La barca

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Per anni la barca di D’Alema è stato il vessillo ideologico, l’altolà da slogan con il quale i molti detrattori del socialismo si scagliavano contro l’ipocrisia presunta della sinistra italiana.

I più goffi, intendo, i detrattori nutriti dalla Propaganda del berlusconismo più becero (per esempio anche personaggi pubblici e politici, si proprio così, di primo piano come Maurizio Gasparri che ripete spesso la storia della barca), e quindi dell’adesione più pura, l’elettorato più profondo che si è sempre schierato ideologicamente nei confronti del Totem Gaglioffo di Arcore rigettando qualsiasi confronto che non fosse giocato ad armi banali sul campo dell’idiozia. Ogni qual volta che uno di sinistra provava a parlare ad uno di destra di un qualche argomento, di un problema della società, di un grosso conflitto sociale, lo faceva con il rinforzo del famoso supporto ideologico della superiorità morale della sinistra. Un’idea, questa, divenuta forte e decisa grazie a quarant’anni di comunismo italiano, il più duro, ferreo, contenitore di dirittura morale e di rigore etico. Luogo comune o realtà dei fatti? A volte l’uno a volte l’altra, a torto o a ragione. Il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.

Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. Lo scriveva Pier Paolo Pasolini il 14 novembre del 1974 sul Corriere Della Sera. L’articolo è il celeberrimo Cos’è questo golpe? Io so. L’intellettuale, a dir la verità uno dei pochissimi che abbiamo avuto dall’Unità d’Italia, definiva il PCI un’isola, una Nazione a sé stante, un posto dove le traiettorie morali, le azioni volte verso la società, l’economia stessa erano mossi da elementi diversi e, in modo diverso, più preziosi, meno incollati al sozzume di quella cosa sporca che si ostinavano e ci si ostina a chiamare democrazia – altra citazione rubata ad un uomo libero come Giorgio Gaber. Non era tanto l’idea che quel partito proponeva (chi voleva farla la Rivoluzione? Nessuno) ma era il modo di stare nel mondo che attirava le persone più disparate. Sopra tutto e al di là di tutto c’era un rapporto onesto e franco con il prossimo. Base di ogni relazione, dialettica, era l’etica, nei comportamenti quotidiani, nella lotta sempiterna con uno stato intriso di cattolicesimo d’accatto senza aver letto una riga del Vangelo, scorciatoie per campare alla meno peggio, ruberie, piccinerie sulle quali gli uomini del potere democristiano costruivano il loro consenso. Si narra, ma esistono testimonianze dirette ed eterogenee di questo, che Andreotti disponesse di segretari addetti alle raccomandazioni, che fosse capace di pilotare la vita di un uomo verso una banca, un ente o qualsivoglia, e si spingesse anche a decidere in quale zona d’Italia spedire un ragazzo per la naia.

Ma torniamo a D’Alema e alla sua barca perché è da questo che siamo partiti. Tralasciando le varie questioni aperte sul tragitto individuale di D’Alema politico e amministratore, sulle condotte scure e talvolta oscure che avvolgono il suo operato e su quel complesso satellitare, che ruota attorno a lui, fortificato da alcune logiche del potere che i mortali e gli invisibili non possono conoscere – acquisto Banca del Salento da parte della Montepaschi, scalata Unipol-BNL, scandalo giunta Regione Puglia, assegno di 20 milioni di lire intascato nel 1988 da un presunto affiliato alla Sacra Corona Unita, rifiuto di far utilizzare sue intercettazione nell’ambito della scalata Unipol servendosi della reazionaria e fascista Legge Boato, con successiva defenestrazione del giudice Forleo annessa e poi riammessa per non aver commesso null’altro che il suo dovere, indagine su Morichini, uno dei proprietari della barca Ikarus, coinvolto in una vicenda di finanziamenti e appalti che riguardano la sua Fondazione politica Italianieuropei, l’incontro, alla Fondazione che presiede, con un personaggio discusso come Luigi Bisignani, pregiudicato, già piduista e coinvolto in vari scandali e in flussi funesti ed in ingenti somme denari che hanno portato a morti misteriose. Tralasciando appunto queste e molte altre cose, accusare D’Alema di avere una barca presuppone e ha sempre presupposto un’idea stupida, ridicola e questa, sì, qualunquista. Ossia: non puoi parlare di Berlusconi, di affari sporchi, di profitto e di mercato selvaggio perché tu che voti PDS, poi DS, poi PD, non ti accorgi che il tuo leader è un riccastro come il tuo odiato Silvio Bauscia.

