Sympathy for the devil

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Sì, mi rendo conto. È come difendere Belzebù. Come far passar Satana per un chierichetto. In tempi di “biomania”, di metodi naturali e di rimedi a base di ingredienti tutta genuinità non è facile difendere il vecchio, spaventoso, minaccioso farmaco.

Sì sì, quello che andiamo a comprarci – spontaneamente o sotto rigida prescrizione – in farmacia così come quello che, volente o nolente, ci somministrano quando nostro malgrado (o per nostra fortuna, in certi casi) varchiamo la soglia di qualsivoglia struttura ospedaliera.

Purtroppo, soprattutto negli ultimi anni, il medicinale si è conquistato una fama straordinariamente negativa, come se chiunque ingerisse una pillola, una compressa o ancor peggio si iniettasse qualsiasi principio attivo fosse una sorta di drogato, schiavo di sostanze perlopiù tossiche, inghiottito nel tunnel del farmaco e nelle mani dei pusher dell’industria farmaceutica. In questo comodo varco si sono agilmente infilati tutti i sostenitori dell’omeopatia, della medicina naturale, della fitoterapia e dell’erboristeria con velleità terapeutiche.

Frenato da un innegabile conflitto d’interessi, non entro nel merito dell’efficacia dei suddetti metodi terapeutici, ma allo stesso modo non posso esimermi dal prendere le difese del farmaco – diciamo così – tradizionale. Innanzitutto mi preme sgombrare il campo da un equivoco di base che, già da un punto di vista meramente “linguistico”, sembra bollare indelebilmente tutti i medicinali. L’aggettivo in questione è – lo sento già il brivido lungo le vostre schiene – chimico. Il farmaco è – brrrr – un prodotto chimico, addirittura di sintesi. Oddio che paura!

Ebbene “roba chimica” è la definizione più scorretta, fuorviante e qualunquista che possa essere utilizzata per definire i farmaci. Sì in molti casi è un prodotto chimico, e qual è il problema? Il farmaco, più di ogni altro prodotto in commercio, dichiara apertamente ciò che contiene, ne certifica la provenienza, non può omettere nulla, nemmeno il più trascurabile eccipiente e non può scrivere sulla composizione – per dire – definizioni generiche o poco chiare.

A ciò aggiungo che il farmaco descrive per filo e per segno – all’interno del foglietto illustrativo altrimenti affettuosamente chiamato “bugiardino” – qualsiasi effetto collaterale, qualsiasi interazione con altri farmaci, avvisa i potenziali pazienti che potrebbero accusare disturbi durante la somministrazione, ne descrive eventuali sintomi e, a monte, ha anni di studi e sperimentazione che ne accertano l’efficacia e la sicurezza se correttamente somministrato.

Quello che – chiedo scusa – mi manda letteralmente in bestia è che ogni volta che passano davanti agli scaffali di un supermercato quelle stesse persone che si vantano di non usare (o di usare il meno possibile) i farmaci buttano nel carrello in totale leggerezza centinaia di prodotti che contengono sì additivi chimici o di sintesi (aromi artificiali, coloranti, ecc ecc) ma di ciò non se ne preoccupano minimamente. Senza contare che, posso affermare con certezza, i prodotti alimentari non sostengono nemmeno lontanamente le prove e le sperimentazioni a cui sono – giustamente – sottoposti i farmaci prima di ottenere l’autorizzazione all’immissione in commercio. Controlli a cui poi, periodicamente, vengono sottoposte tutte le aziende farmaceutiche da parte delle autorità competenti (Ministero della Salute, Aifa e Istituto Superiore di Sanità) per garantire che il processo produttivo avvenga sempre secondo le Norme di Buona Fabbricazione e secondo protocolli che ne garantiscano la qualità e la sicurezza. Aggiungo, infine: sono per caso descritti sull’etichetta di alimenti o bevande indicazioni o controindicazioni del prodotto in questione? Tralasciando ovviamente il fatto che non si tratta di prodotti curativi…

Mmhhh…Dai dai, provate ad immaginarli…Zampone puro suino gr 500. Modo di somministrazione: per via orale previa cottura in acqua bollente. Effetti collaterali: se ingerito in dosi abbondanti e con continuità può innalzare il colesterolo a livelli di rischio per la salute del consumatore, ostruire vene e arterie con implicazioni di origine cardiocircolatoria ecc ecc. Effetti indesiderati: sempre se ingerito in dosi abbondanti e con continuità o con contorno di salama da sugo e cotechino può provocare innalzamento delle narici, grugniti involontari, spasmi in cui il consumatore è istintivamente spinto a rotolarsi nel fango e ad ingerire ghiande e carrube; i capelli e la peluria corporea tendono a trasformarsi in setole ribelli a qualsiasi trattamento con balsamo o gel e, nei casi più gravi, crescita di una protuberanza a ricciolo nella zona appena superiore all’orifizio anale. Tenere lontano dalla portata dei bambini soprattutto se già in sovrappeso o già imbottiti di golose merendine.

Ok, l’arringa è più o meno finita. Anche perché credo di non essere un talebano del farmaco né tantomeno un tossicodipendente da Aulin o altro. Quello che però vorrei fosse chiaro, visto dall’interno, è che i farmaci non sono porcherie. Sono rimedi. E come ogni rimedio presuppone anche che non sia una panacea miracolosa. Anzi, la loro somministrazione può comportare effetti indesiderati e quindi, va da sé, i farmaci devono essere somministrati solo se è strettamente necessario.

