Google it! (e non rompermi le scatole)

Share on Facebook38Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

“Ciao, senti, mi dici un buon programma per vedere dei video?” “VLC” “Ah, grazie…e…senti…mi sai dire dove posso scaricarlo?” “Ma porca paletta!!! Google it!!! Cerca su Google!! (e non rompermi i maroni)!” Era il dialogo (via chat) di qualche giorno fa tra me e la mia amica Daniela.

Su Google ormai si trova tutto, ma proprio di tutto. L’intelligenza artificiale esiste già, ed è Google (o internet in senso più generale). Perché imparare e ricordarsi se si scrive ciliegie o ciliege? C’è la protesi del nostro cervello (internet) che contiene quest’informazione: è sufficiente scrivere “ciliegie o ciliege” su Google e l’informazione viene recuperta, esattamente come farebbe il nostro vero cervello. Perché tenere a mente dov’è un certo ristorante e come ci si arriva? Vai su Google Maps ed il giuoco è fatto.

E allora se così stanno le cose, perché Daniela mi fa queste domande? Perché non se le cerca lei su Google? Di fatto la sua richiesta: “Mi sai dire dove posso scaricare il programma?” significa: “Usi un po’ del tuo tempo per fare qualcosa per me?”. Non si tratta dunque di una mancanza di rispetto? Io mica ho tempo da perdere! O come minimo di una richiesta eccessiva ed inadeguata? Come dire: mi porti un bicchier d’acqua che non ho voglia di alzarmi?

Su Radio Catalunya (un’emittente di Barcellona, NdA) c’è un programma di grande successo. La gente chiama e chiede al conduttore che tempo farà in una certa città: “Domani vado a Londra: come sarà il tempo?”. Il conduttore ci pensa un po’ su e poi risponde in maniera non troppo precisa, ma molto efficace, con grande savoir faire. Cosa fa quel conduttore? Semplicemente va su un normalissimo sito meteo, guarda la figurina, nuvoletta, sole, pioggia e ci costruisce una storiella sopra. Io sono un maniaco di siti e previsioni meteo, e reputavo quel programma una stupidaggine per persone pigre o inadeguate, ma ho finito per essere catturato dalle capacità narrative del conduttore e sono stato più volte tentato di telefonare. Per il piacere di sentirmi raccontare da lui come sarebbe stato il tempo il giorno dopo.  

Ogni tanto andare al ristorante con mio padre mi dà ai nervi. Ci sediamo, c’è il menù dettagliatissimo, ma quando arriva il cameriere per prendere le ordinazioni, mio padre gli domanda: “Allora…cosa ci consiglia oggi? E…questo spezzatino com’è? Buono?”. Il cameriere alza un po’ gli occhi e io pure, pensando: “Ma insomma, ma è tutto scritto lì sul menù? Cos’altro hai bisogno di sapere? Eppoi cosa vuoi che ti dica il cameriere? Che lo spezzatino fa schifo??”. Mi sembra un comportamento al limite dell’irrispettoso e sicuramente inadeguato, proprio come quello di Daniela o degli ascoltatori di Radio Catalunya. Del resto viviamo in un mondo in cui da Mac Donald’s è sufficiente prounciare un numero (che corrisponde ad un menù) per ordinare il pranzo: interazione con l’essere umano minimizzata, efficienza di trasferimento d’informazione massimizzata.

Eppure, riflettendo, ciò che mio padre cerca non è solo una efficiente ordinazione delle pietanze, ma anche un’”esperienza” in senso lato, uno scambio umano che vada oltre la semplice trasmissione di informazioni. Per mio padre, così come per la mia amica Daniela, gli ascoltatori di Radio Catalunya o chi chiede indicazioni per strada invece di consultare il navigatore, non è importante solo ottenere efficacemente il risultato, ma anche generare un’opportunità per ascoltare e condividere una “narrazione” che certamente diminuisce la rapidità e l’efficienza della comunicazione, ma ne arricchisce il contesto umano.

Il mio amico Adrian mi ha raccontato che, trovandosi a Gerusalemme, gli è capitato più volte di chiedere indicazioni su come raggiungere un certo posto. Se domandava ad un israeliano, egli gli rispondeva continuando a camminare, in maniera molto sintetica, efficace e quindi cortese; se invece l’interlocutore era un palestinese, veniva invitato a prendere un té.

E noi? Come ci comportiamo quando qualcuno ci domanda per strada come raggiungere la stazione e magari si dilunga nel suo domandare, “andando fuori tema” e quindi cercando un qualche contatto che vada oltre il mero ottenimento dell’obiettivo? Ci spazientiamo e infastidiamo o accettiamo il contatto?   Dov’è il confine tra l’essere irrispettosi o inadeguati e l’essere invece alienati e incapaci di apprezzare le interazioni umane? E’ la buona educazione a potercelo dire? Ma anche la buona e cattiva educazione possono essere relative e soggettive: entrare in un bar una frenetica mattina a Milano e rivolgersi al barista dicendo: “Un caffé!” non è cattiva educazione, mentre lo è – ad esempio – in un più rilassato paesino di provincia salentino dove è abitudine salutare e con calma ordinare il caffé.

Come comportarsi allora? Il rischio che la modernità tecnologica amplifica enormemente è concentrarsi solamente sul risultato. Google, internet, i navigatori satellitare, ecc. sono strumenti volti all’ottenimento più rapido ed efficace possibile del risultato. Occorre sfuggire alla tentazione di essere “passatisti” ed essere invece contemporanei e quindi sarebbe poco intelligente astenersi dall’utilizzare Google o pretendere che il cameriere si fermi al nostro tavolo per un quarto d’ora a raccontarci quanto sono deliziosi i piatti del giorno. Allo stesso modo non bisogna perdere di vista l’obiettivo, anzi tenerlo bello fisso bel mirino. Sforzandoci però di lasciare sempre aperti e ricettivi i canali di contatto umano che il cammino verso il risultato può offrirci, senza valutare e reagire ad ogni situazione in termini puramente utilitaristici.

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook38Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?