L’idea, stupida e senza corazza di sostanza, si sorregge su questo sillogismo: i comunisti non possono avere niente, D’Alema è comunista, D’Alema non deve avere niente. E vivere come un francescano con il saio e i sandali rovinati.  Ora, a parte il fatto che D’Alema è stato (forse) comunista, e ora sarebbe assurdo dargliene conto, chi l’ha detto che il comunismo professasse pauperismo ascetico per qualsiasi suo rappresentante? La barca era l’Anticristo del comunismo per questi ideologi vuoti dell’insulto prestampato. Scordavano che D’Alema ha la barca perché è un uomo ricco innanzitutto, è deputato italiano dal 1987, lo è stato anche europeo dove lo stipendio si raddoppia, ha accumulato ingenti somme di denaro, avrà una pensione importante. Quindi perché stupirsi se si compra una barca? Qualsiasi uomo che è stato deputato in Italia per diverse legislature può dirsi un uomo ricco, benestante. Quindi perché perdere tempo? Anche se lui afferma che «la barca è una passione che mi coinvolge molto. Non è vero che questa passione possano permettersela solo persone ricche», comprare Ikarus e Ikarus II è uno sfizio che solo pochi possono concedersi, ma a parte questo fatto il leader incontrastato del dalemismo, Massimo D’Alema, ha ben altre colpe, essendo, per me, la barca, qualcosa di legittimo. acquistato, suppongo, con i soldi del regolare stipendio che percepisce da anni – anche laddove si trattasse (e in effetti si trattò) di un conto leasing aperto nella Banca Popolare Italiana di Gianpiero Fiorani. Che colpa individuale ne ha Massimo D’Alema se il Parlamento Italiano paga bene? Le colpe di D’Alema, dicevo, sono ben altre e io tendo a giustificare umanamente anche queste. Umanamente ma non politicamente. Come quando finisce un grande amore si pensa che l’amore non esista e si prova una leggera contrizione ed un fastidio nervoso contro chi ne parla in maniera romantica e un po’ superficiale, così il nostro capo della sinistra, dopo la caduta del muro di Berlino, ha deciso che il suo grande amore, il comunismo, lo aveva tradito e ha tentato in tutti i modi di redimersi accostandosi a posizioni da leader europeista ed atlantico, credendo che il capitalismo fosse l’unica via da percorrere. Difetto che tutti i leader “socialisti” o, sarebbe meglio dire, left, hanno dimostrato di avere: Tony Blair, su tutti, cacciato a pedate e a colpi di indignata verità (contro le bugie irachene) dagli inglesi, a differenza del nostro inossidabile tessitore di trame politiche e grande degustatore di crostate (termine giornalistico coniato da Minzolini, si proprio lui: patto della crostata siglato con Berlusconi per intraprendere quel fallimento storico chiamato Bicamerale). Il suo Governo, dal 21 ottobre del 1998 al 25 aprile del 2000, una vera e propria Liberazione direbbe qualcuno assetato di facile ironia, smantellò la Telecom dandola in mano ai capitani coraggiosi Colannino e company e trasformandola da servizio telefonico che si adoperava per i contribuenti, e prima azienda di telefonia in Europa, a terra di nessuno dove quello che rimane da afferrare dalle mani del consumatore è l’unica via di piano economico che conoscono ormai da più di dieci anni.Telecom, ora, per chi ha la sfortuna di essere un suo abbonato, è diventato un terreno brullo sul quale non cresce più nulla, e, come si sa, a queste condizioni arrivano gli avvoltoi e gli sciacalli. Ecco: Telecom è un terreno di conquista, una società ormai finita che cerca di prendere quel poco che c’è rimasto. Nessuna politica di irrobustimento della connettività, la peggiore d’Europa, nessun piano finanziario di rientro, una sola legge: licenziamenti per i diavoli e dividendi per gli angeli in doppiopetto e cravatta.

