La legge della TV

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Carosello è stato uno straordinario creatore di linguaggio e di star system televisivo. Oltre all’importanza storico-culturale, si può ravvisare in esso la prima comparsa di messaggi promozionali già nel 1957.

Era una trasmissione che donava al pubblico paleo-televisivo la gradevolezza del siparietto comico e l’angoscia dei consumi. Si univa cioè lo spettacolo alla pubblicità – proprio come si fa oggi – con l’obbiettivo di dare una giustificazione artistica a una forma di comunicazione merceologica. Dal ’57, per venti anni, la pubblicità sulle reti televisive italiane era questo e rimase questo. Agli inizi degli anni ’80 lo scenario pubblicitario cambia. Lo sviluppo delle emittenti privati trasforma la televisione in un modello fondato sulla produzione di pubblico.  Berlusconi, con il gruppo Fininvest, comprese che il motore pubblicitario era non solo il centro propulsivo ma anche la cabina di comando della televisione privata: la vendita degli spazi pubblicitari, fattore necessario per acquisire risorse, non poteva essere demandata ad altri. Così chi non voleva essere condannato ad una dimensione localistica, di televisioni regionali, doveva ricorrere alla pubblicità nazionale. Ma il problema più spinoso era di natura sistemica. Fino al 1984 la televisione aveva visto su di sé una sola grande riforma, quella del 1975 che stabiliva il passaggio del controllo del servizio pubblico dall’area del Governo al Parlamento cioè ai partiti. Ed ecco che, per accontentare i tre maggiori partiti italiani, nasce nel 1979 RaiTre e viene istituita la Commissione parlamentare di vigilanza sui servizi radiotelevisivi.  Raiuno diventa dominio della DC, Raidue feudo del PSI, Raitre anteposto “rivoluzionario” del PCI. E fino al 1984 la legge vietava alle nascenti emittenti private di trasmettere su scala nazionale.

Nascevano soprattutto negli anni settanta costellazioni variegate e corpose di canali televisivi – un po’ come le osannate e famose radio libere – che potevano trasmettere solo in ambito locale. Silvio Berlusconi investe molto nelle reti private e locali ma si vede sbarrare le porte da una sentenza della Corte Costituzionale del 1981 che ribadisce l’assoluto divieto alle reti locali di trasmettere su etere nazionale. Ma lui come al solito non è molto attento alle leggi e le piega ai suoi interessi iniziando a trasmettere su scala nazionale; già negli anni ’80, ben prima che entrasse in politica, dimostra un’avversione estrema per la Consulta. Erano comunisti anche allora? E’ da qui che si innesta il primo moto rivoluzionario della televisione italiana.  Nell’ottobre 1984 in tre regioni, Piemonte, Lazio e Abruzzo, si materializza una scritta sulle reti Fininvest che recita: “Per ordine del pretore è vietata la trasmissione in questa città dei programmi di Canale5, Rete4 e Italia1, regolarmente in onda nel resto d’Italia”. Che cosa era successo?  Tre pretori avevano imposto il rispetto della legge, avevano deciso che Berlusconi non potesse trasmettere su tutto il territorio ma, come tutti, doveva rispettare la legge.

