Gli Undici comandamenti

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Si illudono preti e politici che gli italiani siano ancora cattolici. Al massimo, si lasciano abbindolare dalle superstizioni legate a culti semipagani abilmente creati dalla televisione, come il monaco con la tomba d’oro delle Puglie.

Un’altra religione, il calcio, ha sostituito da tempo quella cattolica nel cuore degli italiani (il cervello, quando si parla di religione, non c’azzecca, sia detto senza offesa) e ne condiziona in maniera massiccia le scelte individuali e familiari. L’aveva già capito quel gran sociologo del Vanzina, ai tempi di “Eccezzziunale veramente”.

Nella scena iniziale, Diego Abatantuono, capo degli ultras del Milan, arringa la folla dei suoi fedeli con il “Vangelo secondo me”, raccontando la storia della discesa in campo di Rivera. Al posto del segno di pace, però, l’unica parola d’ordine è “viuuleeenz….”. Ma non parliamo degli ultras, che vivono in un mondo alla Comunione e Liberazione di assoluto dogmatismo, lontani dalla dimensione più terrena dei comuni fedeli, quelli che vivono la partita come la religione: la si vede a distanza di sicurezza comodamente a casa propria, davanti al maxischermo comprato a rate.

Al di là del fanatismo dei militanti, infatti, la squadra offre al tifoso ordinario un semplice sistema di valori in cui riconoscersi, una bandiera, dei simboli e un’identità fondata su una storia che sconfina spesso mitologico. Ogni club ha le sue vittorie da ricordare, affastellate a leggende composte di eroi, battaglie, furti colossali e coppe sfumate per un calcio di rigore. Ci sono abbastanza storie da riempire un’enciclopedia di miracoli, di santi e martiri: i romanisti ricorderanno saecula saeculorum il gol annullato a Turone nel 1981 che valeva il titolo con la Juventus; gli juventini pensano che la loro retrocessione in serie B per illecito sportivo sia stata ingiusta; i laziali non dimenticheranno mai i componenti della squadra violenta e maledetta del primo scudetto.

Che c’entra tutDioto ciò con la religione, che si occupa dei grandi temi della vita, della morte e del dolore? Non è il calcio solo una frivola attività per soddisfare momentanei piaceri terreni? No, non è così, e non solo perché il calcio assume toni catartici e millenaristici degni dei più astrusi culti. Per esempio l’adesione ad una squadra costituisce un momento di elevato significato esistenziale, che viene periodicamente rinnovato (insieme all’abbonamento a Sky) con concrete manifestazioni di pietà e devozione, il lunedì mattina dopo l’ennesimo pareggio casalingo con l’ultima in classifica. La forza dell’appartenenza impedisce le fuoriuscite estemporanee. Si nasce, si vive e si muore con gli stessi colori. È più facile diventare buddisti, si può cambiare religione per amore, ma non la squadra. Si possono avere crisi momentanee, legate a particolari momenti di sfiducia nel team e nella società, ma l’abiuria è un delitto non contemplato nel codice del tifoso, perché il passaggio ad un’altra squadra è segno, come minimo, di scarsa serietà e maturità. Più ammissibile l’agnosticismo e il transito a sport meno empatici come il curling.

Del resto, il calcio offre risposte anche alle più angoscianti domande, in primo luogo, ovviamente, la paura della morte. Un albo d’oro è la prova che l’immortalità esiste. Gli almanacchi del calcio sono gli equivalenti dei poemi epici che tramandano da secoli i nomi degli eroi. La squadra è nata prima di noi, vive con noi e continuerà anche nel futuro. Certo, se il presidente fugge con la cassa… Ma la prodigiosa capacità dei club di risorgere dalla tomba del fallimento (vedi la Fiorentina nel 2001) fornisce la migliore prova che esiste la vita oltre la morte.

Non è però necessario scomodare temi così alti. Anche nelle scelte quotidiane, la morale calcistica offre esemplari pillole di saggezza da condensare in pratici comandamenti: “fare tutto per la squadra”, “dobbiamo impegnarci di più”, “abbiamo fiducia nel mister”, “dobbiamo essere più concentrati” e l’eterna espressione dell’attaccante bollito, “mah”, che condensa in un suono l’incertezza della condizione umana.

