Antologia di Spoon Italy

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Mi chiamo Norman Zarcone, sono un precario che della filosofia ha fatto la sua vita. Mentre studiavo La costruzione logica del mondo di Rudolf Carnap, mi godevo i raggi del sole, davanti ad una distesa blu, e avevo una maglietta con su scritto “bagnino”.

Ero uno studente, stavo completando il mio dottorato, e non guadagnavo una lira perché nel mio Paese, chi sta dentro l’Università, non deve guadagnare niente ma solo cercare il rispetto di qualcuno più potente. Ma io non sono mai stato schiavo, non riesco proprio ad essere un pigliainculo, e anche se questa brutta parola l’ho letta ne Il giorno della civetta messa in bocca da Leonardo Sciascia ad un mafioso, io, che la mafia la odio, be’, questa espressione la faccio mia perché di pigliainculo all’Università ne vedo tanti. Ho smesso di credere quando ho visto intorno a me un terreno sul quale è impossibile lottare, nel quale i colpi degli onesti sono caricati a salve, io che sono un lottatore nato e non mi do per vinto e sputo in faccia, si fa per dire, tutta la mia rabbia verso coloro che si ostinano ad insegnarmi la vita – aiutati che Dio ti aiuta, Dio, patria e famiglia, pensa prima di parlare, pondera le parole – io lotto, lotto sempre e ho sempre lottato perché quello che leggo, quello che studio, quello che faccio mio e che va a cosituire la mia etica, il mio senso di vita, la mia voglia di cambiare le cose, mi forma e mi dà la linfa necessaria per la mia crescita.

È vero, mi sono ucciso, l’ho fatto il 13 settembre del 2010, ho gettato con me tutta la mia vita, quando ho scoperto che il sistema universitario in cui muovevo le mie speranze, i miei sacrifici, la mia competenza, raggiunta con lo studio, la fatica, la voglia di arrivare, era dominato da alcuni barbuti sedicenti dotti, chiamati baroni, i quali mi stavano rubando ogni tipo di parvenza di futuro. Questi signorotti feudali, questi Luigi XVI che per diritto divino esistono e decidono, incontrastati, su chi dovrà sostituirli – un giorno molto lontano s’intende – si arrogano il diritto di insegnare nelle nostre belle Univeristà italiane ad libitum, sono scocciati, sudati, a loro non piace il proprio lavoro, però non se ne vanno, stanno lì, appesi alla propria oscenità del potere che costringe gli altri, la maggior parte dei miei coetanei, a dare il meglio di se stessi, non nello studio, nell’approfondimento, nell’agonismo degli intelletti, ma nelle relazioni con loro medesimi, i baroni; relazioni sporcate di saliva s’intende!

Mio padre adesso si chiede che cosa deve fare senza di me, se è stato giusto educarmi secondo determinati valori civici, se parlarmi in continuazione di Falcone e Borsellino, a me giovane sicilano, non è forse stato uno sbaglio. Papà, non lo è stato, questo è tutto quello che posso dirti per ora. Ho assistito alla manifestazione del 9 aprile 2011 Se non ora quando, in cui mi hanno ricordato come un simbolo, ho assistito all’inaugurazione di un padiglione nella mia Università, intitolato con il mio bel nome.
Non mi conoscono ancora in tanti nel mio Paese, tutti attenti a parlare dell’ultima odalisca reclutata ad Arcore, ma ci sono, sono ancora qui, a disposizione del ricordo, dell’esempio, di un proposito che dovrebbe servire a tutti i giovani per ribellarsi alle costrizioni di un sistema universitario che annulla la dignità e premia la capacità di abbassare la testa e di adempiere a quella che Fabrizio De André cantava come la ginnastica dell’obbedienza. Non mi piace fare il rivoluzionario, ma, Dio, lo sono diventato mio malgrado!

