima si impegna a far svolgere uno stage allo studente dell’Università X. Quindi, ma tu ovviamente se vorrai potrai e dovrai verificarlo, se un’azienda ha stipulato suddetta convenzione deve assumere uno stagista anche se non ritiene di averne bisogno. Ecco perché mi presero senza farmi un colloquio vero, se io valessi o meno a loro non importava perché tanto erano obbligati da contratto. Fui per la Palomar una seccante pratica da sbrigare. Ecco così spiegata l’indifferenza e il non voler, non dico puntare, ma almeno minimamente coinvolgermi nelle attività di preparazione della trasmissione. Ero come un ospite, a cui non si può dire di no, che va a fare una gita nei loro uffici, era come se fossi uno che chiede una questua per avere in cambio qualche contentino come stare a contatto con le persone che fanno la televisione. Quando invece hanno avuto realmente bisogno di qualcosa (i provini per la fiction), non hanno avuto scrupoli a chiedermelo. La Palomar avrebbe dovuto ammettere di non avere bisogno di nessuno, in quell’estate del 2009, per evitare di trattare una persona come una mera postilla da rispettare.

Così ho ritrattato, forse per un po’ di livore, le giustificazioni che davo al mio capo redattore: non era come pensavo, ossia che non mi coinvolgesse per crisi di coscienza verso uno che sta a zero euro e senza prospettive, ma non lo faceva perché non aveva nessuna intenzione di farlo fin dall’inizio. D’altronde era la sua trasmissione: perché perdere tempo con uno che diventerà l’ennesimo disoccupato del settore, perché affidargli qualcosa con il rischio che rovini un servizio? Non si fece problemi, invece, a chiedermi di fare l’operatore il 6 agosto: se sbaglia al massimo se la vedrà con quelli dell’altra produzione Palomar; e poi è difficile trovare un operatore il 6 agosto a Roma, perché non sfruttare uno stagista a zero euro? Non dico di non avere colpe, potevo essere più intraprendente, potevo evitare di deprimermi, magari  potevo sgomitare (farlo ai danni di ragazze di trent’anni prossime disoccupate?), magari … resta il fatto che se uno è l’ultimo arrivato, non ha orizzonti futuri, e guadagna zero euro, diventa molto difficile fare l’esuberante. Almeno per me. Alla fine mi sono fatto due conti. Per quattro mesi scarsi sono andato, come era nelle previsioni, in rosso. 340 euro per mangiare e bere più i 274 euro di trasporti fanno -614 euro di deficit. Non sono un micragnoso ma mi è parso paradossale che per il mio stage, questa razza di stage con il quale ti ho annoiato per tutto il racconto, abbia speso 614 euro! Senza contare il fatto di aver bucato il primo obbiettivo di uno stage: imparare.

Questo è quanto. Non credo che sia una storia così originale e nemmeno così terribile, so solo che il mio carattere è rimasto corroso.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

6 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Cinzia

    Scusate se dissento. Ma sono abbastanza stanca di storie lascrimevoli di ragazzi a cui mancano le opportunità, che fanno fatica a ‘imparare’, a trovare lavoro, ecc… I miei genitori, e come loro i genitori di molti miei coetanei (ho 37 anni), hanno vissuto storie decisamente peggiori che qualche mese a Roma annoiato davanti ad un pc. Nulla contro il racconto…anzi, bello e pulito nello stile. Ma approfitto di questa storia per dire che semplicemente non condivido il piagnisteo che cercate a tutti costi di trasmettere per assecondare chi si sente vittima della ‘società’ che non dà spazio ai giovani. Questo modello, così italiano, di lamentarsi fa male a tutti. Ho lavorato 8 mesi in stage a 300€ al mese. Dopo una laurea in Bocconi (che mi sono potuta permettere grazie a borse di studio, lavoro serale e due genitori di classe operaia molto generosi). Ho sempre pensato che non mi era dovuto nulla e ho vissuto seguendo il motto che, se lavori duro, con umiltà e ‘fame’ di farcela, prima o poi le cose cambiano. Non subito, non perchè la società mi deve qualcosa ma perchè IO sono in grado di costruire il mio futuro. E non credo di essere meglio di altri. Conosco molte persone che hanno smesso di guardare a ciò che non gli era stato dato e si sono concentrate su ciò che potevano e sapevano fare. Per cui, chi non ce la fa, forse preferisce lamentarsi che agire. Oggi ho un lavoro stabile, una vita tranquilla e una discreta posizione. Niente di regalato, niente di facile. Ma la mia ‘fatica’ nell’arrivare è davvero nulla in confronto a quanto hanno attraversato le generazioni dei genitori e dei nonni… Scusate ancora, ma non mi va di assecondare facili discorsi sul malessere giovanile. E’ come con quei genitori che criticano i professori quando rimproverano i loro figli, invece di concentrarsi sul responsabilizzare i figli delle proprie azioni. Giusto o sbagliato, le uniche cose che possiamo realmente controllare sono le nostre azioni e i nostri pensieri, non quelli altrui, e sono anche gli unici su cui vale la pena concentrarsi. Buon lavoro a tutti!

