Tiburtina Valeria

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In bicicletta su una via consolare che rivela qualcosa su cosa è diventata l’Italia.

Si tende a sottovalutare il valore di un viaggio in Italia. Si pensa a Brancaleone alle crociate, mica a Jack Kerouac. Sembra che per viaggiare bisogna per forza recarsi nelle praterie del West, in uno spazio vuoto, per sentire l’anima uscire fuori dalla camicia a quadri. In Italia la storia incombe, ti rallenta e ti trattiene. I paesaggi sono compressi. Non è possibile andare in cerca di anima tra i segnali disturbati che si sovrappongono uno sull’altro. Sono troppe le nostre anime. Grasse come una sagra. Invisibili come le onde dei cellulari. Canute, complesse, arcaiche.

Qualche giorno fa abbiamo corso in bicicletta lungo la Tiburtina Valeria, da Tivoli a Pescara. 200Km secchi. Dieci ore in sella. La Tiburtina ha un nome da passeggiatrice notturna, più che da groupie sull’autobus dei Rolling Stones. Ma è un nome che dovrebbe far arrossire i cantori della Route 66, nata nel 1926. Nel 1926! La Tiburtina esiste dal 286 a.C.. Partiva da Roma e arrivava a Tivoli. Poi venne estesa fino a Cerfennia (Collarmele) e ad Ostia Aterni (Pescara), divenendo lo strumento della penetrazione bellica, commerciale e culturale del mondo romano sulle popolazioni italiche dei Marsi, Equi, Peligni.

Ogni viaggio è rivelatore dei sottili confini che dividono l’Italia. Il più banale è quello nord-sud, tirato su e giù come una calza di donna. C’è quello del sole e della nebbia. Quello di Gomorra e della legalità. Ce ne sono altre, permeabili ma non meno rilevanti. Per esempio quello che si può osservare sulla Tiburtina. Tra un’Italia falsamente moderna e una arcaica e sotto assedio. La prima è quella dello schiaffo sull’autostrada, la seconda quella della passeggiata tra case medioevali. La prima corre fra il cemento, crede di essere colta perché legge Moccia e grida in romanesco convinta che faccia figo. Nella seconda c’è ancora molta natura e spazio per i rapporti personali. Legge poco: l’Italia arcaica non è poi molto diversa da quella moderna. Semmai, agisce con lentezza; forse, con più senso dell’umorismo.

Il raid parte da Tivoli, l’antica Tibur, meta dell’aristocrazia romana dai tempi della repubblica fino a quelli dei palazzinari. La via Tiburtina risale la valle dell’Aniene. Si viaggia tranquilli con una graduale dolce ascesa. Fino a una quarantina d’anni fa la Tiburtina svolgeva egregiamente il suo lavoro di connettere le varie parti di una regione troppo contorta. Oggi è una via secondaria che serve per il traffico in dialetto dei centri minori. E’ lo specchio fedele di un paese che vive in isole di apparente modernità circondate da mari di vita tradizionale. Il traffico è moderato. L’autostrada, che passa più in alto, se lo prende in gran parte e gliene siamo eternamente grati. Passiamo pacifici sonnolenti paesi di provincia, Vicovaro, Mandela, Roviano. Arsoli, un paesone arroccato in fondo alla valle. Attraversiamo la frontiera tra Italia arcaica e moderna più volte. E’ un paesaggio sorprendentemente intatto, considerato che ci troviamo vicino alla grande capitale della speculazione edilizia. Sono ancora colline e montagne domate dal lavoro di secoli di contadini, giardino selvaggio e ben curato.

Giunti sull’altopiano di Carsoli si ritorna all’autostrada, alle zone industriali e commerciali, al turismo “neocafonal“. I bar non si chiamano più bar sport ma American Café. Le pizzerie hanno la commessa romena e il kebab. Ma, come si diceva, è un’isola. Percorsi pochi chilometri, la via Tiburtina sprofonda in un irreale silenzio medioevale. La strada si arrampica dolcemente e lentamente lungo i fianchi del Monte Guardia D’Orlando, in memoria di una leggenda del Paladino e del terrore di un’antica scorreria dei saraceni. Siamo circondati da un deserto di fitti boschi, di ripidi fianchi. Non c’è neppure un’auto. Ogni tanto s’incrociano dei ciclisti. Sarebbe da scendere e farsi due chiacchiere con un fiasco di vino. L’unico abitato è un paesino di nome Colli del Monte Bove, aggrappato sul fianco occidentale del monte. In tempi remoti Colli era una posizione strategica, a protezione del valico che conduce dal Lazio alla Piana del Fucino. La strada prosegue con tranquillità sino a quota 1220. In pochi chilometri e qualche centinaio di curve si scende verso Tagliacozzo, da cui si fa l’ingresso alla Piana del Fucino, dove il consumismo incombe.