L’inizio della fine a firma dalemiana: un Governo di sinistra, certo appoggiato dai voti decisivi di Cossiga e Mastella, che vende a debito una delle maggiori aziende italiane ad una cordata di imprenditori che, poi, dopo averci lucrato un po’ la rivendono senza aver versato una lira e sottoponendo tutta la grande baracca ad uno smantellamento selvaggio, sia di risorse umane che di materiale infrastrutturale. L’assonanza, seppur contestualizzata diversamente, con quello che ha fatto l’attuale Governo berlusconico riguardo Alitalia è calzante e terribilmente ritmica, quasi che fosse una rima. Guido Rossi, uno dei pochi della classe dirigente italiana, sgangherata e avida, da salvare, definì il governo dalemiano, in base a quello che stava accadendo con Telecom, una merchant bank in cui non si parla inglese. E aveva ragione, assolutamente ragione. Non pago, il prode novello amante del capitalismo, fece una delle leggi più tremebonde  che un governo può fare. Cioè dare tutto ai ricchi e levare qualsiasi diritto a chi vuole emergere. La legge n.488 del 23 dicembre del 1999 Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2000), ossia una legge che permette a chi possiede delle concessioni statali, come Berlusconi con le concessioni radiotelevisive o Benetton con Autostrade - ma l’elenco sarebbe lunghissimo – di pagare in tasse solo l’un per cento del totale degli introiti. Così si spiegano le parole di Violante, ex magistrato, altro dioscuro del dalemismo italiano, pronunciate alla Camera Il 28 febbraio 2000 (episodio citato, anche, nel risentito documentario di Sabina Guzzanti Viva Zapatero!) che confessò apertamente il patto scellerato con cui, nel disprezzo della legge, l’Italia era stata consegnata nelle mani del Totem Gaglioffo: «Onorevole Anedda, la invito a consultare l’onorevole Berlusconi perché lui sa per certo che gli è stata data la garanzia piena – non adesso, nel 1994, quando ci fu il cambio di Governo – che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l’onorevole Letta. Voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni. Durante i governi di centrosinistra il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte». Il dalemismo oltre ad avere evitato a Berlusconi la risoluzione del conflitto d’interessi – anche se D’Alema disse che la legge da votare che si arenò in Parlamento era pronta ed efficiente-, di avergli concesso dei profitti miracolosi con la legge dell’un per cento, aveva accuratamente omesso di far rispettare la legge Scelba del 1957 che dichiara ineleggibile chi è concessionario pubblico. Così si spiega Piero Fassino che, durante la campagna elettorale per le Politiche del 2001, va in quella camera delle ipocrisie e delle omissioni che si chiama Porta a Porta a dichiarare che l’anti-berlusconismo non esisteva perché sotto i loro governi il fatturato di Mediaset era aumentato a dismisura.

