Post(Undici) moderno

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PML’ultimo uomo sulla terra è solo nella sua stanza. Qualcuno bussa alla porta.

 

Quando Fredric Brown lo scriveva non aveva neppure nell’anticamera del cervello il postmoderno. Ma la grande intuizione di questo scrittore di fantascienza, dimenticato dai più, potrebbe essere messa in effige all’ingresso di un ideale tempio del Postmoderno. Più si legge questo piccolo ed inquietante racconto, più esso si ammanta di indecifrabilità e di incertezza. Il postmoderno è incertezza, vacuità nei confronti del passato e consapevolezza ironica, come saggiamente sostiene Umberto Eco. Ed è incerta anche la sua durata, esistono esempi di arte, film, libri, sculture postmoderni in varie decadi del Ventesimo Secolo e nel secolo attuale.

L’essere umano è posto di fronte al passato magniloquente, inarrivabile, mitico, verso il quale sorride o si inquieta, e dunque, definito il termine ultimo della propria fallibilità, egli crea una frantumazione dei punti di vista, rassegnato od eccitato dalla o all’inesistenza di una Verità. Epperò non è una frantumazione di matrice cubista o dadaista dalla quale scaturiva pur sempre una verità scomposta, è piuttosto un’erosione delle rocce, uno sciabordio continuo, una terribile presa di coscienza che la verità esiste ma è concentrica, oppure infilata dentro un tubo cilindrico di cui non si conosce quale sia la fine o l’inizio. Una verità che vedono tutti ma che nessuno anela a raggiungere, rischio la pazzia o l’emarginazione. Il personaggio postmoderno è consapevole delle storie già esistenti, è ironico verso di esse perché sa di essere più piccolo, meno eterno, sa di trovarsi alla fine della storia – per dirla con lo storico Francis Fukuyama – conosce le regole del genere, o dei generi, è conscio che se apre una porta cigolante e polverosa dietro troverà un fantasma o un residuato della notte dei morti viventi – come, ad esempio, i protagonisti di The Evil dead (La casa) di Sam Raimi che già presuppongono che aprire il Libro dei Morti li condurrà verso un pericolo. Solo così inizia la storia, solo così comincia il percorso conoscitivo della Verità, un percorso labirintico, un dedalo frenetico, frammentario – Jorge Luis Borges e i romanzi degli autori del realismo magico sudamericano, Vargas Llosa, Garcia Marquez ecc.

Il postmoderno comprende correnti di pensiero filosofico, principi di fisica moderna – entropia, il principio di indeterminazione di Heisenberg – stili e strutture narrative, composizioni pittoriche e architettoniche. Seguendo un percorso accademico – Wittgenstein, Lyotard, Baudrillard, Derrida, Jameson – si rintraccia una definizione più composita del postmoderno in Wittgenstein, che nella sua analisi del linguaggio, definisce i giochi linguistici come eterogenei e se esiste consenso sulle regole che definiscono ciascun gioco e sulle mosse che vengono in esso effettuate– fuor di metafora, se esiste una verità – tale consenso – verità – deve essere locale, relativa e mai universale. Lyotard delimita la condition postmoderne – mutuata appunto dal titolo del suo testo – come una situazione sociale in cui lo Stato non offre più quella certezza centralizzata che lo caratterizzava come Totem della società. In questaRevenge perdita di guida, e di direzione socio-economica, dovuta anche alla forte globalizzazione, si muove l’uomo, e lo fa anche nelle sue sublimazioni narrative. L’uomo è spesso, nei grandi, o meglio, nei “piccoli” racconti del postmoderno – che siano di matrice pittorica, fotografica, scultorea, cinematografica, teatrale, artistica per l’appunto – un animale ai confini con la Storia, attanagliato dai complessi di inferiorità e di ineludibilità del futuro. Non a caso tra le componenti principali di un racconto postmoderno vi sono il nichilismo, il frazionamento dei sentimenti, l’Orca del Potere Oscuro che ammanta il piccolo esistere, l’allucinazione, la visione pluralistica delle cose, il relativismo, la frammentazione, la mancanza di senso che più si ricerca e più si svuota. Le tecniche narrative tipiche del genere sono quelle del pastiche, della commistione dei generi, un certa tendenza a decostruire il testo, l’amore per le citazioni in forma ironica e desacralizzante. Tecniche che vengono utilizzate per dilatare e amplificare il sospetto per l’intrigo, i rivolgimenti sotterranei, i governi ai limiti della legalità, una realtà che si maschera in un’entropia avvolgente e, soprattutto, l’incombenza massiccia della società dei consumi, dei media e dei mezzi di comunicazione di massa in genere, con la nascita, per così dire, di simulacri, cioè grandi moloch rappresentativi di un ideale, di un oggetto agognato( spesso l’Oggetto più prezioso del mondo intero), di una verità inseguita, ma privi di reale significato. Così è la bibbia del postmoderno letterario Underworld (1997) di Don De Lillo dove la ricerca di una palla da baseball diviene l’oggetto-veicolo per setacciare la Storia, così è anche, in maniera meno complessa, un film di cassetta come Raiders of the lost ark di Steven Spielberg. L’arca, che rimanda alle origini della religione monoteista e quindi a quelle dell’uomo, non ha più un significato sacro, ma assume una parvenza di pretesto per gli uomini che la inseguono. Diventa quindi un vero e proprio simulacro.