Non vorremo ridurre il tutto a una dicotomia silenzio/rumore, verde albero/grigio cemento, bicicletta/automobile, però ne avremmo delle belle ragioni. Dopo Tagliacozzo è una discesa nei peggiori incubi per chi ama il Bel paese. La cosa più terribile sono i cinque-sei chilometri prima di arrivare ad Avezzano. Corriamo su un’ampia strada a scorrimento veloce (si dirà così?) costeggiata da centri commerciali, mobilifici, case degli sposi, supermercati, bowling. Manca solo il motel di Pyscho ma forse non abbiamo visto bene. Non c’è neanche un albero. Ora, una zona industriale e commerciale deve essere (giustamente?) pratica. Ha bisogno di parcheggi ampi, a cui accedere facilmente. Qui si viene e si va per finalità chiare, non certo per godere il panorama. Gli alberi non servono.
Capisco solo una cosa. Questi orrori sono proliferati in tutte le periferie italiane. Vent’anni non esistevano i capannoni di Mercatone Uno, che non sono solo il prodotto di assessori corrotti. Sono lo spirito del tempo concretizzato (nel vero senso della parola). Lo scambio fasullo per ottenere un benessere di mobili di compensato e abiti da sposa scontati, di lampadari di vetro e campi di calcetto in erba sintetica.
In questa dimensione parallela alla “Matrix”, vivono gli italiani.

Occorre un’altra ora di pedalate e una ventina di chilometri per togliersi dalla faccia l’orrore di Avezzano. Oltre i suq ipercommerciali si apre una piana solitaria all’americana. Passato l’ultimo paesino di Collarmele, inizia la salita verso il valico di Forca Caruso, che segna lo spartiacque tra Tirreno ed Adriatico. Si entra in una dimensione francescana della natura: nessuna casa, vaste praterie verdi sassose ed ondulate. Pascolano greggi di pecore. Gli ultimi pastori presidiano il confine. Neppure un auto a turbare il ritmo tranquillo dell’asfalto. La bicicletta ha questo vantaggio. E’ un oggetto verticale che taglia perfettamente l’aria. Scivola, non violenta il paesaggio. Si ode solo il lieve rumore delle pale meccaniche delle torri eoliche. Sembra di essere in un film di Hayao Miyazaki (Nausicaa, se lo conoscete). Un paesaggio postriscaldamento globale, dove i superstiti vivono di energia eolica e poco altro. Le torri incombono sulle colline. Non direi che sono incongruenti nella bellezza di una terra abbandonata. Questa sensazione di abbandono continua anche oltre il passo. La Tiburtina scende a grande velocità ed arriva in due paesi chiamati Castel di Ieri e Castelvecchio Subequo, nomi rivelatori di un’epoca antica, mai scomparsa nei comportamenti predatori delle tribù moderne. La natura continua a dominare il paesaggio. Poco più avanti la Tiburtina entra nelle Gole di San Venanzio, scavate dal fiume Aterno, una decina di chilometri di rocce a strapiombo, di forre, orridi, gelide presenze ventose. La strada e la ferrovia scorrono l’una accanto all’altra. Lasciamo le Gole dopo una lunga salita, come avessimo risalito i gironi di un paradiso aspro e freddo, di venti canalizzati tra le fessure delle rocce. La rapida discesa conduce a Corfinio, la prima capitale d’Italia. Durate la Guerra Sociale (91-88 a.C.) i popoli italici confederati contro l’imperialismo romano crearono una Lega Italica con capitale Corfinio. Battevano una moneta chiamata Italia. Roma contro l’Italia. Finì 1-1, in qualche modo, e gli italici divennero romani. Chissà se i leghisti sono mai venuti qui ad imparare un po’ di storia.

Da Corfinio si ritorna gradualmente al mondo moderno. Ricompaiono le città con le villette dei neoricchi. Tra Popoli e Chieti campagne e quartieri residenziali sono in un equilibrio precario. A volte si incontrano ai lati della strada zone industriali più o meno fallite. Ma il richiamo della costa e della grande città inizia a sedurre. Nella zona di Chieti la strada s’immerge in una caotica distesa urbana, un autentico lupanare di gas di scarico, coppie asmatiche sotto platani stenti, negozi alternati ad immense stazioni di servizio. La bicicletta diventa un ostacolo nel traffico. Bisognerebbe averne una corazzata e nera per incutere timore. Si va a zig-zag tra i tuttoruote fermi ai semafori. Le facce delle persone sono indifferenti, come se a loro non importasse nulla di restare in coda, perdendo preziosi momenti di vita. Tanto, la strada è solo un passaggio, da una casa addobbata con lo schermo al plasma all’aperitivo happy hour nel centro di Pescara.   Gli ultimi trenta chilometri fino a Pescara sono una nuova discesa negli incubi del consumismo, malattia infantile della modernità. C’è stato forse un momento in cui lo sviluppo economico di queste zone avrebbe permesso una crescita anche sociale e culturale. I soldi sono stati investiti invece in abiti e ville.
Perdiamo allegria. Le forze, del resto, cominciano a scemare. Smarriamo la bussola in mezzo agli svincoli delle circonvallazioni. Finalmente un informe cartello ci annuncia che siamo entrati a Pescara. Non che il paesaggio sia molto diverso.