Così si spiega l’amore di Veltroni e Fassino per Craxi, eletto padre putativo del Pd, in quanto solo Bettino, prima di D’Alema, aveva aiutato con tanto ardore Fininvest tramite i decreti salva televisioni del 1984 e poi con l’infausta legge Mammì che rimane a tutt’oggi un cratere scavato tra una democrazia immaginata dalla nostra Costituzione e una democrazia reale, quella che viviamo ogni giorno. Non credo che D’Alema l’abbia fatto per salvare Silvio, di solito due poteri tendono ad abbattersi dopo aver dialogato ed essersi sostenuti a vicenda, ma penso che il movente possa essere ascritto a quel solito complesso dell’innamorato deluso che frustrato si convince che l’amore non esiste più. Tuttavia uno non può inventarsi meccanico se non ha mai preso in mano una brugola, così non può inventarsi mediatore finanziario se da giovane organizzava le manifestazioni contro il Vietnam e discettava di diritti con a fianco il mito di Berlinguer.  Eco qui come nascono i pastrocchi. D’Alema, Blair e tanti altri della left europea e mondiale hanno rinunciato a quei valori fondanti della loro stagione e formazione politica. Hanno cavato con il piede di porco della finanza i due perni su cui si fondavano le left del mondo, socialiste o liberali che siano: libertà e giustizia sociale. Hanno preferito sposare il modello dello Stato a metà, che interloquisce con la grande finanza, le Banche, le speculazioni tese a creare grandi Trust, piuttosto che dialogare con i loro naturali interlocutori: i lavoratori, i servizi, le classi meno abbienti. Non che un uomo di Governo debba lasciar perdere i tycoon ma non mi aspetto che un uomo di sinistra li crei questi tycoon e che addirittura permetta allo sfogo e al tracollo del Capitalismo di farsi carne, cioè consenta al Demone del Monopolio di intessersi e  di affogare la concorrenza. Gli stessi monopoli e oligopoli vari che creano, come si è visto negli anni più recenti, i vuoti di occupazione e le implosioni dell’intero sistema talmente acide e radioattive da mettere in ginocchio interi Stati. Si assiste, per la prima nella storia dell’umanità, a qualcosa di inimmaginabile: gli Stati falliscono, Islanda , Argentina, prossima, probabilmente, la Grecia. E la colpa è di quegli uomini di sinistra, le left del mondo, che hanno dimenticato di esserlo.

Il capitalismo non è l’unica via possibile e la democrazia ha bisogno di forme nuove per reggere l’urto dei barbari della finanza, e qualche presupposto leader della sinistra non l’ha capito o l’ha scordato, ed ha alimentato la pirateria. Magari, con una barca chiamata non Ikarus ma Left, si potevano almeno arginare i suddetti pirati.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

12 commentiCosa ne è stato scritto

  1. giampi

    Stamane ho sentito alla radio la notizia che D’Alema ha venduto la sua barca perché non riesce a mantenerla dato che ha aperto un oneroso mutuo per comprare un’azienda agricola.

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  2. LaTorre

    Possiamo parlare anche di D’Alema che una volta ha dato una carezza su una guancia a un bambino e si è commosso vedendo cogliere una margherita. Ma la questione è: D’Alema, tutto sommato, concretamente, fattualmente, ha fatto del bene e del male per l’Italia? La risposta è incontestabile: ha fatto molto male, è un fallito ed è stato piú volte una quinta colonna nella sinistra. Ci si può preoccupare di quello che dicono a un incontro dove un figlio di intervista un altro figlio di. Beh, certo, se la politica ti dà da vivere, ci si può anche entusiasmare.

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  3. .Keaton

    Si, Jeremy. Ha raccontato l’episodio alla “Festa della politica” a Bagnacavallo. Ha ricordato anche quando si dimise da Presidente del Consiglio, dopo la sconfitta elettorale alle Amministrative ( a proposito delle somiglianze con Berlusconi).In altre occasioni ha ricordato anche quando entrò a 26 anni nell’allora Segreteria del PCI, intimorito davanti a personalità come Berlinguer,Pajetta, Amendola. Tutta gente che, a differenza di alcuni “opinion maker” contemporanei, avrebbe facilmente trovato le differenze tra Pisapia e la Moratti.Elementi di discontinuità ce ne sono molti tra il D’Alema d’allora e quello d’oggi, anche perchè nulla è come prima e tutto cambia.Pensa che si narra che Napolitano lo spedì in Puglia,quasi per punizione, imputandogli di aver convinto Berlinguer ad una apertura ai movimenti. La serata bagnacavallese è stata intitolata da Luca Sofri, che lo intervistava, “Ma se io avessi previsto tutto questo”: vedere D’Alema entrare sulle note de ” L’avvelenata”, effettivamente strideva un pò.Però, forse anche per il fatto che l’ha definita “una bellissima canzone”, non riesco a sollevargli critiche troppo feroci…

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  4. Jeremy Bentham

    Credo che D’Alema susciti molte emozioni poiché ha suscitato molte delusioni. E talvolta perpetrato dei veri e propri tradimenti. Ieri leggevo che il nostro Baffino racconta di essere stato a Praga nel ’68 durante la Primavera. Dice di aver disegnato, in segno di protesta, una svastica sui carri armati sovietici. Oggi ne parlavo con un amico, un militante politico del PD, che mi diceva che non vede alcuna discontinuità con quel D’Alema e con il signore delle crostate e degli incontri con Bisignani. Beh, io qualcuna la scorgo…