Il legale Aldo Bonomo, un Ghedini ante litteram, inventa un marchingegno avvocatesco: la legge non vieta la diffusione dei programmi su scala nazionale ma solo i ponti radio che la consentonoBerlusconi, di fatto, registra il suo palinsesto e lo spedisce alle emittenti locali che mandano in onda alla stessa ora lo stesso programma, trasmettendo così dalla Sicilia alla Valle D’Aosta. Fininvest utilizza la registrazione e non i ponti radio e quindi è in regola. Il sottile gioco dell’interpretazione della legge fu definito “diabolica coglionata”. L’avvocato Porta, presidente dell’Anti, l’associazione delle tv locali disse: “Tanto di cappello Aldo. Hai inventato una diabolica coglionata, ma come avvocato sei straordinario, perché tutti se la bevono ammirati”. Si verificò la prima berlusconata alle quali poi tutti ci saremmo colpevolmente abituati vivendo i suoi governi. Quante diaboliche coglionate abbiamo sopportato dal Potere negli ultimi anni? E quanti ominidi hanno tentato di farci passare per leggi liberali e giuste delle vere e proprie diaboliche coglionate. Ad ogni modo questa diabolica coglionata indusse Craxi a precipitarsi da Londra, dove era in visita di Stato, e indire un Consiglio dei Ministri straordinario sulla questione televisiva e approvare un decreto “salva Fininvest”. La diabolica coglionata doveva diventare legge. E legge fu, Fininvest poteva trasmettere.  Silvio, dopo che Craxi aveva lasciato la Thatcher per soccorrerlo, scrisse all’amico Bettino questa bella lettera : “Caro Bettino grazie di cuore per quello che hai fatto. So che non è stato facile e che hai dovuto mettere sul tavolo la tua credibilità e la tua autorità. Spero di avere il modo di contraccambiarti. Ho creduto giusto non inserire un riferimento esplicito al tuo nome nei titoli-tv prima della ripresa per non esporti oltre misura.  Troveremo insieme al più presto il modo di fare qualcosa di meglio. Ancora grazie, dal profondo del cuore. Con amicizia, tuo Silvio”. Sappiamo come andò a finire, il modo di fare qualcosa di meglio fu trovato: 21 miliardi a Craxi, sentenza All Iberian I. Ma per Fininvest e Silvio c’è ancora la Corte Costituzionale, covo di terribili sceriffi, a pronunciarsi contro quel decreto, avvertendo nel 1988 il Parlamento che il decreto poteva anche andare bene ma solo in assenza di legislazione. Tradotto: serve una legge che regolamenti il vilipeso etere nazionale ed eviti la creazione di un monopolio berlusconiano.

Chissà se avevano ragione? Chissà! Nel 1990 finalmente Fininvest avrà la sua legittimazione. Dopo anni di drive in, cosce e tette folgoranti ad alimentare un universo di teenager paninari ed isterici Onan, la Legge Mammì del 1990 segna la legittimazione tombale, per la libertà d’espressione e il libero mercato, del monopolio berlusconiano. A dire la verità dell’oligopolio Rai-Fininvest. I maggiori economisti spiegano sempre che il capitalismo porta necessariamente alla formazione di oligopoli, che hanno poi il bisogno di essere istituzionalizzati. Questa legge comminata da Oscar Mammì, il repubblicano Mammì, povero Partito Repubblicano!, sotto il VI Governo Andreotti, in piena epoca di pentapartito, permise di trasmettere su scala nazionale senza più temere lo zelo di qualche magistrato. La concessione forzata, essendo diventata legge, passò sotto le spire della Corte costituzionale. Nel 1994 La Consulta (n.420/1994) dichiara incostituzionale il comma 4 dell’articolo 15 della Mammì: un soggetto privato non può possedere il 25% del numero di reti nazionali. L’incostituzionalità sta nel fatto che un singolo soggetto, avendo tre televisioni, viola l’articolo 21 della Costituzione sul pluralismo e la libertà di espressione, principio già espresso dalla legge 416 del 1981 sulla Stampa che vieta ad un singolo di possedere più del 20% delle testate esistenti. La sentenza della Consulta non fu rispettata.  Tre anni dopo la legge Maccanico (1997) si proponeva di regolamentare i principi di pluralismo, tuttavia non riuscì a far rispettare la sentenza della Consulta ed introdusse l’Authority per la garanzia delle comunicazioni(APGCOM, comunemente AGCOM): una stanza vuota, uno specchietto per le allodole, un controllore nominato dai controllati, insomma l’ennesimo trucco della democrazia. La Maccanico ribadiva il limite del 20% delle reti televisive e stabiliva il vincolo al 30% delle risorse del settore televisivo, in ambito nazionale, per un soggetto destinatario di concessioni televisive. E quindi imponeva di nuovo a Mediaset di trasferire una delle sue reti(Rete4) sul satellite e alla Rai di trasmettere la terza rete senza pubblicità. Norme importanti, se si considera che Rti Mediaset raccoglie il 65% della pubblicità nazionale spettante alle televisioni, mentre alla Rai va il 35%. Si potrebbe dire che la Maccanico fosse una buona legge, peccato che non stabilisse un punto di non ritorno, peccato che non specificasse quando Silvio e la Rai dovessero ottemperare ai loro doveri. E ancora, come anni prima, gli sceriffi della Consulta decretarono: un’ulteriore sentenza della Corte Costituzionale del 2002 (sentenza n.466/2002) giudicò incostituzionale la mancata fissazione di un termine del regime transitorio, stabilendolo al 31 dicembre 2003. Rete4 dovrà emigrare sul satellite e liberare le frequenze di cui, nel frattempo, è concessionaria il gruppo Europa7, che aveva vinto il bando di concorso indetto nel 1999 dal Governo D’Alema per l’assegnazione delle concessioni. Non solo Mediaset non rispettava la Maccanico ma addirittura si era fatta usurpatrice di un diritto acquisto da un altro gruppo imprenditoriale.  Visto il limite della Consulta, 31 dicembre 2003, il secondo governo Berlusconi(2001-2006) presenta la legge Gasparri. Il Presidente della Repubblica Ciampi rinvia alle Camere la legge approvata nel dicembre del 2003, richiamando la necessità di fissare un termine più breve per la regolamentazione del digitale terrestre e notando che il calcolo dei ricavi (SIC-Sistema integrato delle Comunicazioni) potrebbe consentire a chi ne detenga il 20% di disporre di strumenti di comunicazione da dar luogo alla formazione di posizioni dominanti. Il richiamo fu eluso attraverso un decreto legge (decreto salva Rete4) approvato a fine dicembre proprio prima del limite del 31 dicembre 2003 per evitare il satellite ad Emilio Fede e condannare ulteriormente Di Stefano, il proprietario di Europa 7, a rimanere a bocca asciutta.

