Undici Jazz films de chevet

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Forrest Whittaker è Charlie Parker per Clint EastwoodI collaboratori de L’Undici Anselmo e Fortebraccio uniscono i loro saperi e ci portano undici jazz film.

Il jazz al cinema. Non nel senso di semplice colonna sonora (in stile “Ascensore per il patibolo” di Louise Malle, affidata alla tromba di un Miles all’apice della sua gloria, per intenderci), film sul jazz o dove il jazz è un pilastro portante della trama e della ambientazione. Ci si sono misurati in molti, anche grandi nomi. Non tutti però ne sono usciti bene.

1.    Ragtime, Milos Forman (1981)
Fortebraccio: Primi anni del ‘900: la nascita del Ragtime, i tempi eroici di Scott Joplin, quando si impone la nuova musica sincopata dei neri (il “tempo a pezzi”, appunto); al protagonista, a cui chiedono se sappia suonare anche questo Ragtime, risponde “Lo suono così bene che i bianchi pensano che me lo inventi!”.
Anselmo: Il razzismo, il peso delle convenzioni (con tanto di storia di Evelyn Nesbit, come è facile provocare una brava persona fino a trasformarla in un capobanda bombarolo. Un classico fumettone in cui non si capisce dove voglia andare a parare il regista, il quale però ci mette tre ore per andarci. Forman ha la grandissima capacità di alternare capolavori sublimi (Qualcuno volò sul nido del cuculo, Amadeus, l’ahimè trascuratissimo Man on the moon) a chiaviche epocali (Hair, Valmont); con Ragtime, siamo più vicini alle seconde, anche se pare che in questo caso ci sia la profonda responsabilità Dino De Laurentiis, che ha messo il becco in lungo e in largo (nemmeno fosse il Napoli).

2.    Cotton Club, Francis Coppola (1984)

Fortebraccio: L’epoca d’oro delle big band e del dixieland. Grande musica, o meglio grandi “numeri” musicali (e di ballo), ritmo, colonna sonora all’altezza. Jazz leggero, ma coinvolgente, più tecnica che sentimento, ma vi piacerà.
Anselmo: The musical according to Coppola; jazz e jazz-clubs ad Harlem, gangster-story (sullo sfondo la lotta tra Lucky Luciano e Dutch Schultz per il controllo degli affari loschi newyorchesi), ma anche la nascita del cinema e del mito di Hollywood. Alla lunga stufa un po’ – soprattutto per la presenza ingombrante di un Richard Gere all’apice del suo buonismo (nel senso che così bbòno non lo sarà mai più, nemmeno in Pretty Woman) – però grande cinema. O, per lo meno, cinema da grande schermo.

3.    Kansas City, Robert Altman (1996)

Fortebraccio: Ancora dixieland ed anni ‘30. Nella parte dei grandi dell’epoca (Count Basie, Coleman Hawkins, Lester Young, Ben Webster) abili ed arruolati il gruppo dei giovani ruggenti che andava per la maggiore a metà anni ’90 (il figlio di Redman, il figlio di Carter, Craig Handy, Cyrus Chestnut) e che oggi – grazie a dio – sono un po’ (più) usciti di scena.
Anselmo: Prendete quanto scritto sopra su Forman, sostituite con Altman ed avrete il giudizio; qui Altman è ancora in quella fase in cui faceva i film intrecciando episodi e personaggi. Solo che ne I Protagonisti e in Short Cuts l’impasto gli riesce bene, nei successivi Prét a Porter e Kansas City la maionese gli impazzisce tra le mani. Ricorda anche un po’ Cotton Club nella rappresentazione e nello sviluppo, aumentando così il senso di deja vù.