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  5. LaTorre

    Oh!…i presupposti. Certo, i presupposti. Certo, la normale discussione. Certo, la fuffa e e il politichese. Intanto resta che D’alema ha fatto cadere Prodi, ovvero il migliore governo italiano di sempre, mangia la crostata, adesso ce l’ha con Vendola, in Puglia se la fa col puttaniere di Berlusconi, ecc ecc.
    Ma certo! I presupposti, la normale discussione, lo sbrodolamento fine a se stesso. E anche il campionato mondiale dell’arrampicata sugli specchi e della disciplina olimpica del “il pallone è mio e le entrate dure non mi piacciono, vado a casa!”

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  6. .Keaton

    PER JUMPI:La rimozione della De Gregorio non mi piace affatto, specie per la mancanza di chiarezza che caratterizza anche questa vicenda.Inoltre se a sostituirla andrà, come sembra, il biografo di Bersani, non mi pare (fosse anche bravissimo) una mossa elegante.Sia lei che Soru mi sembrano però persone libere e professionali, quindi penso che a breve ne sapremo di più.
    PER LATORRE: “Keaton ci sei o ci fai?”,”Se c’è gente come te che lavora nel sindacato,.. siamo messi male”.Ma come ti permetti? Mi dispiace ma,nonostante mi attragga il confronto, con queste premesse non ci sono i presupposti per una normale discussione.

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  7. LaTorre

    Dai Keaton, o ci sei o ci fai! Bertinotti è stato il servo sciocco di D’alema e Marini. Chi è successo a Prodi? Dai su per favore.
    Che leggenda? Excusatio non petita, accusatio manifesta.
    Parliamo di bicamerale con Berlusconi, di patti della crostata, di segreteria rubata a Veltroni coi tipici giochi di partito, dei suoi Rondolino e Velardi (ora nel PDL), del suo scagnozzo La Torre e i suoi affari in Puglia…e posso andare avanti per ore.
    D’alema non ha niente a che vedere con la sinistra, se non essere nato figlio di un suo rappresentante. E se ancora c’è gente come te, che lavora in sindacato, che non si è accorta o non vuole accorgersi, beh siamo messi proprio male.

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  8. .Keaton

    E’ legittimo e,spesso, doveroso imputare a D’Alema errori strategici e di sottovalutazione che hanno contribuito a rafforzare il potere berlusconiano. Non si può trascurare però, come sia riuscito, insieme ad altri, a far sopravvivere la sinistra italiana al crollo del muro di berlino e a farla andare al governo, per la prima volta nella storia, nel 1996. A farla cadere ci hanno pensato in seguito il “puro” Bertinotti, con il suo inFausto discorso alla Camera con il quale tolse la fiducia al 1°Governo Prodi (nonostante la leggenda veda D’Alema come burattinaio) e la sua cristallina e incontaminata strategia politica che, anche questo per la prima volta, ha permesso la scomparsa del suo partito dal parlamento italiano, indebolendo così la rappresentanza di centrosinistra. Attendo con impazienza un dignitoso ricambio generazionale che corregga gli errori dalemiani ma non si accontenti di una perdente politica di testimonianza.

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  9. giampi

    Come già osservato da altri (Sabrina Guzzanti in primis), D’Alema è sfacciatamente identico a B.: guidato esclusivamente da un amore smodato verso se stesso.

    La differenza – purtroppo per noi di sinistra – è che mentre anche grazie al suo debordante egocentrismo B. ha portato al potere la sua fazione politica, D’Alema sortisce l’effetto opposto: perdere sempre.

    All’inferno!
    E a calci in culo perché è impensabile – come per B. – che sia possibile cacciarlo per proprie dimissioni o percorsi democratici per cui chi sbaglia, va a casa

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  10. LaTorre

    Va bene tutto, ma Massimo D’Alema deve bruciare nell’inferno dell’oblio il piú presto possibile.
    Pare che invece sia ancora lí, faccia di bronzo per non dire altro!

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