Doggy Moms

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Si sa: New York è sempre all’avanguardia in materia di stile e, proprio dalla grande mela, ecco spuntare la nuova mania di tendenza:  ti senti solo o fagocitato dal caos urbano? A te la soluzione: comprati un animale.

Beninteso: siamo aldilà della logica Lassie, del ‘cane è il migliore amico dell’uomo’ e del è meglio il gatto perché si fa i fatti suoi. E’ vera e propria ossessione maniacale verso l’animale, trasposizione di bisogni personali e istinti genitoriali repressi. Guardiamo ai fatti.

Il primo aneddoto ha come protagonista il gatto del mio parrucchiere che riceve i clienti a casa. “Yoghi! vieni a salutare Francesca!” impera. Ed ecco che questo mostriciattolo con il muso da pipistrello, magrissimo e senza pelo mi si avvicina. Faceva abbastanza impressione e desideravo solo che quella bestia mi stesse il più lontano possibile. Temendo di offendere la sensibilità del suo padrone e ripercussioni sul mio cuoio capelluto, mi sono allora lanciata in una serie esagerata di frasi di circostanza e un tentativo di incontro ravvicinato. A volte, reazioni esagerate rivelano che stai pensando l’esatto contrario.

Fortunatamente, pare che il il sesto senso del gatto sia arrivato direttamente al mio pensiero. Al quesito sulla longevità del felino, mi risponde orgogliosamente “diciotto”. E non solo. Sottolinea, con orgoglio e nostalgia del tempo che fu, che “ha cercato di essere un buon padre”. Dal tono, più che dalla paura dell’avvicinarsi della chiamata dall’alto dei cieli, pareva terrorizzato da quella della tarda adolescenza, tentatrice degli insegnamenti paterni.

Arriva il momento della pappa. Ecco che Albert, precisa che la nutrizione della bestia è più importante della sua e si compone di: pillole al calcio per il sostentamento osseo, multivitaminici a seconda della stagione e una pappa di non so cosa ma sicuramente a un costo equivalente o superiore al caviale. A un certo punto scatta l’ora X. In fretta e furia, nel mezzo del taglio, si interrompe e si mette a scaldare a bagnomaria la pappa di Yoghi. Dopo qualche minuto gli mette nella ciotola tre cucchiaini da caffè di quella poltiglia e si riconcentra sulla mia capigliatura. Gli chiedo incuriosita quante volte al giorno desse da mangiare alla bestia. Mi guarda come se gli avessi chiesto quanto fa 2+2. “Una!”.

Jezebel è il nome di una delle cagnoline protagoniste della serie televisiva “Doggy Moms”. A volte pensiamo che quel che si vede in televisione sia una caricatura della realtà, soprattutto se è Made in USA. Quando poi ti capita di vedere signore che spingono carrozzine a Central Park con dentro le loro bestiole addobbate come lampadari, capisci che probabilmente quel che si vede nel piccolo schermo è solo la punta dell’iceberg. Queste Miss vivono come piccole principesse. Sono la prole mancata di questa schiera di doggy moms. E sono figli idealizzati e idealizzabili: non danno fastidio (o rompono q.b., quel minimo indispensabile per cui l’effetto del rimprovero ti fa pensare che “in fondo sono proprio un bravo genitore”), ti amano incondizionatamente, ti fanno le feste ogni volta che avvertono l’incedere del tuo passo e le puoi conciare come vuoi senza che accennino alla benchè minima ribellione.

Al di là delle interpretazioni freudiane che lasciamo agli esperti in materia, è interessante riflettere sulla funzione aggregante che queste cagnoline hanno. Eh sì, perché molte di queste signore si lanciano in birthday parties da capogiro che diventano per loro un’ottima occasione per esibirsi e crogiolarsi nel piacere del consumo sfrenato. Torte megagalattiche, tonnellate di festoni colorati di carta, centinaia di regali curiosi. Per esempio: cerchietti con svaroski, ciotole con strasse, vestitini di Biancaneve.

Durante una delle puntate, una Doggy Mom ha un attacco isterico e di panico (letteralmente!) perché la fotografa professionista ingaggiata per la festa della sua cagnolina le ha dato buca.

Sistemi valoriali diversi. Considerata la quantità di silicone che le riempie (da metà busto in su) e le tendenze anoressiche (da metà busto in giù), probabilmente questi parties sono un modo per rivivere l’ebrezza di quando le moms erano stars o reginette dei beauty contest. Infine la personificazione del cane. Aprite la vostra pagina di Facebook e digitate per esempio “Snoopy Jack Russell”. Oppure “Lapo Jack Flock Lantaka” (questo probabilmente è anche nobile).  Cani che scrivono sul wall di altri cani, “broccolano” tra di loro, hanno una mail. Qui credo non ci sia bisogno di commento.

Semplificata al massimo la logica dell’individualismo è un po’ così: più me la so cavare da solo, meno ho bisogno degli altri, più mi concentro su me stesso. Più però mi ritrovo solo o circondato da individui che pensano narcisisticamente come me. Mettiamoci anche il ruolo dei social media come Facebook e la relazione me-you, me-voi, e il quadro è quasi completo. Il cane è mezzo e fine del bisogno di amare e di essere amati. Colma senza troppe complicazioni entrambi. E con il cane si parla, tanto parlare da soli e parlare con un interlocutore oggi non fa molta differenza.Pensare che la  scuola filosofica del Cinismo si chiama così perché il soprannome di Diogene, uno dei suoi maggiori esponenti, era kuon che in greco vuol dire appunto Cane. Non c’entrerà molto ma è una curiosa coincidenza.

Uno degli interrogativi sollevati nel XVIII secolo dal pensiero individualista riguarda la questione degli interessi particolari rispetto a quelli generali: Come assicurare una coesione in una società individuale dove ciascun individuo segue i propri interessi specifici? La risposta? Organizzare un party per cani.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. AmmazzaRandagi

    Il sonno della ragione genera mostri.

    A mrgine…ma poi il parrucchiere che riceve in casa ti ha fatto la ricevuta?

    Rispondi

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