Certamente, l’interpretazione delle sure calcistiche varia nelle diverse latitudini. In Italia contano i tre punti, per cui va bene vincere anche con un rigore inesistente al 95°. Nei paesi anglosassoni dicono che sia più importante il fair play che la vittoria. In Giappone si rende omaggio all’avversario anche dopo tre clavicole spezzate, nei paesi arabi è essenziale non vincere contro la squadra dell’emiro.

sport_calcio_italiano_tifosi_romaIn Italia, il sempre fragile equilibrio tra scarso spirito collettivo (se a Totti girano le balle, la squadra non gira) e individualismo congenito trova la massima espressione nel santo, ovvero il fuoriclasse, il genio che vive in un empireo sovrumano dove non si applicano le normali regole della vita. I santi fuoriclasse offrono al tifoso ordinario modelli di vita, ad un tempo irraggiungibili ed esemplari: sono un genio del volante, quindi passo col rosso perché io non provoco incidenti. Sono un genio del diritto, quindi perché applicarlo a me nelle assemblee di condominio? Sono un genio della politica, e quindi posso raccontare anche barzellette che offendono gli ultimi quarant’anni di progresso civile e sociale.

I valori morali offerti dal calcio offrono inoltre consolazione dalle difficoltà della vita. Con questo non vorremmo mai dire che basti una vittoria del Napoli per dimenticare i sacchi di spazzatura per strada. È una questione più sottile. Come la religione pretende, con molta fantasia, di spiegare il dolore nel mondo, il tifoso ricava dalle sconfitte, ovvero, per dirla come i sociologi francesi, dalla narrativa della sfiga, la sua interpretazione dell’esistenza: “ci hanno rubato il campionato”, “il rigore non c’era”, “la sudditanza psicologica degli arbitri”, “non vogliono le piccole squadre”, “Moggi non era corrotto.”

E’ chiaro che non si tratta di banali consolazioni da confessionale quanto di complesse giustificazioni, che si prestano ad essere cooptate per ogni evenienza. Prendiamo, per esempio, la storia italiana. Sono stati i piemontesi (sempre loro, gli juventini) ad affossare lo sviluppo del sud nel 1860; è stato Vittorio Emanuele III, arbitro corrotto, a far salire al potere Mussolini; la sconfitta nella seconda guerra mondiale (la Coppa dell’Asse) non è stata causata dalle pietose tattiche del mister o dalla mancanza di scarpette adatte per i campi gelati della Russia, ma è stata colpa della mancanza di motivazione dei giocatori. Anche oggi, gli arbitri (ovvero i giudici) vogliono sovvertire il verdetto del campo (le elezioni). E quindi, Moggi (Berlusconi), non è corrotto ma è stato accusato solo per invidia, perché è un vincente.

EstasiChe promesse quindi offre il calcio? Quello di una continua sofferenza terrena. Si perdono molte più coppe di quante se ne vincano. Il fedele dell’Italia sa che nel corso della sua vita avrà la soddisfazione di vincere una coppia di coppe e sette volte sette orrende partite. Ma non importa. Nel cuore di ogni fedele si nasconde l’aspirazione finale al regno dei cieli, quello stato di beatitudine infinita che abbiamo provato tutti, in tribuna o più spesso in salotto, circondati dagli amici, quando Tardelli segnò alla Germania e Grosso realizzò l’ultimo rigore alla Francia.

Nel regno dei cieli saremo tutti Tardelli, per sempre. Decisamente il calcio è una religione molto più seria di qualsiasi altra.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Chica

    Diciamo che offri validissime ragioni per credere sia tutto vero. E forse lo è. A volte la verità è semplicemente ciò che più intelligentemente ci viene proposto come tale

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  2. José Mourinho

    Mi scusi signor Jumpi, ma si sbaglia. Diego Armando Maradona non è Dio, perché Dio sono Io: moltiplico i pani e i pesci, faccio le nozze con i fichi secchi, cammino sulle acque, resuscito i morti …
    JM

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  3. Pesaola

    Diego Armando è Dio, è vivo e lotta insieme a noi. E quando muore nessun problema, risorge.

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  4. giampi

    Diego Armando Maradona è stato capace di far combaciare sogni e realtà, dando perfetta realizzazione ai desideri di migliaia, di milioni di persone.
    E chi altri è Dio se non qualcuno o qualcosa capace di fare ciò che noi non siamo in grado di fare, ossia, in particolare, trasformare in realtà i nostri sogni più belli e impossibili?
    E’ miope stupirsi dell’amore di cui è ed è stato oggetto Diego Armando Maradona.
    Questo è stato Diego Armando Maradona: Diego Armando Maradona è stato Dio.

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  5. Rumenigghe

    Fii Fii Fiiiiiiiii…..la messa è finita! Andate in pace!

    Grande Max!
    Come darti torto? Speriamo che il cattolicesimo nefasto sia al piú presto lasciato solo ai 4 ciellini col cilicio.

    Segnalo solo l’apparire delle prima bestemmie (come in tutte le religioni che si rispettino).
    Ieri in un bar ho sentito Porco Tardelli!

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