Je ne vote pas

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Si stava meglio quando....Esistono rituali che si compiono perché, alcuni dicono  sostengono alacremente si battono il petto, sono il sale della democrazia.

Il sale della democrazia, come ogni locuzione idiomatica e per questo stereotipata, protrude comoformismo, legittimazione vuota di chi la pronuncia, morte del linguaggio e dell’espressione che di per sè sono cambiamento, ricerca, confronto, polemica e che, invece racchiusi in un’unica formula che si prefigura di assumerle tutte, diventano riflusso delle idee in una sola verità di apodissi. La verità, ossia,  senza constatazione consapevole di una realtà che, colpevolmente, si considera data per assodata.

Mi scuso con chi legge per questo faticoso e verbalistico preambolo, ma lo dovevo a me – chi scrive, colui che scrive lo fa innanzitutto per sè – e lo dovevo a quello che seguirà. Sono due anni che non voto, anzi quest’anno sarà il terzo, e anche se non lo faccio a malincuore, credo fermamente che questa, ad ora, per me, sia l’unica via per attestare quel po’ di dignità che ancora sento animare la mia coscienza. Qualcuno, a dir la verità più di qualcuno, continua a ripetermi e a ripetere che la scelta del non voto è quella di un cattivo cittadino, che non votare equivale ad essere sconfitto in partenza, perché, così facendo, si concede l’amministrazione dei luoghi in cui si vive ai peggiori uomini, a quelli che si biasimano tanto. Addirittura qualcun altro avanza l’ipotesi, che spesso è più una reprimenda morale di sapore pedagogico, che se uno non vota, poi, perderà addirittura il diritto di poter minimamente criticare quello che accade nella propria città o nel proprio Paese.
Eppure io non voto.
Un cittadino non è meno cittadino di un altro se non vota. Forse è più cittadino, uno che vota per cinquanta euro? Oppure è più cittadino qualcuno che usa la propria preferenza per avere in cambio qualcosa dal politico per cui ha votato ed è infine stato eletto? Oppure è più cittadino colui che non rispetta alcuna norma di convivenza civile, o che costantemente, nella vita di tutti i giorni, ignora il fisco, i contributi, non ottempera ad alcun rispetto per l’ambiente, però poi, al calar dell’urna elettorale, si presenta ligio, fiero e puntuto ad esercitare il proprio diritto di voto, salvo poi sostenere che il voto è segreto perché, magari, la volta successiva dovrà votare per qualcuno che si presenta nello schieramento opposto e che gli concede qualcosa che fa più gola.
Non votare ha lo stesso diritto del votare, ne ha la stessa dignità, anzi a volte, la libertà sta nel non compiere qualche gesto, nel fermarsi prima, nel non accettare pedissequamente qualsiasi cosa ci venga imposta dall’alto. Nel nostro regime democratico la sensazione della libertà di fare tutto si traduce con la realtà di non poter fare niente, chè ogni gesto ci sia negato, chè la trasgressione venga demandata a chi va in televisone e si atteggia in modo strano, dimenticando che il vero atto eversivo non ha nulla a che vedere con le fattezze comportamentistiche od estetiche ma ha qualcosa di profondo e di morale di cui ogni uomo possiede il potenziale.

Il non voto diventa così una scelta politica, assolutamente non conformistica, e non perché vuole affermare una propria superiorità nei confronti di chi si candida – anche se, segretamente, potrebbe diventare una valida ragione – ma perché in uno Stato in cui abbiamo una legge elettorale con la quale non si può scegliere, o almeno che limita di molto questa scelta, in uno Stato in cui i partiti sono società private, spesso con logiche economiche cha vanno al di là delle più umane logiche, in uno Stato in cui le Istituzioni non esistono e se ci sono non fanno altro che farsi battaglia, in uno Stato in cui chi si presenta, sopratutto nelle orge di candidati delle elezioni comuali ed amministrative, lo fa per ottenere un’affrancamento sociale financo un posto di lavoro – non importa se esci consigliere, l’importante che ci porti qualche centinaio di voti, poi un posto in qualche ente si trova sempre per te! Bene, allora, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché io dovrei esercitare la mia libertà del votare così come è oggi. Cioè come un enorme, sordo e ripetitvo riflesso pavloviano.

