Sentieri verso l’umano

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Con questo mio contributo vorrei proporre qualche riflessione “laica” a partire dal Vangelo, per capire se l’uomo Gesù ha qualcosa da dire all’uomo di oggi, anche al non credente. Leggeremo qualche parabola.

La prima è quella comunemente nota come la parabola del seminatore. Ne riporto il testo nella versione dell’evangelista Marco, all’inizio del capitolo quarto: “Di nuovo Gesù si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: “Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra cadde fra i sassi, dove non c’era molta terra, e subito spuntò perché non c’era un terreno profondo; ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. Un’altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. E un’altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno”. E diceva: “Chi ha orecchi per intendere intenda! ”.

Una osservazione iniziale: Gesù, con tutta probabilità, racconta questa parabola innanzitutto per se stesso. Leggendo ciò che precede il testo in questione vediamo come il nazareno abbia già subito molti fallimenti: i farisei e gli erodiani hanno già deciso di ucciderlo (lo leggiamo all’inizio del capitolo terzo) e i suoi parenti non lo riconoscono più, pensando che sia fuori di sé ed escono per andarlo a prendere. Ogni persona normale sarebbe caduta nello scoraggiamento; Gesù non fa eccezione. Ha bisogno di trovare una immagine che lo possa consolare e trova nell’esperienza del seminatore qualcosa che lo aiuta a riconsiderare la sua vita. Ciò che sta facendo non è vano, ma fa parte della quotidianità dei coltivatori. Bisogna seminare con abbondanza, sapendo che non tutto ciò che viene gettato finirà sul terreno buono; ma ogni seminatore sa che comunque ci sarà il raccolto perché conosce il suo terreno. Gesù capisce che, se pure ci saranno fallimenti nella sua vita, il dono di sé che sta facendo porterà frutti in abbondanza per tutta l’umanità.

Al Signore non interessa sapere chi sarà il terreno buono e chi invece non sarà capace di portare frutto. Gli interessa ricordarsi che il Padre Gli ha garantito che ci sarà buon esito. Questo fa bene anche a tutti noi. Chi è genitore sa che non tutto quello che viene fatto per educare i figli sarà immediatamente recepito; chi è sposato sa quanta fatica comporti l’amarsi davvero; chi è insegnante tante volte vede risultati solo dopo molto tempo; in tanti lavori bisogna aspettare anni per capire se e come si ha avuto successo; chi pratica sport sa che bisogna allenarsi molto per ottenere i risultati sperati.

Ecco, credo che questa parabola ci inviti a spendere fino in fondo la nostra vita, in tutto quello in cui siamo coinvolti, anche se in tanti momenti non vediamo immediatamente una proporzione tra quello che doniamo e quello che ne deriva. Ci invita ad essere generosi nel dono di noi stessi, perché il bene ha sempre una sua fecondità. E ci invita a non esprimere subito giudizi sulla “recettività” delle persone che abbiamo davanti, perché, forse dobbiamo dire purtroppo, il bene ha tempi lunghi.
Questo, mi sembra, è vero soprattutto nei rapporti con gli altri, nelle relazioni, croce e delizia di ogni esistenza. Nel lungo periodo il buon seme (sta a noi rendere buono e bello il nostro dono), che pure deve morire, farà quello che deve fare, cioè portare molto frutto.

 

 

 

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. .Keaton

    Mi piace questa tua interpretazione.Senza voler essere blasfemo e per coltivare la mia istintiva propensione a scherzare anche con i Santi, mi sembra però che l’invito a non esprimere subito giudizi sulla recettività delle persone che abbiamo davanti, in alcune situazioni non sia, allo stesso modo, praticato.Dal Vangelo di Matteo leggiamo infatti che “…Entrando nella casa, rivolgetele il saluto.Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi.Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città.” Questo, ad esempio, sarebbe uno di quei casi in cui, errori di valutazione nei rapporti interpersonali,potrebbero essere pagati a caro prezzo. Perfortuna, però, esiste il pentimento in extremis…

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