I Mondiali dei ricercatori

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Nel gennaio 2013 Cristiano Ronaldo Lionel Messi è stato nominato Pallone d’Oro per l’anno 2013, il più prestigioso premio per un giuocatore di football. Per la 16esima volta nelle ultime 18 edizioni, cioè…

da quando lo può vincere anche un atleta non europeo che militi in una squadra europea, il riconoscimento è stato assegnato ad un calciatore “straniero”. Negli ultimi 16 anni il Pallone d’Oro è stato infatti vinto da 5 brasiliani, 3 argentini, 3 portoghesi, 1 liberiano, 1 italiano, 1 ucraino, 1 ceco, 1 francese che militavano in una squadra di una nazione differente (9 spagnole, 6 italiane, 1 inglese). Per chi s’interessa di football, si tratta di un dato assolutamente normale. Il numero di calciatori argentini, uruguayani, brasiliani o africani che giuoca in uno dei tre principali campionati europei (Inghilterra, Spagna, Italia e ora anche Francia e Germania) è enorme. A titolo d’esempio, nella stagione appena conclusa, in Spagna hanno giuocato 320 argentini e in Italia 294. Addirittura il Catania (serie A) nella rosa 2010/2011 contava ben 13 argentini (escluso l’allenatore, anch’esso argentino).

La grandissima maggioranza dei migliori giuocatori sudamericani, africani o provenienti da campionati “minori” (portoghesi, francesi, scandinavi, olandesi) giuoca in una squadra del campionato spagnolo, italiano o inglese, ma anche tedesco e ultimamente ucraino. Qualsiasi giovane brasiliano ricco di talento e desideroso di gloria, prestigio e soldi ha come naturale obiettivo ottenere un contratto in qualcuno dei suddetti campionati. In Brasile non morirebbe di fame: farebbe probabilmente un’onorata carriera, ma il palcoscenico europeo è un’altra cosa: è lì che si giuoca il football di alto livello, ci si confronta con i migliori, si diventa veramente famosi e rispettati. Vincere la Champions League, la Liga spagnola o lo scudetto italiano è il massimo obiettivo per un calciatore a livello di club.

Il risultato è che le migliori formazioni europee devono la loro forza anche e soprattutto alla presenza nella loro fila di giuocatori stranieri. E’ così per il Real Madrid di Cristiano Ronaldo, per il Barcellona di Messi, per la Juventus di Tevez o per il Manchester City di Touré. La stessa straordinarietà del Barcellona, recente campione d’Europa, consiste anche nel fatto che molti dei suoi giuocatori provengono invece dal suo vivaio, caso quanto mai raro. Tuttavia anche la stella dei blaugrana è uno straniero: Messi.

Esiste un altro contesto in cui sia assiste ad un fenomeno del genere, ossia ad un movimento di persone che – per poter svolgere il proprio lavoro ai massimi livelli ed essere gratificate dal punto di vista economico e professionale – si spostano dal proprio paese d’origine per recarsi all’estero: è il mondo dei ricercatori.

Nei laboratori scientifici delle nazioni più ricche, dove più s’investe e si valorizza la ricerca (Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Svizzera, ecc.), buona parte dei ricercatori spesso non è statunitense, inglese, tedesca o svizzera, bensì italiana, sudamericana, cinese o indiana. Un ricercatore italiano che voglia avere la possibilità di essere ben pagato, svolgere ricerca d’avanguardia e pubblicare sulle migliori riviste, non può rimane in Italia, ma deve cercare un contratto in qualche università statunitense, inglese, tedesca, ecc. In Italia non morirebbe di fame, ma per realizzarsi veramente e soddisfare le proprie legittime ambizioni professionali, deve andare all’estero. Proprio come fa un calciatore sudamericano. Il risultato è che le migliori università statunitensi, inglesi o tedesche sono tali anche grazie al lavoro e alle capacità di ricercatori stranieri, esattamente come accade nel football.

Se è vero che le università o i centri di ricerca con il maggior numero di pubblicazioni sono statunitensi, inglesi o tedesche, è anche vero che gli autori di queste pubblicazioni sono invece spesso italiani, sudamericani, cinesi, indiani che lavorano presso quelle università. Proprio come le migliori squadre di football al mondo sono spagnole, inglesi o italiane, ma i più forti giuocatori di queste formazioni sono brasiliani, argentini, portoghesi, ecc..

Inoltre, come sono assai pochi i ricercatori statunitensi, inglesi o tedeschi che vengono a lavorare in Italia, così è totalmente insignificante la presenza di calciatori europei nei campionati sudamericani. Del resto chi – potendo rimanere a casa propria, con tutte le condizioni per svolgere al meglio il proprio lavoro – vuole andarsene a vivere in un altro paese dove si guadagna meno e si raccolgono meno soddisfazioni?

In altre parole, la famosa “fuga di cervelli” non è né più né meno che ciò che accade in Brasile o in Argentina con i giuocatori di football: i migliori se ne vanno dal proprio paese che non è in grado di offrire loro le condizioni per poter svolgere al meglio il proprio lavoro.

Le analogie tra il mondo dei ricercatori e quello del football non finiscono qui. Infatti, sia le università che le squadre di calcio godono dei benefici di avere tra le loro fila ricercatori o giuocatori stranieri. Ma è anche vero che, a loro volta, sia i ricercatori che i calciatori – lavorando in ambienti competitivi e stimolanti – si arricchiscono di competenze e conoscenze, divenendo migliori ricercatori e migliori giuocatori di football.

C’è però una differenza interessante: ogni quattro anni ci sono i Mondiali di calcio. In quest’occasione, i migliori calciatori argentini, brasiliani, olandesi, ecc. tornano a casa e giuocano con le rispettive nazionali, le quali – anche per quanto appena descritto – sono ottime nazionali perché sono zeppe di ottimi giuocatori (un solo dato: Argentina e Brasile hanno vinto la metà delle ultime 14 edizioni dei Mondiali). In una partita Spagna–Argentina o Italia–Brasile, è probabile che la maggior parte dei giuocatori in campo militi nello stesso campionato (rispettivamente spagnolo o italiano). Quindi, se è vero che a livello di squadre di club, nazioni come Argentina, Brasile, Olanda o Francia risultano penalizzate dalla “fuga di piedi” all’estero, è altrettanto vero che poi ne beneficiano a livello di squadre nazionali, perché gran parte dei loro giuocatori più forti sono diventati migliori giuocando in campionati esteri.

I Mondiali dei ricercatori però non esistono…Nazioni come l’Italia dalle quali emigrano i migliori ricercatori, non beneficiano in alcun modo della “fuga dei cervelli”, al contrario di quanto accade nel football. E allora sarebbe interessante che ogni quattro anni – proprio come accade nel football – i migliori ricercatori provenienti dalle nazioni che meno valorizzano la ricerca (come l’Italia…) si riunissero e lavorassero per un certo tempo insieme per pubblicare articoli scientifici non come affiliati alle loro università straniere, ma come una “nazionale”. Sarebbe divertente e interessante che riviste come “Nature” o “Science” dedicassero, ogni quattro anni, un numero in cui gli autori degli articoli non apparissero come affiliati al Massachusetts Institute of Technology o al Max Planck Institute, ma come India, Colombia o Italia…E magari stilare anche una classifica del miglior articolo scientifico. Allora sì, anche in questo campo, potremmo alzare la Coppa ed ascoltare l’Inno di Mameli!

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