Dopo il salvataggio al limite di tempo il definitivo testo della legge Gasparri fu approvato ad aprile del 2004.  Definisce il sistema integrato delle Comunicazioni (SIC) comprendente stampa, editoria, radio, televisione, cinema e pubblicità e limita al 20% i ricavi complessivi per ogni singolo soggetto del settore, per esempio Mediaset o Rai.  Il limite si abbassa dal 30% della Maccanico al 20% ma il valore assoluto passa dai dodici miliardi della precedente legge ai 26 miliardi della Gasparri.  Rendendo più corposi i ricavi. La legge ridefinisce le quote pubblicitarie che spettano ai rispettivi mezzi di comunicazioni. Il 74% va alle televisioni e alle radio, il 26% ai giornali. Del totale che va alle televisioni il 54% va al duopolio Rai-Mediaset e solo il rimanente 20% a La7 e alle emittenti locali.  Limite peraltro più volte infranto dalla reti Mediaset, senza ricevere un serio richiamo dalle Authority preposte. Nella Gasparri  è palese la sperequazione tra televisioni e giornali, i quali non potendo vivere di vendite (il Corriere della Sera, il primo giornale italiano, vende grossomodo 600mila copie al giorno) e di pubblicità, si nutrono di finanziamento pubblico. Il sistema del finanziamento pubblico ai giornali è molto semplice. Per ricevere i soldi, qualsiasi giornale deve stare al di sotto del 40% di pubblicità. I giornali a più alta tiratura beneficiano di contributi indiretti (spese telefoniche, elettriche e postali), per la carta e per la riqualificazione professionale, tutto per l’ammontare della cifra di 495 milioni di euro. C’è di più. La Federazione italiana editori giornali calcola in 270 milioni di euro la sola compensazione per le agevolazioni postali in abbonamento versata dallo Stato a Poste Italiane S.p.A., pur avendo l’Italia la minor percentuale di giornali per abbonamento in Europa. Per quanto riguarda i colossi editoriali, quali Mondadori, Rcs ecc., essi prendono 80 milioni di euro lasciando le briciole ai piccoli editori. Esiste un modo rapido per accaparrarsi il pubblico denaro: un qualsiasi giornale che abbia dietro una Fondazione o un Movimento politico, garantito dalla firma di due parlamentari, percepisce l’obolo dei cittadini. Un esempio fra i tanti. Il Foglio, grazie al fantomatico movimento “Convenzione per la Giustizia” e in virtù delle firme bipartisan di Marcello Pera e Marco Boato, raggiunge la cifra di circa 3,8 milioni all’anno. Stiamo parlando di un giornale che ha meno lettori dell’Undici ma che prende milioni d’euro!