In molti film, ascritti al genere postmoderno, i protagonisti, qualunquisti e oppressi dal contingente (materiale, spirituale, sociale, eccetera), ricevuto un impulso verso la verità (di una vita, di un ordinamento socio-culturale, o anche di un semplice caso investigativo da risolvere) si ritrovano alla fine con le proprie certezze o valori completamente cambiati di segno, forse con la consapevolezza che il proprio percorso di conoscenza ha condotto in altre direzioni, completamente differenti dalle premesse iniziali. Nei protagonisti del postmoderno vige una certa minimalistica uni-dimensionalità, essi non possiedono grandi valori e non si comportano coerentemente alle loro caratteristiche, possono cambiare, cioè, da un momento all’altro durante lo svolgimento del racconto. L’Idiota di Dostoevski avrà sempre il suo sguardo stupito ed innocente nei confronti della realtà e delle persone, mentre un personaggio del postmoderno, pur essendo stato presentato in un modo, magari simile al principe Myskin, l’idiota appunto, può arrivare a comportarsi in maniera differente, e poco coerente in relazione ai suoi tic e alle sue tipizzazioni.

In Blade Runner Rick Deckard è salvato dallo stesso replicante a cui dava la caccia, che non solo lo risparmia ma apre ai suoi occhi una visione, una complessità fatalista del mondo fino ad allora sconosciuta. Dov’è in quel film la verità? Chi sono i buoni e chi i cattivi? Quali leggi morali educano e regolano il comportamento dei personaggi? Ecco perché i personaggi del genere postmoderno, che assomma e radicalizza al suo interno tutti i generi, non sono più a tutto tondo, non hanno più un certo meccanicismo di fondo che induceva Sergio Leone ad esclamare che i personaggi di Eastwood hanno due espressioni, con o senza cappello. Questo il punto tuttavia: ai narratori – di qualunque ambito artistico essi siano – e ai loro protagonisti inventati non interessa la verità, si rassegnano a non raggiungerla, perché nel mezzo del cammino hanno trovato qualcos’altro o spesso hanno scoperto la mancanza di senso di qualsiasi ricerca della verità. La molteplicità della verità, l’incombenza plumbea di un potere oscuro ed ineliminabile, la serie di complotti a cui sono sottoposti i personaggi del genere fanno sì che molti di loro decidano per un destino di morte o di fuga. In letteratura, che più ha influenzato il cinema nell’ambito del postmoderno, le prime avvisaglie si hanno con i racconti di fantascienza, ambientati in scenari di distopia. È palese che nel secolo delle utopie realizzate, Comunismo e in un certo qual modo i Fascismi del mondo, la realtà abbia indotto gli scrittori e gli artisti a prendere atto che l’Utopia in arte non può che tradursi in Distopia, un mondo in cui tutte le relazioni sociali, economiche, culturali sono virate in un senso negativo – come in 1984 di George Orwell o Ubik di Thomas Pynchon (il primo romanziere a sistematizzare un universo di segni postmoderno e, per questo, saccheggiato dal cinema) o The plot against America di Philiph Roth. Diversamente dal romanzo tradizionale, basato sull’intrigo, i colpevoli non sono smascherati, ma predomina un senso di disorientamento che sembra implicito alla realtà. Anche qui la Verità non viene fuori eppure è sotto gli occhi di tutti. La lingua che esprime questi motivi presenta una continua mescolanza di culture e voci diverse, vi è una contemporaneità del non contemporaneo. La letteratura postmoderna si compone di decine di scrittori, americani e non,  ma ha con tutta probabilità i suoi più sfolgoranti successi con la definitiva consacrazione del fumetto promosso a genere letterario. Su tutti i fumetti anni ’80 dell’inglese Alan Moore. I creatori di postmoderno sono tutti consapevoli della forza del passato, dei miliardi di elementi che hanno composto le nostre civiltà, come se finalmente l’uomo avesse acquisito la consapevolezza socratica del so di non sapere niente. E’ così che, per reazione, gli autori sono affetti da bulimia artistica, debordante, allucinatoria, con periodi della frase infiniti e complessi – vedi anche il romanzo The Broom of th1e System (1987) di David Forster Wallace – mutuati dal soggettivismo mentale dei personaggi della Woolf o di Joyce, oppure le sfarzose scenografie dell’architettura, o la sottolineatura dell’arte creata con la tecnologia, in pittura o fotografia, o, da ultimo, gli infiniti scenari incubali di molti film. Esempio: in Brazil di Terry Gilliam la loquacità di alcuni personaggi o la loro frenesia sconfinano con la nevrosi che cinge la fine senza senso del film.
Gli autori del postmoderno adottano, dunque, l’ironia, il riso, la mossa beffarda o provano la strada pretenziosa della summa, in altri termini cercano di emettere la parola definitiva su un genere, o su un argomento spinoso, tentando di scrivere il Grande Romanzo o girare il Grande Film o dipingere il Grande Quadro, arrivando, tutti, alla conclusione che non può esservi qualcosa di così monumentale e che quindi la Verità non può far parte del bottino finale di questa ricerca artistica.

 

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. distopica

    Complimenti per il tuo commento postmoderno Guy Debord!
    grazie jeremy mi hai fatto capire tante cose su me stessa.

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  2. Guy Debord

    Antico, moderno, post-moderno, gasato, frizzante naturale,……….è lo stesso…..ma la prossima volta aggiungi l’indirizzo del tuo pusher!

    Rispondi

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