Holden e Martin

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La cosa più bella che si può provare leggendo il giovane Holden e Martin Eden…è quella di non sentirsi soli.

Holden Caufield e Martin Eden sono un appiglio, una gita su una barca chiamata “Trasparenza”, la prova vivente che i nostri pensieri più nascosti possono trovare spazio nel mondo reale.

SonDolori

Chi ha letto “Catcher in the rye” e “Martin Eden”, le due straordinarie storie di Jerome David Salinger e di Jack London, si è sentito un ragazzo sporco e allo stesso tempo pieno di amorevole comprensione verso gli ultimi. La caccia che Holden e Martin danno agli ipocriti, ai falsi, è la lotta che ognuno di noi, almeno per una volta nella vita, ha intrapreso contro il mondo così come ci è imposto dai grandi. Diventiamo adulti tutti, e ci imbatteremo in un giovane Holden o in un ardimentoso Martin che danno del filo da torcere alle nostre certezze di bancari, avvocati, commercialisti, imprenditori, ladri, santi etc. Provo a pensare se Holden si trovasse in uno di quei convegni che vengono rappresentati in televisione, oppure se Martin si vedesse recapitato in quei salotti della Roma bene in cui si discute di scelte veltroniane o dalemiane, sarebbero due schegge impazzite pronte a scalfire il dramma borghese dell’autoconvincimento, la mancanza di senso di alcune visioni del tutto scorporate dalla realtà.

I due ci aiutano a smontare la sicumera di molti uomini che si cimentano, senza la benchè minima autoironia o senso del ridicolo, nell’esercizio quotidiano della loro presentabilità. E chissà che direbbe quella sagoma di Holden se vedesse i dibattiti nei media, i cerimoniali della vita di tutti i giorni, le giacche e le cravatte mentali che costituiscono lo status quo delle nostre vite. Chissà come agirebbe Martin di fronte agli arroganti che infestano il nostro confronto pubblico, a quei volgari calunniatori che passano per enciclopedici e assoluti conoscitori delle storia dell’arte o per giornalisti certi delle loro opinioni per conto terzi, beh, credo che li prenderebbe a pugni senza aver paura di essere redarguito dai sacerdoti della terzietà (parola terribile e retorica me ne scuso) e dell’equilibrio.

I due ragazzotti forse rimarrebbero di sasso a sentire un ometto della Brianza che scalcia le parole dalla sua bocca, oppure si siederebbero contriti nel visualizzare, con il loro sarcasmo, l’anemia intellettuale e la penuria di coraggio di un intero popolo. Chissà…e poi ci sono i precari, i disoccupati, che hanno amato gli alter ego di Salinger e di London, che combattono la vita di tutti i giorni in qualità di inguaribili outcast; che rispondono alle critiche per non accettare le raccomandazioni, il clientelismo, la subordinazione ad un sistema di potere centrato sul servilismo e mosso da esso, con la forza che hanno donato loro il ragazzo che se ne va in giro per Manhattan e il guascone della baia di San Francisco.

Quando Jack London scriveva il suo Martin Eden si era nel 1909, questo carattere, costrutito di getto, in un vero e proprio sussulto di rabbia ed invenzione, divenne l’antesignano americano dei molti uomini fuori dagli schemi che hanno fatto sognare milioni di lettori. Martin Eden è il Tom Joad di Steinbeck, il Jay Gatsby di Fitzgerald, è l’uomo in bilico di Saul Bellow, il Robert Jordan di Hemingway, è l’Arturo Bandini di John Fante, il Dove Linkhorn di Nelson Algren, e mi fermo qui perché gli elenchi tendono sempre all’infinito quando ci prendi gusto. J.R.Salinger ci regalava il suo Holden Caufield nel 1951, e HoldeEdenn è il fratellino di Martin, mantenendo tuttavia un’autonomia rispetto ai personaggi citati. Tanto per cominciare Holden è più giovane, è un borghese ricco e di famiglia benestante, vive in manera geniale, ossia senza consapevolezza culturale, i mali dell’essere borghese, la costrizione del percorso che le società occidentali ci hanno insegnato essere l’unica via di realizzazione.

