Un calcio all’Italia

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Al vostro autore l’Unità d’Italia piace, fosse anche solo per il fatto che

può viaggiare da Milano a Reggio Calabria senza passaporto (mettendo da parte gli inconvenienti sulla A3) e trovare la soppressata anche a Sondrio. Gli piace anche per motivi più sostanziali (la Repubblica, la democrazia e i diritti sociali) di cui, però, non frega nulla o quasi ad una buona fetta della popolazione autoctona, che ha bisogno di motivi più comprensibili per amare l’Italia.

fig. 6 bis LeonardoQuindi, niente 17 marzo, 25 aprile e 2 giugno. Basta con Mazzini, Garibaldi e Cavour. Lasciamo perdere anche la romanità e il Rinascimento. Al suo posto il calcio, la Serie A, gli Azzurri, Vittorio Pozzo, Enzo Bearzot e Marcello Lippi. Meglio della lupa romana. Più comprensibile dell’Uomo di Vitruvio. Più divertente di Dante Alighieri. Più vincente di Alberto da Giussano.

A chi obietti che il calcio non può essere la base di una moderna democrazia occidentale, va risposto che tutti gli Stati si basano su miti inventati di sana pianta. Gli americani se la menano tanto con il 4 luglio, ma se eri nero ed indiano, nel 1776, avresti sicuramente preferito restare con gli inglesi. La Spagna festeggia con il 12 ottobre il più colossale sbaglio marittimo della storia. Invece il calcio in Italia, grazie alla Gazzetta dello sport, racconta una storia vera e ben documentata, sicuramente più affidabile delle leggende di Re Artù e delle cronache di Tito Livio.

Occorre innanzitutto precisare che la vera data dell’Unità d’Italia è il 6 ottobre 1929, la prima giornata del primo campionato di serie A, la prima domenica di decenni di domeniche allo stadio, nonché conclusione finale di un cammino lungo e tortuoso di unificazione dei diversi campionati regionali a partire da premesse scoraggianti. Giunta infatti in ritardo alla nobile arte del foot-ball grazie agli inglesi, la penisola venne conquistata lentamente dal nuovo sport, partendo dalle basi nel triangolo industriale. Anche se già nel 1912 fu organizzata la finalissima tra le vincenti dei campionati del nord e del centro-sud, si trattava più che altro di una formalità per le squadre settentrionali, che vincevano regolarmente n a zero. Da parte dei dirigenti vi era fin dall’inizio la coscienza che la crescita del calcio avrebbe aiutato lo sviluppo del sentimento nazionale. Già all’inizio del novecento la parola foot-ball fu intalianizzata in calcio, ignobile tentativo di accreditare una parentela con il rugby fiorentino. Del foot-ball non rimase né il piede né la palla, bensì solo il calcio. Una lungimirante anticipazione dei falli tattici a venire?

Ci furono anche drammatici momenti, come la secessione del 1921-22, avvenuta non tra nord e sud, come qualche maligno in camicia verde potrebbe pensare, bensì tra le squadre più grandi riunite nella Confederazione Calcio Italiana e quelle medio-piccole che restarono nella FIGC. Fu il primo serio episodio di un conflitto costante tra ricchi e poveri che attraversa la storia patria fino ai giorni nostri (vedi la battaglia per i diritti televisivi) con l’abituale sconfitta dei secondi.

Prima di raggiungere le altre civiltà calcistiche evolute, l’Italia ebbe bisogno di un trentennio di preparazione. La creazione della Serie A deve molto a Leandro Arpinati, “ras” del fascio emiliano, presidente della FIGC, che intuiva l’importanza propagandistica dello sport per il regime in fez e manganello. Non sarebbe stata l’ultima volta che il calcio si sarebbe stato unito alla politica. Per fortuna siamo in democrazia, per cui i politici-presidenti truffaldini vengono in ogni tinta.