Salve io mi chiamo Adolfo Parmaliana, sono un professore, anche io siciliano come Norman. Io invece insegnavo all’Università, chimica industriale, e potrei essere definito un barone, ma di nobile avevo solo la mia onestà. Ho inseguito la rettitudine, ho alzato lo sguardo, ho denunciato prima di non accorgermi più di niente, prima di assuefarmi, ho fatto in modo, grazie alle mie denunce, che il Comune della mia città, Terme Vigliatore in provincia di Messina, fosse sciolto per infiltrazioni mafiose. Poi anche io mi sono lanciato nel vuoto, l’ho fatto il 2 ottobre del 2008, ho volato anche io sfidando la gravità e mi sono ucciso perché le stesse Istituzioni che utilizzavo come mezzo del mio dissenso mi si sono rivoltate contro e mi hanno perseguitato come un Cristo che aveva avuto l’unica colpa di essere onesto. Mi chiamavano diffamatore in una Procura della Repubblica, mi accusavano di essere un calunniatore, perché, certo, parlavo male di persone, ma che persone erano? Mafiosi, intrallazzatori, traffichini da strapazzo che volevano succhiare tutto quello che rimaneva della mia terra. E prima di morire ho lasciato una lettera e me lo sono chiesto, mi sono posto le domande più difficili della mia vita. Nel mio Paese essere onesti è una colpa? Rispettare un dovere è diventato, nel mio amato Paese, una pena da espiare? Uno dei miei nemici, uno di quelli che faceva parte dei potenti di Terme Vigliatore adesso me lo vedo in Parlamento, è diventato una star, un mezzobusto da copertina, intervistato dalle radio, dalle televisioni, citato come esempio di sgradevolezza , eppure è lì, è conosciuto da tutti, si definisce un Responsabile. Scilipoti si chiama e, a parte il fatto che assomiglia un po’ a Danny De Vito, l’unica cosa divertente che possiede è la sua sicumera che diventa ridicola perché ridicole sono le cose che sostiene battendosi il petto. Mi preoccupa sentirlo dire che lotta per dovere dello Stato, che si batte diligentemente per delle cause, quando fui io a farlo per tutti gli anni in cui insegnavo ed ero pronto, ogni giorno, a sfidare il corpo mafioso che insozza la mia bellissima e dannatissima terra. E adesso? Chi è il cittadino più conosciuto di Terme Vigliatore? Adolfo Parmaliana o Domenico Scilipoti? Chi si è comportato difendenfo lo Stato, credendo nelle Istituzioni, richiamandosi a quei valori civici predicati da uomini saggi come Bobbio, Einaudi, Terracini, Calamandrei, Pertini ecc., o chi, invece, ha cercato di sfruttarlo lo Stato, ha visto nelle Istituizioni un fortino da conquistare, una Sodoma in cui entrare per ambientarsi e conformarsi al turpiloquio dei suoi costumi, per asserragliarcisi strenuamente, escludendo le più belle intelligenze?

Ciao, invece io mi chiamo Cucchi, Stefano, sono più conosciuto di voi, ho avuto un po’ di giustizia ma la battaglia è lunga e polverosa. Mia sorella mi difende in maniera mirabile ma ancora non ho capito perchè sono stato ammazzato come un cane il 22 ottobre del 2009 dentro un carcere. Forse perché avevo fumato una canna? Non lo so, so solo che dentro quella cella in cui mi hanno martoriato ero solo, solo con me stesso e avevo un’assetata voglia di casa. Era ottobre quando mi hanno levato la vita, poi qualcuno ha pubblicato le foto sui giornali per dimostrare come mi avevano ridotto, e anche se quella non era la fine che desideravo fare, molti di voi hanno visto a cosa possono essere spinti alcuni uomini quando non sanno porre un limite alla propria arroganza, al proprio cieco abuso di un potere, quando cioè si confonde una legge con la giustizia e ci si erge a censore delle libertà altrui.

Ciao invece io sono Federico Aldrovandi, me ne andavo in giro per la mia città senza nulla chiedere al mondo, nessuna pretesa, nessuna mancanza di rispetto, be’, ad un certo punto, qualcuno mi ha fermato, poliziotti forse, o bestie travestite da uomini, e mi hanno buttato a terra e con una violenza degna di una tigre mi hanno ammazzato il 25 settembre del 2005, non capisco il perchè, non me l’hanno detto, gridavano ma non sentivo, sentivo solo le loro botte, poi finalmente un qualche urlo, e poi più niente. Avevo diciotto anni quando l’hanno fatto, avrei voluto vivere una vita tranquilla, che avevo fatto di male? Niente. Nessuno voleva parlare di me all’epoca, sui giornali e le televisioni del mio Paese si discuteva, non so, forse dell’ultima dichiarazione sciocca di un capo di partito, oppure dell’ultimo ritrovato per tenere su le chiappe di Simona Ventura. Peccato. Mi sarebbe piaciuto vivere, lo avrei desiderato tanto. Adesso so che un documentario basato sulla mia vicenda ha vinto un premio, l’hanno intitolato È stato un morto un ragazzo, sono contento per chi ha vinto ma io avrei voluto vederlo con i miei occhi e adesso non posso.