Votare significa far parte di qualcosa, voler decidere da chi essere rappresentati, ma se chi si vota, dopo una anno, se ne va via per un’altra carica, oppure peggio viene inquisito, condannato, oppure passa a tutt’altro, sempre qualcuno dovrà spiegarmi JNVPil senso del votare. Se non sia più politico, incisivo ed indecente, nel senso di presa di posizione politica nella società in cui si vive, non votare. Qualchedun altro potrebbe rispondermi che allora avrebbe più senso candidarsi, invece di costruirsi una torre eburnea dalla quale giudicare tutto e tutti, un albero dei Giusti dal quale osservare la realtà con fare santo e rabbinico. Ma sarebbe anche questa una testarda notazione moralistica. Primo: non significa che tutti noi dobbiamo presentarci, sempre la mia dignità – che è poca cosa rispetto all’immensità del creato, ma è tutto quello che ho – mi condanna all’apprendere che non avrei le capacità giuste per amministrare una città; e in seconda battuta: così come per la politica, se uno non crede nelle religioni, non per forza deve fondarne una nuova per poter criticare le storture di quelle vecchie. Non votare significa resistere in questo momento a qualcosa che non piace, che disgusta, non mischiarsi ad un sistema di spartizione castale che ha inquinato qualsiasi tipo di obiettivo sociale, civico. Scusate il citazionismo, ma mi servo di altri per umiltà e per dimostrare che la mia opinione non è nè cieca nè arrogante. Nella famosa intervista del 1981 concessa da Berlinguer a La Repubblica, egli, da politico, afferma: ”I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela…Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi… sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”…I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni…Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università…Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi…molti italiani si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più”.

Dunque ritengo che faccia più politica chi combatte contro le lobby come le centinaia di avvocati che, pur con tutte le limitazioni della nostra legislazione in materia di class action, continuano imperterriti a sfidare i giganti del nostro capitalismo d’accatto. Fa più politica dire no ad una raccomandazione, esigere il rispetto delle regole, al limite fa più politica non chiedere permesso per qualcosa che ci è concesso di diritto. E poi come credere ad un Paese in cui la politica ha espresso il suo politico più rappresentativo, Giulio Adreotti, prescritto ma colpevole di comunanza mafiosa, e sopratutto a cui sono stati impediti i processi per ben ventisette volte prima che l’articolo 68 della nostra Costituzione fosse modificato nel 1993?