E allora Holden si ribella, senza gesti fragorosi, ma soltanto vivendo, vivendo la sua normalità di ragazzo adolescente che se la prende con il suo destino prossimo di parruccone, e divora l’esistenza venendo a contatto con personggi che il mondo dal quale proviene non avrebbe nè la forza nè l’umiltà di confrontarvisi. Penso, quindi, che esista una morale connessione che allaccia Martin Eden a Holden, un motivo ininterrotto che si propaga dall’inizio del secolo scorso fino agli anni cinquanta con qualche riverbero occasionale nei lustri a seguire (su tutti: i personaggi assetati di vitalismo di Jack Kerouac, i cinici sbandati di Bukowski e gli svitati cronici di H. S. Thompson); poi qualcosa si interrompe nella letteratura nordamericana, perchè, onestamente, e con tutto il dovuto rispetto che si deve ai grandi scrittori statunitensi che hanno solcato il secolo, non esistono più personaggi così potenti, uomini che si muovono verso il mondo, come fosse qualcosa da sfidare, amare, odiare, sempre con cuore e rabbia, voglia e desiderio, lacrime e risate grosse, senza calcoli e con una fragorosa, incredibile, devastante angoscia di lasciare il segno.

Martin e Holden si scontrano con la società costituita, se ne fanno beffe, ne svelano le imposture, sono due idealisti destinati a perdere ma dotati di una dignità che induce il mondo ad arrossire. La pena che scontano i due in Terra è quella di avere un imperativo etico: seguire la verità, la verità delle azioni, delle parole, dei comportamenti. Non hanno niente, non sono accademici, non sono ricchi, non potrebbero mai seguire un percorso regolare; ciò che gli rimane è seguire il loro solo ed unico dio personale: la Verità. La verità come sentimento religioso, liturgico, che li spinge a diventare martiri della società nella quale esistono. Ed è per questa ragione che le loro storie rimandano sempre a quell’uomo che, invitato al gran ballo con tutte le maggiori personalità della nomenclatura democratica, finanziaria, culturale, in due parole il nostro mondo, si reca nella sala, al centro della sala, e mentre qualcuno parla e straparla di crescita, sviluppo, lavoro, e dell’ultimo supposto grande scrittore, beh, quell’uomo si abbassa le mutande e, invece di generare riso, ironia oppure compassionevole pena, produce sempre e solo scandalo. Martin e Holden, e chi come loro, si nutrono di questo scandalo, consapevoli che chi non riesce a sopportare uno scandalo non potrà mai capire fino in fondo il mondo.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. giampi

    “Il giovane Holden” libro epocale della mia vita (letteraria).
    Ancora attualissimo: Holden non vuole appartenere ad un mondo adulto in cui nessuno considera di qualche importanza domandarsi dove vadano le anatre di Central Park d’inverno quando il laghetto gela.

    L’universo di Holden si divide in due: chi, come lui “giovane”, si chiede cosa facciano le anatre di Central Park d’inverno e chi, “gli adulti”, giudica la questione assurda e la liquida come una stupida idiozia.

    Il punto è tutto qui: diventare adulti continuando a chiedersi quale sia il destino delle anatre di Cental Park quando il laghetto gela.

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  2. kiki

    La butto lì.
    Probabilmente l’ho letto troppo tardi (attorno ai 25) e in un periodo che la mia vita – fatta di happy hour (!), feste a BO che in confronto il bunga-bunga mi/ci faceva una pippa (credevo che bologna fosse mia), fine degli studi e fancazzismo responsabile, ecc…- insomma, in un periodo che pensavo che la vita fosse un sogno (adesso cono convinto che i sogni aiutino a vivere meglio).
    Però, insomma, secondo me Il giovane Holden è sopravvalutato.
    Si accettano insulti.

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