Cosmo(un)polite: segregazione in NYC

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L’Upper East Side – il quartiere più ricco a e prevalenza bianca di New York – e Harlem – abitato da afro-americani – sono separati soltanto da Central Park. Il parco è lungo 4 chilometri e largo 800 metri.

Fino a dieci anni fa, l’aspettativa di vita di un americano bianco superava quella di un americano nero in media di otto anni. Oggi il gap si è ridotto, ma le differenze sono ancora sotto gli occhi di tutti. Meno di un chilometro e aspettative di vita agli antipodi. Le disparità persistono e non risparmiano nessun settore: dall’educazione, al reddito e al lavoro, dall’accesso alle strutture sanitarie, alle abitudini alimentari e al peso.

Forse la storia è qui maestra più di tante altre teorie. Il tentativo di legittimare l’esistenza della schiavitù a livello giurisdizionale, le posizioni intorno al tema, e le credenze culturali, sono una parte consistente della breve storia statunitense. Ed è difficile credere che i movimenti abolizionisti nascessero da sentimenti filantropici: gli schiavi che lavoravano per i latifondisti garantivano ricchezza e prosperità al Sud e non al Nord – dove appunto i movimenti sono nati.

Prendetela così: la schiavitù è stata abolita, ma tra oggi e ieri il filo conduttore è il permanere di forme di segregazione professionale. Il perché – ancora una volta – è troppo complicato da spiegare e non sempre politicamente corretto, mentre il come è interessante da osservare.

Iniziamo con questo link. Lo spot non è mai stato trasmesso ed è parte del film The Confederate States of America che narra cosa sarebbe successo se la guerra civile fosse stata vinta dal Sud. Comunque la tragedia della bambina che cade dalla bicicletta mentre la cameriera in minigonna porta la limonata al padre di famiglia e il giardiniere sudamericano taglia felice la siepe del giardino, non è un messaggio così lontano da quel che accade oggi. (Per fortuna poi ci sono geni come Tim Burton che pensano alla riabilitazione professionale dei giardinieri).

Ad evidenza di quanto detto, porto tre esempi.

Primo. Guardiamo la pubblicità ritagliata qualche giorno fa da un giornale free-press. Il messaggio è il seguente: tu, ragazza con i dreadlocks e dall’abito freak, che appartieni a una minoranza etnica, visto che non potrai mai permetterti una Medical School, perché non diventi una brava massaggiatrice o ti specializzi in chiropratica? Yes, you can. Attraverso messaggi subliminali e sapiente uso del linguaggio simbolico, la pubblicità è lo strumento per eccellenza per il rinforzo e la conferma della definizione di normale dell’immaginario collettivo.

Proseguiamo con il secondo esempio guardando questo link. La scena è tratta dalla serie Gossip Girl che racconta le vicende di sei ragazzi dell’Upper East Side. Dunque, Dorota è la tata polacca di Blair Waldorf, la più viziata delle protagoniste. Dorota è comandata a bacchetta, sempre obbediente e intimorita dai capricci della ragazzina. Però Dorota è indispensabile nella vita di Blair ed è proprio questo che ne nobilita il ruolo (che è stato, è e sarà quello di una governante). A chiudere il cerchio c’è il doorman di Serena Van Der Woodsen, l’altra protagonista della serie, che è invece ucraino. L’accento inconfondibile traccia il destino da lavoro domestico degli ex-sovietici. Un po’ come in quei film come The Terminal che anche dopo più di 15 anni dalla caduta del muro, ti ricordano l’inferiorità sociologica di chi proviene dall’ex URSS.

Infine in molti documenti ufficiali statunitensi (ad esempio quello per la richiesta del social security number) ci sono le sezioni ETHINICTY e quella RACE. La prima ti chiede se sei di origine Ispano-americana, mentre la seconda di selezionare – solo se vuoi, eh! – una casella che descrive la tua razza: Native Hawaiian, Alaska Native, Asian, American Indian, Black/African American, Other Pacific Islander, White. Ti si dice che l’informazione serve solo a scopo statistico. Comunque l’ordine delle risposte – casuale o meno che sia – non può evitare, per chi è bianco, di scorrere le altre caselle prima di flaggare la sua. E ogni volta che il cittadino X compila il documento Y (e ci sono buone ragioni che capiti diverse volte nella vita) si segnano dei confini mentali di appartenza ed esclusione.
Secondo voi, quando scarta la casella black la mente del white evoca le immagini di Obama e Malcom X, o piuttosto quelle del vigilante nero (e grasso) con l’uniforme blu o del ragazzo in giallo che lavora da McDonald?

Se in Italia ti dico “peruviano” quanti non pensano a una domenica soleggiata, una piazza cittadina e alla versione della colonna sonora di Ghost (o simili) suonata con il flauto di Pan da un omino vestito con stoffa colorata? Pochi.

Lo stereotipo razza-ruolo è – facile, concreto e quotodiano – e ha forse un potere evocativo più forte di quello razza-icona (icona della difesa di diritti per esempio). Però non so, questa è una provocazione.
Ma è una realtà che a New York accade che:
- se vai a farti una manicure o pedicure chi te la fa è sesso: femmina, razza: cinese;
- se finisci all’ospedale chi ti assiste è sesso: femmina, etnia: ispanica, razza: nera;
- se prendi la metrò, chi la guida è sesso: maschio o femmina, razza: nera
- se ti invita a casa un Upper East Sider ti aprirà la porta un sesso: maschio o femmina, razza: asiatica.

 

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. giampi

    Direi che lo scenario descritto rappresenta quello che sta accadendo e presto accadrà qui.
    Nonostante ci facciamo belli di considerare l’Europa una società priva delle divisioni di classe americane (rappresentate anche geograficamente), anche le nostre città, treni, scuole, ospedali stanno dividendosi ogni giorno di più tra ricchi/europei e poveri/extra-comunitari.

    Rispondi

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