C’è poi un mondo sterminato di giornali locali che fanno capo a cooperative, i quali senza l’esistenza dei fondi pubblici non potrebbero esistere. L’UE ha messo in mora l’Italia per i difetti di pluralismo della legge Gasparri, condannandola a pagare una multa da 300-400 mila euro al giorno a partire dal giugno 2006 se la legge non fosse stata modificata entro gennaio 2009. Riguardo a questo procedimento d’infrazione che l’UE ventilava per l’Italia, tutto il mondo è il paese: è stato bloccato o sospeso, non si sa bene. Buona notizia per il cittadino che avrebbe dovuto sborsare tanti soldi, ma che cosa sarebbe successo se dietro questa infrazione non ci fosse stata l’enorme e colpevole responsabilità di Silvio Berlusconi? Anche l’UE conosce l’arte della diplomazia e certe cifre fatte pagare ad un singolo Stato sarebbero un enorme intoppo istituzionale. Ovviamente le multe le pagano solo i diavoli. L’anno di non ritorno per la libertà d’espressione e del libero mercato nell’ambito della comunicazione, televisiva e su carta stampata, fu quindi il 2004 con la Gasparri che provocò e provoca, su tutto, l’abbattimento dell’indotto comunicante tra la pubblicità e i giornali, legati in modo irrimediabile, all’ossigeno pubblico. Spesso quando si grida alla vergogna e allo spreco del finanziamento pubblico non si tiene conto della piovra televisiva che assorbe tutte le risorse pubblicitarie strozzando così le aspirazioni dei giornali esistenti e di chi vuole fondarne di nuovi.

L’abolizione del finanziamento statale avrebbe ragione di esistere nel momento in cui esistesse un vero libero mercato, laddove le pubblicità vadano a chi vende di più. In Italia, ad ora, un’economia liberal-meritocratica nel campo dei giornali è solo un miraggio, in un paese in cui solo una minima parte della popolazione li compra. Abolire la legge Gasparri sarebbe un primo passo per una più matura discussione sull’abolizione del finanziamento. Vero che i giornali sono servi di lobby e politica ma è anche vero che non possono far altro per esistere.

Prima della fine del 2011 ci saranno i bandi per la nuova assegnazione delle frequenze sul digitale. Chiaramente è già stato deciso tutto a tavolino, dal momento che sono state inserite particolari clausole che favoriscono i monopoli già esistenti. Ricordo ancora quando Maurizio Gasparri, con la sua loquela classica del bambino che si fa forza avendo dietro uno forte e robusto pronto a difenderlo, salmodiava che il digitale avrebbe portato pluralismo e concorrenza. Avete visto qualche cambio di tendenza? Forse la Rai è ancora più debole e Mediaset è ancora più forte. A riprova di questo monopolio inossidabile, garantito per legge, che stritola la concorrenza e la competitività (parola orribile usata dai soloni della Confindustria), vedere il caso Dahlia TV, televisione di nuovi privati che provava ad inserirsi in questo mercato “pluralistico” – ma mi faccia il piacere! – messa in liquidazione, perché fallita, ad inizio 2011. E per tacere poi delle centinaia di giornali che chiudono e che non nascono neanche. Altro che crisi, qui c’è anche la Gasparri.

 

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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