Ciao io sono Marta Russo, e come Luca stavo camminado alla luce del sole, con una mia amica. Era una mattina di primavera del 9 maggio 1997, e me ne andavo per i viali della mia Università, studiavo, mi davo da fare, e poi ad un certo punto ho sentito qualcosa, come un ago di spillo punzecchiarmi, una scossa elettrica trapassarmi da parte a parte, dapprima ho creduto si trattasse di un pensiero poi mi sono resa conto che era una pallottola. Ne facevo tanti di pensieri, sapete, è facile confondere un pensiero con una pallottola. I miei due carnefici giocavano forse al gatto col topo, oppure erano ossessionati dall’ebbrezza dello sparo. Non lo so, ora sono stati condannati, dovranno pagare dei soldi alla mia famiglia. Ma chi mi ridarà indietro quel pensiero molto simile ad una pallottola? Un certo filosofo rivoluzionario di nome Kropotkin ci ha detto: “E non appena avrai scorto un’ingiustizia e l’avrai compresa – un’ingiustizia nella vita, una menzogna nella scienza, o una sofferenza imposta da altri – ribellati contro di essa! Lotta! Rendi la vita sempre più intensa! E così tu avrai vissuto, e poche ore di questa vita valgono molto di più di anni interi passati a vegetare. Lotta per permettere a tutti di vivere questa vita ricca ed esuberante, e sicuramente sentirai una gioia così grande da non trovarne di simili in nessun’altra attività”.

Salve a tutti io sono Mohamed Bouazizi, mi sono dato fuoco il 17 dicembre del 2010 e sono morto il 4 gennaio del 2011. Una guardia, nel mio paese, la Tunisia, mi umiliava, mi infliggeva il suo potere per farsi gioco di me, e poi mi ha sequestrato le merci che vendevo vagando per le strade della mia cittadina, la mia bella Sisi Bouzid. Lo facevo per vivere, ora non posso più farlo perché non ho nessuna vita da difendere, nessuna speranza da far sopravvivere. Alcuni dicono che io sia stato il motore, la forza, l’ingiustizia, il sangue, serviti per una missione, la rivoluzione in Tunisia e nel Maghreb intero. Non so se sia vero, ma se lo fosse, se anche uno di quelli che lottano adesso ha trovato un granello di coraggio dal mio gesto di protesta contro un mondo che non mi dava un lavoro, be’, se è così, non sono morto invano.

Voi invece perché siete morti? Voi siete serviti a qualcosa? Le vostre morti hanno avuto un qualche effetto? E voialtri che leggete, che ascoltate, che v’informate…voi…voi che fate?

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10 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Pezzuti Alfredo

    Carissimo Jeremy ,sono il papà di Raffaele Pezzuti dopo la lettera che lui scrisse il 25 settembre 2014, che faceva cenno al mio impegno per l’arte attraverso le sue opere per dare un senso alla sua morte,ed aiutare i giovani esordienti artisti a partecipare a qualcosa di concreto ,e,che lasciasse un segno e ricordasse la sua figura.E’ accaduto, ed è un piccolo miracolo.Si tratta di un concorso-premio dedicato a PEZZUTI RAFFAELE PER L’ARTE,che ti invito a cercare sul sito del Comune di Napoli.Leggendo,troverai nelle sue pagine le motivazioni che hanno portato alla sua realizzazione,che non a caso è stato pubblicato l’11/8/2015 giorno del suo 43 compleanno.La mia preghiera è quella di rendere pubblico quanto più è possibile questo evento,poichè ,secondo la mia modesta opinione è un”evento ” di grandissimo valore morale ,artistico e umano.Raffaele ha avuto giustizia attraverso la sua arte,il mio impegno di amorevole padre è la tenacia con cui ho insistito presso le istituzioni ,ha dato i frutti che nessuno avrebbe mai sperato,venivo ogni volta categoricamente e diplomaticamente liquidato ,con la motivazione che non c’erano soilti.Il premio è stato deliberato dal Comune di Napoli senza spendere un euro grazie ad un giovane Art Director Marco Izzolino che ha avuto questa brillante idea.Nel salutarti con affetto ,ti ricordo di rendere pubblico l’evento e la sua storia,grazie e buon lavoro Alfredo Pezzuti

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  2. Alfredo Pezzuti

    Caro jeremy vorrei da te un pensiero ed una riflessione rivolta a Raffaele,se vuoi grazie