E qui nasce un problema. Ossia ci sono persone, chiamiamoli “pazienti”, che sentono il bisogno irrefrenabile di ingoiarsi qualcosa al primo segnale di disturbo. O, nei casi peggiori, anche quando il sintomo è solo nella loro immaginazione e non nel loro organismo. Questo è profondamente sbagliato. E questo è nelle mani della responsabilità di ciascuno. E per ciascuno intendo tutta la filiera. Ossia, dal basso verso l’alto (ma funziona anche al contrario): dal paziente, dal medico, dal farmacista, dai media e dall’industria farmaceutica. Che, sia detto a chiare lettere, non è certo un’accolita di missionari ma bensì, in certi casi – soprattutto multinazionali – una simpatica brigata di personcine con un bel gomitolo di cashmere sullo stomaco.

Un esempio per tutti potrebbe essere quel capolavoro di terrorismo pandemico che risponde al nome di “influenza N1H1 o più semplicemente suina. Da questo punto di vista sarebbe interessante entrare su altri argomenti assai stimolanti come la copertura brevettuale delle specialità, la diffusione del farmaco generico equivalente, le lobby del rimborso del SSN ecc ecc…Ma non voglio annoiarvi oltre e già così credo di essermi guadagnato la giusta dose di strali omeopatici e bioinsulti…Avanti, sono pronto.

Ps: news dell’altro giorno. Un integratore (non un farmaco) in commercio si spacciava per ricco di mirtillo. Ebben, del suddetto mirtillo, ad un’attenta analisi, nemmeno l’ombra…

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Aerre

    Cara Licia, anche se è passato molto tempo dalla scrittura di questo articolo e dal tuo commento, mi permetto di esporti una serie di “obiezioni” che mi sorgono spontanee, essendo un medico italiano e quindi laureata in medicina “tradizionale”. Premesso che posso darti ragione sul fatto che l’industria farmaceutica sia pur sempre un’industria e quindi a chiaro scopo di lucro, mi sento però di “obiettare” altre tue affermazioni, che non mi pare siano proprio corrispondenti al vero. Per esempio, in patologia clinica non ho mai studiato la malattia “menopausa”:come dici tu, è uno stato fisiologico, che tuttavia può essere legato ad una maggior probabilità di sviluppare alcune malattie in relazione alle modificazioni ormonali che porta con sè, ma -che io sappia-non è considerata una malattia dalla medicina “tradizionale”. Altro punto: l’influenza “suina” non è una malattia immaginaria; il virus H1N1 esiste, ho avuto anch’io dubbi sulla sua effettiva “drammatica” virulenza, tant’è che non mi sono vaccinata e probabilmente nel 2009 me la sono pure fatta senza particolari problemi(ma io non sono anziana,immunodepressa o cardiopatica), se si eccettua il febbrone da cavallo, però esiste. venoamo ai probiotici: chi l’ha detto che non li usiamo in medicina? Vengono regolarmente somministrati negli ospedali, non solo se un paziente è in terapia antibiotica e manifesta “problemi” intestinali, ma anche se non lo è; io stessa me li vado a comprare in farmacia quando ho problemi di questo tipo (no, non me li regalano). Infine, una domanda seria (perchè non ne ho idea): i medicinali omeopatici “te li tirano dietro”?! (da leggersi: te li regalano?) E un ringraziamento: grazie per aver richiamato alla mia attenzione il termine “medicina allopatica”; anche se ormai obsoleto, nella mia ignoranza non l’avevo mai sentito utilizzare. Non si finisce mai di imparare. Ciao.

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  2. licia

    caro ciccio,
    penso che tu abbia ragione su molti punti, il fatto è che le aziende farmaceutiche si sono guadagnate, e pienamente meritate, una pessima fama grazie almeno a due fattori:
    1. spingere il consumo di farmaci in tutti i modo possibili immaginabili, inventando malattie inesistenti (una delle tante la menopausa che è uno stato fisiologico ma viene ora spacciata per una malattia; la più eclatante, la suina citata anche da te, per cui dovevamo lavarci le mani ogni due per tre con il risultato che c’è stato un picco di psoriasi alle mani!)
    2. combattere come la peste tutto ciò che non fosse medicina allopatica invece che cercare le complementarietà che esistono con le medicine alternative (perchè se è vero che nulla cura un’infezione batterica come gli antibiotici, è altrettanto vero che nulla attenua gli effetti collaterali degli antibiotici come i probiotici, ma questo nessun medico e nessuna aziendea farmaceutica te lo dice mentre un medico di altre medicine, serio ovviamente, ti dice ciucciati gli antibiotici perchè se hai un infezione non puoi fare altro ma stai attento a non mangiare cose che affaticano il fegato e prendi i probiotici che attenuano gli effetti collaterali degli antibiotici, in una parola quel medico considera il tutto e non solo la parte da curare, cosa che nessuno fa nella medicina allopatica.
    Poi ci sono tutte le contraddizioni che vuoi, ed è vero che ci sono, ma se questo atteggiamento delle aziende (e dei medici allopatici) continua, il risultato sarà un sempre maggiore allontanamento dalla medicina chimica e quando succedono queste cose, si sa, si butta spesso il bambino con l’acqua sporca!
    Licia

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