Dopo il 1929 la società italiana è cresciuta unita nella liturgia della domenica pomeriggio. Masse crescenti hanno avuto la loro prima formazione civile allo stadio, hanno imparato l’italiano alla radio e successivamente alla televisione in monoscopio della RAI. Questo assetto è rimasto praticamente immutato per quasi sessant’anni, fino agli anni ’80, quando i problemi sociali ed economici misero in crisi il sistema. Crebbero i costi e i debiti delle società, si aggravarono le disuguaglianze tra società forti (Juventus) e il resto, aumentò la pressione degli stranieri (quanti per squadra?), la criminalità dilagò negli stadi. Si Tifedenunciò lo scarso peso dell’Italia nei consessi internazionali (UEFA e FIFA). Anche allora si parlò di giustizia giusta, quella della moviola, contrapposta alle scelleratezze dei giudici politicizzati, cioé gli arbitri che pativano la sudditanza psicologica dei club più forti.

All’epoca si parlò molto di riforme, finché un discusso imprenditore del calcestruzzo milanese, legato anche a un sindacato segreto di muratori, assunse la presidenza del Milan. Era il 20 febbraio 1986. Le speranze di cambiamento furono soffocate da una montagna di soldi e da grandi illusioni. Iniziava l’epoca dei soldi, della televisione a pagamento, delle star e delle mogli delle star, del calcio spalmato su tutta la settimana, senza soste neppure in estate, corredato da una montagna di chiacchiere H24. A Berlusconi si aggregarono altri imprenditori rampanti, specchio della Neoitalia che sorgeva in quei giorni, i Cecchi Gori a Firenze, i Tanzi al Parma e i Cragnotti alla Lazio. Fu un’illusione e un delirio collettivo, fondato su plusvalenze, trucchi contabili e debiti crescenti da spalmare, finché era possibile, sulla collettività.

A dieci anni dall’inizio del XXI secolo anche le certezze unitarie sono in crisi. L’unità della domenica calcistica è finita per sempre. La Serie A si dibatte fra una crescente frammentazione fra poche squadre globalizzate e una moltitudine di club plebei, regionali e sull’orlo del fallimento. Scopone (gioco di carte)Anche la Nazionale non attira più l’entusiasmo di un tempo. In campo continentale subiamo un’umiliazione dietro l’altra. L’UEFA preferisce assegnare i campionati europei a polacchi e ucraini piuttosto che agli italiani. Sul piano globale subiamo l’avanzata delle potenze emergenti come la Nuova Zelanda, la Slovacchia e l’Egitto.

Eppure, nessun declino è inarrestabile. Occorre riconoscere le radici calcistiche dell’Italia. Il calcio resta la religione più diffusa e praticata in Italia, aperta a persone di ogni razza, ceto sociale, età e sesso: oltre la metà degli italiani si definisce tifosa, contro il 20% scarso che frequenta la chiesa ogni settimana. Cristo perdona tutti i peccati, ma gli italiani non perdonano gli arbitri che sbagliano.

Un popolo che si rispetti deve ricordare gli eroi della sua storia: Enzo Bearzot, Vittorio Pozzo, Giuseppe Meazza, Roberto Baggio, il Grande Torino e celebrare con sobrietà (ma ci stanno bene anche i caroselli di auto) gli anniversari delle vittorie ai mondiali: il 10 giugno (1934), il 19 giugno (1938), il 9 luglio (2002) e l’11 luglio (1982).

Ci sono motivi di speranza. Conoscere meglio il passato, capire le ragioni per cui un campionato sottosviluppato con solo quattro squadre abbia generato un meraviglioso movimento di milioni di persone, rivivere i gloriosi momenti delle vittorie, aprire le squadre ai giovani e formare le nuove leve nei vivai. Non ci mancano le risorse. Nel calcio c’è tutto il nostro passato e il futuro. Solo in questo spirito potremmo avviarci verso i prossimi appuntamenti europei e globali sicuri delle nostre capacità, in uno spirito di sana unità nazionale e di onesta competizione con gli altri popoli della FIFA.

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Max Keefe

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Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Pur considerandosi uno scrittore di buon livello, non ha trovato nessun editore che abbia voglia di pubblicare i suoi libri. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici. Il saggio è disponibile gratuitamente su www.robertomengoni.it

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