    Rispondi
    • Antonio

      Cinzia, al mondo esistono persone alle quali non giunge nemmeno la possibilità di scegliere tra studiare o meno ma solo essere schiacciati – lavorare senza diritti. L’art. 36 della Costituzione a loro non deve arrivare, come tutto il resto, vale a dire i presupposti di una vita degna di essere chiamata tale.
      Se non ti risulta tutto ciò, visto che sei passata per la Bocconi, potresti anche passare per “Aden Arabia” e poi…

      Rispondi
      • Cinzia

        beh…sai come va. Noi snob non capiamo voi poveretti… Nicola, mia madre e mio padre hanno lavorato tutta la vita come operai. Non ho bisogno di passare da Aden Arbia, così distante dalla vita che devo vivere qui, per capire le difficoltà. A loro nessuno ha dato la possibilità di studiare, non hanno mai fatto una vacanza in vita loro e mai un regalo dalla vita… Si potrebero definire schiacciati eppure…loro sono stati in grado di far studiare 2 figli e vivere un’esistenza dignitosa e con dignità. Perchè loro si ed altri no? te lo chiedi? io una risposta ce l’avrei…ma sono certa che a quelli come te non piacerebbe…perchè è decisamente più facile accusare la società dei nostri mali che rimboccarsi le maniche… Mio padre è, tra le altre cose, un trapiantato di reni che ha vissuto una luunga serie di dissavventure di salute da quando ero piccola e che, in un paio di occasioni, lo hanno portato quasi alla morte…MAI l’ho sentito accusare altri o lamentarsi. Sempre attivo nella società, ha condiviso ciò che aveva e dato il massimo in tutto ciò che faceva. Piccoli eroi silenziosi e ignoti che fanno la differenza…Esempi di sacrificio e valori: di questo ha bisogno la società.
        Non di chi si nasconde dietro articoi costituzionali per sentirsi difensori dei deboli…

        Rispondi
        • Antonio

          Aden Arabia è scritto fra virgolette. Le offese bisognerebbe argomentarle, soprattutto se non si comprende nemmeno la scrittura italiana. Inoltre, rivendicare i diritti non significa altro che rivendicare i diritti, siano essi sanciti dalla Costituzione o altro…
          Infine, si vede che non sei snob.

