L’involontario insegnamento

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Estrema lezione di un cinema sospeso tra il cinismo e l’analisi sociologica più approfondita, che recapita, come uno schiaffo, messaggi amari, affilati e risoluti, mascherati da una smorfia sardonica e suggerisce, altresì, il ripiegamento, nei finali di ogni storia, verso una dimensione patetica, per niente mielosa e consolatoria, con un disincanto che mai prelude ad una ostentata ricerca o ad una dimostrazione di una tesi precostituita.

Dino Risi istruisce il pubblico pur non volendolo fare, troppo schivo nei confronti dell’accademia, e misantropo verso il genere umano. La noncuranza nei riguardi della critica “alta” della cinematografia nazionale lo ha escluso dai pretenziosi dibattiti sul cinema-cinema degli anni sessanta, nonostante avesse detto più lui sull’Italia del boom, che pesanti e dotti manuali e phamplet cine-socio-culturali. La sua è una carriera di un irregolare, come peraltro lo erano molte di coloro che si affacciavano al cinema nell’Italia post-bellica.

Dino Risi (Milano, 23 dicembre 1916 – Roma, 7 giugno 2008)

Dino Risi (Milano, 23 dicembre 1916 – Roma, 7 giugno 2008)

Nato a Milano nel 1916, medico con una specializzazione in psichiatria, aveva fatto l’assistente in film di Lattuada e di Soldati negli anni della gioventù. Il suo primo film di fiction fu un poco noto Vacanze col gangster del 1951 – totalmente estraneo al suo mood della commedia – di genere carcerario, interessante per la presenza di Lamberto Maggiorani post Ladri di biciclette.

La svolta avviene con la seconda metà degli anni ’50 quando realizza il filone della commedia sentimentale, misurandosi con il franchising comenciniano “Pane, amore e…”, per proseguire con la trilogia dei “divi alla gricia” Poveri ma belli, Belle ma povere e Poveri milionari. È in questo quinquennio che Risi elabora il suo futuro; è infatti nel periodo 1955-1960, con la realizzazione di altri tre film (La nonna Sabella, Venezia la luna e tu e Il vedovo) che si compie la gavetta artigianale, la scrupolosa cura dei dialoghi e l’attenzione agli attori con i quali imbastire una galleria umana, dapprima a livello di bozzetto, in seguito, nel decennio successivo 1960-1971, corposo e vivace affresco.

Filma opere importanti come I mostri, Il gaucho, Il giovedì, Straziami ma di baci saziami, e poi arrivano le due perle, i due capolavori che lo ascrivono in perpetuo nella hall of fame del cinema italiano: Una vita difficile e Il sorpasso. Essi costituiscono il punto d’arrivo personale e della commedia all’italiana, insieme alle pellicole del contemporaneo Mario Monicelli, morto suicida nel 2010.

Lo stile dei due, Risi e Monicelli, si rende invisibile a vantaggio delle storie da raccontare. Non esistono artifici retorici, movimenti di macchina ad evidenziare l’ego di chi li esegue, tornate narrative troppo fantasiose, come per tutti i grandi artigiani del cinematografo è il prodotto finale che conta. Nei due capolavori, il regista fa luce sui difetti e le storpiature che un paese in evoluzione, come L’Italia, nascondeva dentro di sé. E si serve di personaggi arruffoni, che fuoriescono dalle regole sociali pur cercandone a tutti gli effetti di giovarsene, ma che sanno essere generosi quando la dignità umana lo richiede.

Il personaggio di Una vita difficile, Silvio Magnozzi, un equilibrato ed inusuale Alberto Sordi, è un vinto, al quale gli ideali della Resistenza hanno dato tutto e la veemente ripresa economica italiana anni ’60 ha sottratto anche l’anima. Egli si vende per sopravvivere ad una nuova pervenuta società, molto diversa da quella sognata negli anni della lotta partigiana; si concede al nuovo potere economico arrogante e amorale per conquistare, solo alla fine, in un impeto di lucido orgoglio, il suo riscatto etico, schiaffeggiando il datore di lavoro, simbolo di un’Italia traditrice degli sforzi compiuti per uscire dalla propria tirannia fascista. Attraverso una scena vibrante, e al tempo stesso portatrice di principi sani, Risi e i suoi sceneggiatori sedimentano nello spettatore una struttura di valori impiantata di simboli palesi, evidenti, dove il cattivo è borioso e il buono umile.