4.    Chimere. Michael Curtiz (1948)
Fortebraccio: Di nuovo dixieland, ma nella sua fase terminale, quando già inizia ad affacciarsi il bop (sintomatica la scena in cui Kirk Douglas – che ricalca chiaramente Bix Beiderbecke – in assenza del leader della big band mette in mezzo quattro musicisti per una improvvisazione su Get Happy) e, con lui, il maledettismo. Nota a margine (invadendo un po’ il campo di Anselmo): l’immenso Hoagy Carmichael – sì, l’autore di Georgia on my mind, Baltimore Oriole, Skylark, … – nella parte di “Fumo”, il pianista amico del protagonista, è monumentale. Grazioso cameo anche per Doris Day.
Anselmo: Sì, concordo Carmichael sembra un Buster Keaton in salsa jazz. È interessante notare come la stessa storia trattata da un grande regista di Hollywood e da un italiano di provincia (il nostro Pupi Avati in Bix) dia risultati diametralmente opposti: se Chimere è un film corale, notturno e drammatico, Bix è una cagata pazzesca, peraltro pieno zeppo di falsi storici, che avrebbero fatto accapponare la pelle a Fortebraccio. A Pupi, eri andato meglio a dirigere il tuo alter ego Capolicchio in Jazz Band (quando ancora si chiamavano sceneggiati e non fiction); ma si sa, il cinema è grande, la televisione un po’ più piccola.

Bing Crosby, Grace Kelly e Frank Sinatra in High society5.    High Society, Walters (1956)
Fortebraccio: La classe, lo stile di Bing Crosby, quel discolaccio di Francis Albert Sinatra che si fa strada, Satchmo a metterci un po’ di pepe, il songbook di Cole Porter… Tutti a gigioneggiare un poco, ma fare del crooning prendendosi sul serio si scadrebbe nel ridicolo (ogni riferimento a Diana Krall…).
Anselmo: Condivido ed adatto il giudizio alla parte filmica; film leggero e divertente, attori in stato di grazia (ai nostri si aggiunge la algida, bellissima Grace Kelly alla sua ultima apparizione prima di darsi alla Noblesse). La commedia di classe, equivoci compresi, come Hollywood una volta sapeva fare. Non vedo l’ora di andare a riguardarmelo.

6.    Paris Blues, Martin Ritt (1961)

Fortebraccio: Il panorama del jazz club parigino negli anni della grande esplosione del bop, quando gli americani scoprirono la boheme confortevole della Rive Gauche e contribuirono ad esportare il nuovo jazz in Europa. Un personaggio ricalca – con qualche anacronismo – la figura del grande Django Reinherdt, chitarrista gitano, uno dei primi maledetti europei. Cameo di Louis Armstrong nella parte di se stesso.
Anselmo: Film cupo, che vorrebbe essere di atmosfera, ma che finisce invece per essere compassato e noioso. Forse il limite maggiore è nei protagonisti: dispiace dirlo, ma Paul Newman come pianista credibile è poco credibile e Sidney Poitier è più rigido del sax che finge di suonare; la storia drammatica di Serge Reggiani (Fortebraccio mi segnala che trattasi di un avatar di Django, prendo atto) sembra un fotoromanzo. Per fortuna che, come detto da Fortebraccio, almeno in una scena spunta il suo omonimo a dare un po’ di verve.

7.    Bird, Clint Eastwood (1988)
Fortebraccio: Vita morte e miracoli – con molta filologia – di Charlie Parker, l’uomo che ha cambiato la faccia del jazz (“E allora, cosa ne pensate di questo pazzo Yardbird”? Risuona un paio di volte lungo il film). Nota: la colonna sonora fu ottenuta sovrapponendo registrazioni del vero Bird con la base suonata ex-novo da musicisti di medio-alta caratura (tra cui Ray Brown e Ron Carter), una scelta che fece gridare al miracolo alcuni (va a capire il perché) e di lesa maestà altri (va a ri-capire il perché).
Anselmo: Oh, io lo so di insultare il Verbo, però a me il Clint regista non mi è mai piaciuto (questo è il suo secondo film)… Si apprezza la scelta di procedere per salti narrativi, così come è coraggioso girare praticamente tutto il film in notturna, però è un film a cui manca qualcosa (se solo sapessi cosa… Forse la passione?). Grande Forrest Whitaker, tanto per cambiare, ma gli attori di contorno non lasciano il segno.