Per scoprire il proprio paese bisogna scendere di livello. Affidarsi alle proprie forze. Scendere di velocità. Ci sono modi per cogliere degli aspetti che diamo per scontati. Per noi cittadini abituati a tutto, il fianco di una montagna e la parete di un iperdiscount sono la stessa cosa. Luoghi per poggiare un cartellone pubblicitario. Punti di passaggio da una parte all’altra in un incessante andare in cerca di stimoli pronta consegna.

Abbiamo provato a uscire. Non sapevamo che esiste un’altra Italia.
Alla stazione FS cerchiamo una macchina automatica per i biglietti di ritorno a Tivoli. Non funzionano. In compenso un pezzo di pizza artificiale costa tre euro. Il sudore si è attaccato alla maglietta. Anche una lieve malinconia, per un paese inventato, che poteva essere migliore.

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Max Keefe

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Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Pur considerandosi uno scrittore di buon livello, non ha trovato nessun editore che abbia voglia di pubblicare i suoi libri. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici. Il saggio è disponibile gratuitamente su www.robertomengoni.it

7 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Vittorio Pasquali

    Bellissimo racconto, tanto più apprezzato in quanto abito a Castel di Ieri, lungo la Tiburtina!
    Condivido tutto ma mi rendo conto che siamo una minoranza, purtroppo: i miei paesani, anziché essere grati alla sorte per essere stati risparmiati dall’autostrada che ci passa a 20 km senza turbare la pace della nostra piccola Valle Subequana, lo considerano un’ingiustizia, un sopruso, e si esaltano al pensiero che, come da recente progetto del gestore della A25, possa essere realizzata una variante che tagli attraverso i nostri paesi.
    Sognano lo svincolo sotto casa per poter andare a fare l’aperitivo a Pescara in 35 minuti invece che in 50.
    Sognano outlet, centri commerciali e cemento.

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    • Max Keefe

      Grazie Vittorio. In parte posso capire i tuoi compaesani, ma sono i sogni fuori tempo massimo degli italiani. Abbiamo già abbastanza autostrade ed auto. Ne vogliamo ancora? Saturare la penisola di stradoni?

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  2. Chica

    Meraviglioso il tuo racconto, coinvolgente questo attraversamento tra scenari così differenti. Certo, almeno ai tuoi occhi differenti. Comprendo bene cosa si provi a osservare la periferia di Avezzano, e purtroppo ciò che hai notato è comune all’intera città. Io credo che la capacità di guardare al di fuori, accorgendosi del divario tra la Bellezza e la non Bellezza, non è così comune. E tu dimostri di averla, la trasmetti in ogni passo di questo racconto.

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  3. Antonio

    “Occorre un’altra ora di pedalate e una ventina di chilometri per togliersi dalla faccia l’orrore di Avezzano” è il pensiero che mi ha più colpito. Conosco Avezzano, ma non sono il presidente del consiglio, tenuto a conoscere tutti i luoghi d’Italia. Mi piacerebbe leggere, tra un paio di mesi, di un altro tour, magari più a sud, dove si possono incontrare altri orrori. Mi piacerebbe che un ciclista-osservatore descrivesse altri luoghi, talvolta non-luoghi.

    Grazie Max e… va bene così

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      • Antonio

        Concludevo dicendo “va bene così”, perché in fondo mi sembra che non sia mai raccontata abbastanza, ma al contempo non è nemmeno giusto invogliare a percorrere, in bicicletta, strade su cui stagna quantomeno particolato in grosse quantità, per non parlare della diossina a causa della recrudescenza dei roghi, ripresi a pieno regime (è il caso di dire che tutto quello che abbiamo fatto, è andato in fumo)… quindi, nel caso dovessi farci un pensiero, l’invito rimane, ma di un tour virtuale, di certo meno dannoso per la salute…
        Grazie Max.

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  4. Er matita

    Bellissima descrizione, complimenti.

    L’Italia è bellissima e bruttissima allo stesso tempo, come gli italiani. Dipende da e con chi si va.

    Comunque è proprio vero che bisogna rallentare per vedere meglio quello che ci circonda, che notoriamente sta fermo.

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