C’è un personaggio straordinario di un fumetto altrettanto complesso e monumentale, Watchmen, che esclama prima di morire “It’s  a joke. It’s all a fuckin’ joke”, è tutto un gioco, uno scherzo del cazzo, forse che il nostro regime democratico non sia uno fottuto scherzo? Forse che un paese che consente ad un certo tipo di classe dirigente di proliferare non sia uno scherzo? Io non lo so, so che lo scherzo di questo rituale del voto ad ogni costo mi sta stretto, la famosa formula montanelliana del turarsi il naso è ormai desueta e non più applicabile ai nostri tempi. Tutti devono pretendere di vivere, e io voglio respirare.  Voglio respirare senza essere costretto a fare questo gesto di per sè innaturale e che solo l’essere umano in natura riesce a fare, turarsi il naso. Io questo naso non voglio turarmelo, non voglio più votare per il meno peggio, il meno squalificato, il meno compromesso con le logiche argute e, allo stesso tempo, così ottuse del potere affaristico-politico, che considera le persone, elettori, non già individui ma elettori, solo meri elettori con una matita in mano pronti a fare un segno su una sudicia scheda elettorale, mezzi per arrivare alla propria realizzazione personale, per inquinare, come sosteneva Berlinguer, tutti i gangli economici, amministrativi, universitari, produttivi della società. In modo estremamente liberale, e per nulla egoistico, io, come tutti, mi auspico solo di pensare alla mia realizzazione, senza ancora sacrificarmi e turarmi il naso per uno Stato che non vuole essere salvato. Continuerò a non essere fiero di essere italiano e neppure a vergognarmene, ma mai e poi mai voterò perché qualcuno me l’ha comandato come se fosse un dovere da compiere. Voterò quando le premesse per un voto serie ci saranno, nel frattempo sono sicuro che “è tutto un dannato gioco!”.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Quante volte ho pensato che era meglio non andare a votare a fronte di situazioni che avevano deturpato politica e democrazia, a fronte di maschere che avevano invaso le istituzioni democratiche facendone ben triste stazionamento e avamposto per altri lidi ben remunerati? Tante ! Ma all’ ultimo minuto mi sono sempre convinta che restandomene a casa avrei contribuito al delirio di onnipotenza di chi occupava immeritatamente i luoghi di costruzione della Casa comune che milioni e milioni di morti innocenti ci avevano lasciato in eredità nei terribili anni del Novecento e che gli onesti cittadini pagavano con moneta sonante ed abbondante. Sì, in epoche non lontane vedere donne e uomini inadeguati macchiare, col loro opportunismo, i luoghi sacri del Bene comune mi nauseava, certo. Eppure trovai sempre la forza di accedere al mio diritto fondamentale di persona e cittadina che si ripeteva da sola, ogni giorno, che eravamo ancora in democrazia e che potevo ancora andare a consultare candidature e fare le mie scelte. La democrazia l’ho esercitata anche quando le lunghe ombre della mia infinita stanchezza s’allungavano ovunque dentro e intorno a me. Ad un certo punto ho avuto l’ impressione che la scena poteva cambiare. Non so dire ora se è cambiata veramente, in profondità e vastità sufficienti a guardare con maggior forza in avanti. Ma di una cosa sono certa, nonostante tutto: le astensioni possono avere una grande dignità e coerenza, ma consegnano di fatto la nostra vita magari a chi meno vorremmo fosse consegnata, senza nemmeno tentare di combattere con carta e matita la loro presenza sul nostro cammino. Col rischio che un giorno qualcuno possa decidere che allestire seggi e fornire schede e matite sia superfluo considerato che, se votare interessa a pochi, tanto vale tagliarne il costo. La democrazia è un sistema molto imperfetto, ma non possiamo perderlo, ci resterebbe in mano il peggio. La democrazia va migliorata, ciò è indubbio ormai e mi meraviglio e indigno che non si siano aperti ancora ampi tavoli di discussione sul come fare, cosa fare, noi liberi cittadini in libero stato, per far progredire la nostra democrazia. Delegare alla Magistratura la legittimità o meno di formule con cui andare a votare oppure inventare l’ ennesima fantasiosa formuletta estraendola da un rabberciato cappello a cilindro, non va ad incidere significativamente sulla qualità della democrazia e delle persone cui deleghiamo il delicato compito di governarci. Dobbiamo lavorare assieme per migliorare le MURA della nostra Casa. E, presso i suoi recinti, vanno tenuti attentamente d’ occhio tutti coloro che, travestiti da morbidi agnelli o attenti guardiani, sono pronti invece a dilaniare, per una manciata di danari, gli onesti, i giusti, i deboli. Votare sì, e possibilmente non essere messi nella condizione di annullare la scheda, ché è, questa, comunque una grave sconfitta. Cercare i modi piu’ giusti e condivisi per portare alla nostra rappresentanza politica, nelle diverse sedi, dalla più vicina a noi alla più lontana, le persone più degne, onorate e competenti, guardando al passato, analizzando il presente e cercando di sognare ancora il futuro.

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  2. .Keaton

    Jeremy, il tuo è un comportamento che denota una grande fiducia nel prossimo. Stai pure a casa alle prossime elezioni, al tuo futuro ci penseremo noi…

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  3. giampi

    “Sono pienamente d’accordo a metà” con Jeremy, nel senso che ne condivido i presupposti e anche quando scrive: “Fa più politica dire di no ad una raccomandazione”, ma non riesco ancora a convincermi che non votare sia la conseguenza logica e pratica.
    Allora meglio annullare la scheda come suggerisce TinoAnselmo.

    Candidarsi no, ma “partecipare” sì (che non significa solo candidarsi), in qualsiasi contesto democratico, dalla scuola dei figli al comitato di quartiere.

    Detto questo, scendendo nel concreto, oggi non saprei proprio per chi votare…

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  4. TinoAnselmo

    Il voto è un diritto ma anche un dovere. Quindi sí, sei meno cittadino se non voti. Se abiti in un paese che reputi di merda e di cui non ti senti parte e non voti, non lamentarti perchè la tua unica azione politica CONCRETA la eserciti votando. Scrivere sull’ Undici non conta niente, purtroppo. E se proprio non vuoi turarti il naso, vai a votare e annulla la scheda, ma vai a votare. Tertium non datur.
    E senza farla troppo lunga, se non voti o voti scheda bianca è come se supportassi la maggioranza, l’effetto CONCRETO è che contribuisci ad aumentare la merda di cui ti lamenti.

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