8.    Round midnight, Bertrand Tavernier (1986)
Fortebraccio: Ancora Paris (ma con una breve incursione a New York), ancora jazz club, una 10-20na di anni dopo rispetto a Paris Blues, con l’hard bop che ha ormai soppiantato il bop, colonna sonora bella e piena di grandissimi, più o meno nella parte di loro stessi: Dexter Gordon, Herbie Hancock, Cedar Walton, Billy Higgins… a scorrere la lista degli interpreti sembra il catalogo della Blue Note degli anni ’60. Intenso.
Anselmo: Infinitamente meglio di Paris Blues (anche perché i musicisti sono veri e, guarda un po’, si vede), buona capacità di rappresentare l’insoddisfazione, l’inquietudine dei jazzisti USA del tempo, fuoriposto in ogni posto, grandissimo Dexter Gordon anche come attore; però probabilmente più di uno faticherà a reprimere lo sbadiglio. For jazz addicted only?

9.    Lets’ get lost, Bruce Weber (1989)

Fortebraccio: Se – rubando il mestiere ad Anselmo – possiamo parafrasare la declaratoria del dylaniano I’m not there, questo è un film dedicato alle tante vite ed alle tante musiche di Chet Baker. Tutti i limiti del documentario, però ne esce un ritratto acuto ed una colonna sonora che – pur con qualche caduta di stile, peraltro abituale anche nelle scelte del nostro – è un piacere.
Anselmo: Beh, dal punto di vista cinematografico oltre che il documentarismo colpisce il patinato spinto, sembra di stare dentro un pornosoft (ed è notorio che noi qua dentro siamo tutti per l’hardcore). Immagini in bianco e nero, fumo di sigarette che in belle volute si alza verso il cielo, jazz club che sembrano tratti da una rivista di architettura di interni… Del resto, il regista è un fotografo di moda professionista, con qualche incursione nel mondo dei videoclip musicali. Tutto molto bello, ma un po’ più di trasporto e un po’ meno lacca non avrebbero guastato.

Denzel Washington e Spike Lee in Mo' better blues10.    Mo’ better blues, Spike Lee (1990)

Fortebraccio: Ancora i club, ma questa volta siamo nel Village newyorkese negli anni ‘90. La tromba di Wallace Rooney e il sax di Brandford Marsalis a doppiare quei figaccioni di Denzel Washington e Wesley Snipes; un buono specchio di quei tempi, quando il jazzista nero USA aveva perso la sua aggressività, si era imborghesito, vestiva griffato e suonava musica attentissima alla forma, ma senza il fuoco dei maestri cui diceva di ispirarsi. È la stagione di Marsalis e dei suoi 100 parenti, dei Rooney, di Geri Allen. La stagione quando ormai the thrill is gone.
Anselmo: Spike Lee si butta sul jazz come altre volte si butta sul rap; film 100% nero (gli unici bianchi sono i due sciroccati e sfruttatori proprietari ebrei del club, interpretati dai fratelli Turturro), precisino, attori cool, ma che lascia poco, anche per il suo perdersi in metafore da parrocchia (l’alter ego del protagonista, il sassofonista del gruppo che cerca di fare le scarpe e di farsi la donna del leader, di nome fa Shadow, hai capito che finezza?). Spike Lee – che ritaglia per sé il ruolo del manager scombinato e casinista – aveva attaccato duramente Clint Eastwood all’uscita di Bird, accusandolo di volersi appropriare della cultura dei fratelli neri. Se questa è la risposta…

11.    Taxi Blues, Pavel Lungin (1990)

Fortebraccio: Il jazz nella URSS della incipiente perestrojka, quando la “musica degenerata” improvvisamente può uscire allo scoperto. “Lo sai che le donne il mio sassofono lo chiamano sessofono?”, chiede il protagonista. “Una volta, alla gente come te facevano abbassare la cresta”, risponde il tassista. Non fatevi ingannare dal titolo, non blues, ma jazz all’europea, un po’ cerebrale e con tante contaminazioni; non male.
Anselmo: In un mondo che crolla, non c’è più alcun punto di riferimento; mentre il Titanic affonda, chi se la balla, chi rimpiange quando ci si raccontava che gli iceberg non esistono, chi è pronto a cambiar bandiera. Decisamente un film premonitore, di sicuro inquietante. Nonostante si tratti di un’opera prima, vince con merito il premio per la miglior regia a Cannes; poi di Lungin si perderanno le tracce. Peccato.

 

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3 commentiCosa ne è stato scritto

    • kiki

      Bello il link, tanta roba… ma come ripete sempre Gigi, non sembra, ma 11 è un numero molto piccolo…

      Rispondi

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