Piccolissime avvisaglie…

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C’era una volta il calcio italiano. Quello del campionato più bello del mondo. Quello dove i talenti di tutto il mondo, davanti ai microfoni, dichiaravano “Il mio sogno è giocare in Italia”.

Quello dove c’erano gli arbitri più bravi del mondo. I tifosi più caldi. Il gioco più bello del mondo. Quello dove c’erano Zico, Maradona, Falcao, Platini, Zidane e Ronaldo. Ma anche, a dirla tutta, Luis Silvio, Pedrinho, Luvanor, Vampeta, il filosofo Socrates e perfino “er moviola” Andrade. Vabbè, nessuno è perfetto. Ma tra i fenomeni paracalcistici più curiosi un posto d’onore spetta di diritto a Saadi Al Gheddafi. Figlio di cotanto colonnello, il giovane ingegnere riuscì a coronare il sogno di ogni tifoso e malato di calcio: essere totalmente inadeguato alla professione di calciatore e poter ugualmente, sfacciatamente, calcare i campi del campionato più bello del mondo contendendo il pallone a campioni del calibro di Ibrahimovic e Totti.

E chi fu il primo ad esaudire il sogno di questo bambinone tanto viziato quanto ricco, tanto scarso quanto bizzarro? L’ineffabile patron del Perugia, quel Gaucci che ha dovuto giocoforza posare le sue flaccide natiche per anni sulle spiaggie di Santo Domingo per tenerle lontane dalla minaccia di deflorazione da parte della giustizia italiana. Da poco rientrato in Italia grazie, appunto, ad un puntuale indulto della sopracitata giustizia nostrana. Nel 2003 arrivò quindi alla corte di Gaucci e Cosmi seguito dal classico corteo di servitori, schiavi, portaborse, medici personali nonché immancabile codazzo di limousine lucidissime e blindatissime. In verità non giocò molto. Più precisamente solo una manciata di minuti durante un Perugia-Juventus (1-0). Che poi fosse pure azionista dei bianconeri è un trascurabile dettaglio. Ma tanto bastò per immortalare l’epica immagine in cui il nostro sembra tenere a bada con tecnica e destrezza il ben più famoso Pinturicchio Del Piero.
Ma se a Perugia non lasciò grandi ricordi da un punto di vista squisitamente calcistico, già diede i primi segnali di un comportamento alquanto bizzarro e particolare. Ad esempio, era talmente felice per il suo esordio che volle regalare una Smart a tutti i compagni. Non se ne fece nulla solo per un problema d’immagine nei confronti dello sponsor della squadra…Ma ormai era un calciatore vero. E per non farsi mancare anche gli aspetti più oscuri dello sport si fece pizzicare dall’antidoping con un bicchierino di nandrolone nel sangue dopo la partita Perugia-Reggina del 5 ottobre 2003. Ca va sans dire che non avesse giocato nemmeno un minuto di quell’incontro…

Ne seguono le più ovvie scusanti di stampo medico (farmaci per il mal di schiena) e l’altrettanto ovvia squalifica. Ma il ragazzo non molla. E, ohibò, passa all’Udinese, tradizionale fucina di campioni scovati in ogni stato del globo terracqueo. Che sia la volta buona? Che davvero a Perugia non sia riuscito ad esprimere tutto il suo talento? I tre scampoli di partita di coppa Italia non ne sveleranno mai il mistero, ma le testimonianze di chi l’ha potuto seguire da vicino nella sua opaca quanto rapidissima parabola nell’olimpo del calcio italiano ne danno comunque un’immagine assolutamente interessante. Magari non da un punto di vista prettamente tecnico. Sicuramente però ne esce un profilo che testimonia perfettamente l’equilibrio e il contatto con la realtà del ragazzo, della famiglia e di tutta la corte di segretari e tuttofare che non lo lasciava solo un attimo.

Ad esempio non era facile per l’albergo (dove il gruppo occupava un’intera ala) adeguare le scorte di latte alle necessità della moglie di fare il bagno nel prezioso nettare candido. Anche la famigerata stanza 603 dovette essere adattata ai suoi singolari inquilini: il dobermann addestrato Dina e il suo fedele accompagnatore. Val la pena specificare che il quattro zampe dormiva nel letto mentre il bipede sul tappeto accanto.

Chiaro che anche le cucine non restavano immuni dalle stravaganti richieste del centrocampista libico: non era facile trovare nel cuore della notte 3 chili di caviale beluga per saziare un’improvvisa voglia di Saadi né tantomeno trovare il filetto di angus gradito alla dolce Dina…

Troppo facile anche immaginare quale auto possedesse la nostra eterna promessa: un Hummer bianco limusinizzato dall’approssimativa lunghezza di un torpedone da gita scolastica.
All’interno due comodi salotti con bar e tv al plasma. Saadi però non ci saliva mai se non dopo aver mandato in perlustrazione la fedele Dina opportunamente addestrata alla ricerca di esplosivi. Lei, ubbidiente, entrava, fiutava e poi dava il via libera al prudente padrone.

Il circo della famiglia Gheddafi con contorno di guardie del corpo, segretari ed accompagnatori costava all’incirca 3000 euro al giorno all’Hotel La’ Di Moret alle porte di Udine. Extra a parte, ovviamente. Tra gli extra credo si possano annoverare anche le famose scorribande al Crazy Horse di Parigi con jet privato. A questi blitz il generoso Saadi faceva partecipare anche parecchi compagni di squadra che poi, puntualmente, la mattina dopo marcavano visita all’allenamento colpiti da improvvisi stati febbrili o inaspettate sciatalgie.

Insomma, forse non un leader in campo ma sicuramente uno che faceva “gruppo” nello spogliatoio. In buona sostanza, comunque, nemmeno a Udine la carriera calcistica del figlio del Colonnello riuscì ad avere un’impennata decisa. L’ultima speranza fu Genova, sponda blucerchiata, ove Saadi fu ingaggiato nella stagione 2006/2007. Ma anche lì il suo talento non fu capito e terminò la sua carriera di calciatore senza mai scendere in campo in partite ufficiali e tornando così alle sue attività d’imprenditore, produttore cinematografico, ingegnere ecc ecc…Interessante, infine, anche la testimonianza del portiere dell’albergo di Udine: “Il suo rapporto con le donne? Beh, noi di Udine il bunga-bunga lo abbiamo scoperto con cinque anni di anticipo…”.

Ps: questo articolo non è un articolo di gossip o di costume ma solo una catarsi personale. Voi non potete immaginare quanto lo abbia invidiato e per quanti anni io abbia sognato di scendere in campo anche un solo minuto con la maglia dell’Atalanta.

 

 

 

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Chi lo ha scritto

Ciccio

Nato nel sessantotto, laureato in Farmacia, vive a Bergamo, talvolta si sposta a Bergamo alta ma solo se in possesso di regolare visto. Appassionato di musica, la ascolta senza far danni mentre quando la suona i suoi tre gatti hanno imparato a latrare. Felicemente malato di Atalanta (malattia non sessualmente trasmissibile), ama i viaggi – soprattutto in Africa – , i Simpson, la fotografia, le moto (vecchie), Manu Chao, i libri e i giocattoli.

Cosa ne è stato scritto

  1. redaelli.carla

    caro ciccio non voglio ripetermi nel dirti che hai una bella vena…..ho continuato a sorridere per una decina di minuti. baci momi

    Rispondi

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