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    • Jeremy Bentham

      Che dire oltre a quello tu hai già detto, Alfredo? È vero, i media non trattano tutti i casi, e spesso quello che conosciamo è solo una parte infinitesimale dell’insieme.
      Raffaele ha subito una enorme ingiustizia come tutti quelli citati in questo breve scritto, e come tutti gli altri che non sono menzionati qui o che, né io né te, conosciamo ancora. Questo scritto è sull’ingiustizia, sul dolore che porta e sul carico di coraggio, misterioso e straordinario, che suggerisce a chi non accetta di sopravvivere ma, al contrario, decide di vivere.
      L’ingiustizia deve diventare la spinta vitale per cambiare le cose. Te ci stai provando, e a te va il mio più profondo in bocca al lupo.

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      • Alfredo Pezzuti

        Jeremy ti ringrazio per per le belle parole ,e per l’energia che ci hai messo dentro

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  3. Alfredo Pezzuti

    Salve a tutti sono PEZZUTI RAFFAELE,un giovane di 30 anni.Avevo raggiunto finalmente il mio obiettivo,ma proprio per questo sono stato ucciso violentemente ed a tradimento,da un vile.Il padre di mia moglie,l’11 novembre 2002.Sono napoletano,ma nato a La Spezia l’11/8/1972,artista di grande talento,già alla mia età.Quattro anni prima di morire,sono emigrato a Milano per mostrare ,e dimostrare il mio talento di pittore,poichè la mia città Napoli non offre a noi giovani,ancora oggi,nessuna opportunità nel campo artistico.All’inizio del 2002 sono riuscito ad esporre in una importante galleria milanese.Il 13/9/2002 mi sono sposato con una ragazza di San Marino,che nel momento del mio assassinio era incinta di 3 mesi.Oggi mio figlio ha 11 anni PEZZUTI RAFFAELE junior.Le mie opere sono contro la violenza,esse sono il frutto della mia grande sofferenza per quanto avviene nel mondo.Il motivo per il quale sono stato ucciso è quello di aver acconsentito assieme a mia moglie,di andare a convivere a casa di suo padre.Quest’uomo era depresso e, separato da molti anni .In quel periodo,fine ottobre 2002, ci chiedeva aiuto con decine e decine di telefonate al giorno.Cosi i primi di novembre, abbiamo deciso di trasferirci a casa sua ,a San Marino,Dopo una settimana ci siamo resi conto della gravità del suo stato e,della impossibilità di convivere con lui,per cui abbiamo deciso di andarcene a vivere da soli.Questa nostra decisione ha scatenato la follia omicida di quest’uomo.Quel giorno,senza che noi ci accorgessimo di nulla,si è armato di pistola ,mi ha teso un tranello,e mi ha ucciso senza pietà alle spalle con 6 colpi di pistola,poi si è ucciso.Nessuno purtroppo conosce la mia storia,perchè non ha avuto la pubblicità dei media,i miei non hanno voluto,e bene hanno fatto.Io in questa occasione voglio parlare a nome di tutti quegli uomini e donne che sono stati uccisi con violenza,senza una ragione , e nessuno conosce la loro storia.Mio padre stà facendo un grosso lavoro per far conoscere le mie opere e la mia storia,ed ha ottenuto già qualche risultato.Mi farebbe piacere però che lo aiutaste anche voi ,nel diffondere questa storia, che ha lo stesso valore delle altre raccontate in questa pagina.Raffaele scriveva ,tra le altre cose”Se siamo stati vivi,sapremo essere anche morti,con la stessa convinzione dell’amore che si prova per gli altri senza pretendere di essere amati” (autunno 2001)

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  4. Antonio Capolongo

    Caro Jeremy, ho riletto questo straordinario articolo alla luce degli ultimi eventi che, ancora una volta, uccidono una giovane vita, i suoi familiari, i suoi amici e tutti coloro che non potranno mai conoscerla.
    In questo caso parlo di Federico Aldrovandi. “Vedere” di nuovo in divisa i poliziotti condannati per l’omicidio, non può che darti il senso di dinamiche assurde – il senso di vomito.

    Grazie
    Antonio

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  5. Monica

    Andrebbero ricordati giorno dopo giorno questi veri “cittadini” di quest’Italia che per fortuna non è abitata solo da tanti inutili (ma estremamente dannosi) Scilipoti, ma soprattutto da un mondo di giovani e meno giovani che hanno fatto dell’onestà la loro bandiera. Un abbraccio sincero alle loro famiglie private INGIUSTAMENTE di queste splendide persone.

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