          Rispondi
  2. Nicola

    Continuate così.
    Mi rivolgo alla redazione de “l’Undici” con tutto l’apprezzamento sia per il racconto di vita vissuta di Jeremy Bentham sia , soprattutto, per l’importanza di rendere questo tipo di storie più conosciute possibile. Da tutti.
    Non si può accettare l’aberrazione come normalità, la prima riflessione su questo racconto è stata “niente di nuovo, uno come tanti purtroppo”.
    Ma la seconda riguarda la truffa, di cui tutti sanno e a cui nessuno mette mano, dalle istituzioni ai sindacati al mondo del lavoro e universitario tutto.
    E per truffa non parlo solo di soldi, che già basterebbe per usare il termine, ma soprattutto la sottile trappola della valutazione del tempo nella fase criticissima e instabile della formazione professionale di un individuo. Truffa costellata di aut-aut: o fai così o perdi il treno, o accetti a zero euro o sei fuori, o chini la testa e ti adatti anche alla più insensata delle realtà o PERDI UN ANNO DI VITA.
    Balle.
    Non c’è niente di più relativo del tempo soprattutto quando il bene in questione è la professionalità e l’esperienza, ovvero l’atto non quantificabile di “imparare”.
    Il ricatto esistenziale invece è diventato la norma, ti si attacca fin dal primo anno di università, la corsa contro il tempo per rispettare parametri assolutamente aleatori e irreali col solo fine di rispettare una forma senza sostanza, che dovrebbe decretare che sei il migliore, il primo, il piu meritevole, il piu veloce, quello coi voti piu alti etc…
    Miraggio al quale non crede neanche piu un bambino che, in quanto italiano nasce già col marchio della corruzione, della raccomandazione, della burocrazia ottusa e dell’ingiustizia sulla testa, ma è costretto comunque a rispettare e inseguire la forma apparente della meritocrazia illusoria.
    Come se ci fosse davvero. Come se quandanche ci fosse per un miracolo del caso fosse l’unico sacro parametro con cui costruire professionalità e realtà creative e produttive.
    Non è necessario pensare alla leggenda romantica di Steve Jobs (che non può frequentare il college ma rimane “angry and foolish”), per ammettere con un minimo di onestà intellettuale, che non c’è niente di più lontano dalla reale sostanza dei fatti, che al di là di titoli, opportunità prese al volo, sgomitamenti o soldi spesi, il valore di un individuo viene fuori, e si misura, con ben altro.
    Ma la cosa più insopportabile è che questa sia la realtà che tutti conoscono ma che nessuno si sogna di dire, di divulgare, se non sotto forma di protesta rassegnata.
    E invece la chiave sta proprio nel cambiamento culturale, nel cambiare l’immaginario collettivo che condanna generazione dopo generazione al medesimo ricatto al grido solitario di “io speriamo che me la cavo” (gli altri alla fine si fottano).
    E il primo passo è questo. A questo servono i media davvero liberi. A creare una coscienza intellettuale partendo dall’individuo utente/lettore fino a diventare fenomeno di massa e dinamica culturale. Forse solo così può cambiare qualcosa.
    Continuate così quindi. Se ne avessi i mezzi e le possibilità, farei sicuramente lo stesso.

    Rispondi
  3. Daniela

    Io ho fatto la tua stessa esperienza, 8 anni prima (2001), anche io a 27 anni, sempre a Roma.
    Io però avevo fatto un corso post-laurea finanziato dalle Regione… (mai li avrei avuti 12 milioni per un master nè li avrei pagati, avendoli ipoteticamente).
    La differenza è che io sono andata dove veramente volevo, ho lavorato pur sapendo che non avevo un futuro lì (era una società di consulenza di professionisti, non un’azienda, nessuno era assunto).
    Ho imparato molto, ho partecipato a progetti interessanti, ho visto come lavorano le persone che sanno lavorare. Sono tornata a casa disoccupata, come era naturale che fosse, ma lo stage mi è servito.

    Però, ragazzo mio, non si può essere giovani e così scorati…Si vuole lavorare in tv, cinema, cultura etc… si sa che in questi ambienti il lavoro è sempre stato precario anche quando nelle fabbriche era stabile, figuriamoci ora che sono precari anche nelle fabbriche…

    La verità è che vogliamo fare i lavori “creativi” ma poi ci rapportiamo al mestiere come farebbe un contabile. Vogliamo l’aziendina che ci assuma (magari anche a tempo indeterminato) e che ci dia fiducia. Non funziona cosììììììììì-
    La mia generazione (quelli che ora hanno una decina di anni più di te) l’ha dovuto imparare velocemente e dolorosamente. Voi giovincelli classe 80, avreste dovuto “nascere imparati”.
    Sù coraggio, non corromperti il carattere, non contare le spese, datti da fare con quello che ti piace!

    Rispondi

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