Non esistono in questo film, come in tutta la commedia all’italiana, personaggi a metà, sfumati, ermetici, che non fanno capire le proprie intenzioni.  Dell’Italia si parla, è agli italiani a cui ci si rivolge, bisogna essere chiari, cristallini. Emblematici.

L’altro personaggio, bandiera e fregio del suo cinema, è Bruno Cortona, interpretato da Vittorio Gassman – con il quale gira almeno una decina di film – protagonista del primo vero on the road nella storia del cinema: Il sorpasso. Cortona è l’Italia del Boom, l’homo italicus che si misura con gli strumenti e le tecniche di una nazione entrata a far parte di una globalizzazione ante litteram. Si ambienta bene Cortona in questa giungla democratica, si arrangia per vivere, trafficando di mobili in stile, dubbio per la verità, e si gode la vita, convinto che “la migliore età è quella che si ha, giorno per giorno”. Coinvolge, così, nella sua traiettoria morale, il giovane Roberto, J.L. Trintignant, studente di Legge, al quale la giovane Italia repubblicana promette il futuro attraverso un piano percorso fatto di studi, laurea, lavoro e famiglia. I due partono alla volta di un viaggio iniziatico che porterà Roberto alla scoperta che la vita è forse più variegata di quella che gli aveva indotto a credere il suo ambiente di riferimento piccolo-borghese, mentre Bruno scoprirà che accanto alla filosofia del mordi e fuggi, del carpe diem raffazzonato, della legge del menga, esiste un contraltare più grande e spietato di qualsiasi uomo: la morte, delle certezze, dei sogni, dei facili compromessi.

Il finale de Il sorpasso, graffiato dalla tragica morte di Roberto, si palesa agli occhi dello spettatore come straniante, dissonante dal resto della storia, ma senza dubbio pregnante in un meccanismo filmico al limite della perfezione. La morte di uno dei protagonisti diventa monito per un Paese che, forse, credeva di essere diventato invincibile attraverso la consolazione dei consumi, la televisione e il prontuario di regole cattolico-borghesi. Roberto muore e Bruno scopre, accanto ad un pulsante mondo di tanti fermenti e possibilità, un altro Paese che ancora non aveva maturato un solido sistema e rischiava, ogni giorno, di vedere crollare le fragili impalcature su cui prosperava.

Dennis Hopper dichiarerà che il vero  ispiratore di Easy Rider (1969) non fu Jack Kerouac e la ribelle beat generation ma, appunto, il film di Dino Risi, con il quale ha in comune un andamento vagamente scanzonato e disimpegnato, interrotto dal brusco finale di morte, che scuote ed incastona come un pugno in una vertebra la chiara critica socio-culturale al sistema America.

Le morti di questi film sono simili ad un suicidio di protesta, contro una realtà – ne Il sorpasso le prosperità del nostro Paese, in Easy Rider il mito americano – che ha l’arrogante pretesa di escludere altre visioni, altri modi di raggiungere la felicità, un’altra realtà plausibile per l’appunto. Come se nel paese perfetto, un giorno, un profeta, un evento, suggerissero alle menti degli abitanti perfetti che esiste un nuovo mo(n)do. Non è forse questa la critica che da sempre il romanzo borghese offre al mondo, borghese, a cui parla e di cui narra le gesta? Non è forse il capitalismo, ritenuto l’unico sistema possibile, ad essere messo in discussione già dall’inizio del suo imperversare occidentale post seconda guerra mondiale?

Dopo i fasti degli anni sessanta Risi perde un poco la sua complessità, intessendo, comunque, la sua personale trama di cantore di alcune storie degne di nota come l’apologo del cinismo Profumo di donna (1974) e i grintosi Mordi e fuggi (1973) e Caro papà (1979), dedicati alla difficile stagione del terrorismo e degli anni di piombo, entrambi prefigurati dal volo mortale con la macchina del Trintignant de Il sorpasso. Riguardo al finale di carriera, tutti gli anni 80-90, è meglio tralasciare, perché chi scrive ama Dino Risi e ha imparato dalle sue storie.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. giampi

    “Il sorpasso” film da 5 stelle, uno dei migliori per comprendere gli italiani.
    Ogni volta che lo vedo, voglio essere come Bruno…e poi come Roberto…e poi ancora Bruno e poi Roberto…ecc. ecc.

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