Salò o di Arcore

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

cainanoGli ultimi episodi che hanno coinvolto il nostro Presidente del Consiglio infliggono nel nostro orgoglio una dura presa di coscienza su chi siamo e su cosa, specialmente il nostro Paese sia diventato nello stretto giro di vent’anni.

Non importa, almeno in questa sede, sapere se quei fatti siano passibili di pena, oppure stabilire se gli arzigogoli di legitimità siano fondati oppure no. Partiremo però dall’assunto che quelle ragazze, quei saltimbanchi, quei ruffiani, siano concreti e reali per iniziare una riflessione sul Palazzo e sul Potere, suggeritaci da Salò di Pier Paolo Pasolini. Il potere si rifugia in un bunker nei momenti di transizione ed è quello che è accaduto alla nostra scricchiolante Seconda Repubblica, fondata sul niente istituzionale e morale. Uno stato fantoccio è sempre voluto dai potenti della terra, lo controllano meglio e lasciano che i fantocci messi a capo di questo stato fantoccio facciano il loro comodo, a patto che rispettino la prassi burocratica che uno stato servo deve rispettare.

Il potere, banalmente – la banalità del potere, invece che del male – persegue i propri vizi non avendo null’altro che fare. Così come nel film maledetto di Pier Paolo Pasolini (PPP), “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Salò fu come Vichy, e come tanti governi del Novecento, una parentesi voluta da un Potere supremo, in quel caso il Nazismo. L’Italia, alleata storica della Germania, doveva essere controllata dalle orche del Terzo Reich, così si formò in fretta e furia, e con l’inganno di tante giovani menti, quello stato cuscinetto e intermediario che avrebbe poi visto l’assurdo della caduta e il vertice terribile della violenza. La nostra Seconda Repubblica, in una forma apparente e continuativa con la  democrazia del passato, ha avuto e ha le stesse rime e concetti di quello stato fantoccio del ’43-’45. Nel film di PPP ad un certo punto viene pronunciata una frase terribile: ”Quella stupida di sua mamma è morta nel fiume dove è annegata, proprio per difendere il suo angioletto”. La mamma in questione si sacrificò per impedire ai gerarchi di Salò di condurre sua figlia verso quella villa degli orrori, che si vedono dipanarsi nel corso del film. Così si inietta il concetto del Potere, dove il ribaltamento dei valori, prima che cristiani, umanamente morali e naturali, vengono imposti in un nuovo codice, il codice della villa dei carnefici.

Anche in Salò, come nella nostra Repubblica attuale, le barzellette contornano la Storia, la rendono ancora più bizzarra, surreale, ridicola di quello che è. Nel film l’orgasmo collettivo del potere si svolge in un ambiente chiuso, con regole ben precise, dove tutto suona e sembra perfetto e vigilato. Prima di aprire le danze, il Potere ci tiene a leggere e scandire la Legge, la propria Legge: uguale tra i potenti, uguale tra i sottomessi. Lo spregio della religione, vista come Fede, è il segno di una società stupidamente atea mentre l’Istituzione Chiesa – nella nostra realtà e nel film – che dovrebbe reggere e fare da sentinella a quella religione, ragione della propria esistenza, è assolutamente legittimata ed esaltata ed anzi si mischia colpevolemte alla sintassi del Potere.

Nel film ci sono quattro poteri, impersonati da quattro uomini, che rappresentano i quattro punti cardinali del Palazzo: il potere nobiliare, il potere ecclesiatico, il potere giudiziario, il potere economico. Manca quello mediatico che da noi ha una rilevanza decisiva e colpevole. E se il film si divide in quattro movimenti: antinferno, girone delle manie, girone della merda, girone del sangue, questo Palazzo, questo Potere, ha bisogno di PPPqualcuno, di servi e vittime soprattutto, ma irrimediabilmente anche della cocchiera o delle cocchiere del potere, come si delinea dalle intercettazioni ultime, essere il ruolo di Nicole Minetti. E queste vittime, il popolo,  vengono preparate, eccitate, e blandite con la prospettiva di un duraturo benessere e di un permanente obnubilamento del giudizio. Nelle sale del potere deve esserci assoluta libertà di espressione e azione, non sono concessi alcuni tipi di inibizione, e la gioia della propria lussuria, o meglio, il frustrante inseguimento di essa non deve essere negata, mai. “Dobbiamo subordinare il nostro godimento ad un gesto unico”, “In tutto il mondo non c’è voluttà che lusinghi più i sensi che il linguaggio sociale”, vale a dire: il Potere ha bisogno di una sintesi che prosciughi la complessità del reale per un controllo più completo e totale – i media, da noi, gli permettono di ottenere questo al meglio – e non c’è felicità senza distanza tra potere e popolo.

Tutto quello che manca al potere è la pietà, svilanneggiata, vilipesa, oltraggiata, derisa, non c’è pietà dove alberga il potere, e non c’è potere dove si sedimenta anche il più piccolo granello di pietà, umana, cristiana, morale, naturale. Il Potere è qualcosa di molto naturale e bestiale ma che possiede il libero arbitrio, più netto e cristallino, da consentire ad esso di eliminare anche la benchè minima forma di pietà e di umano, che di per se stessi sono qualcosa di costruito da secoli, attraverso forme di speculazione filosofica e religiosa, e a costo della vita. La disperazione e l’urlo di una richiesta di verità non blandisce il potere, non lo ferma, ma lo eccita a farsi sempre più oscuro, anarchico e vitale. Quando nel film il Potere deve scegliere quale sia il miglior deretano, ci tiene ad essere il più imparziale possibile. Che non faccia questo la nostra dannata democrazia? “Noi vorremmo ucciderti un milione di volte fino al limite dell’eternità se l’eternità avesse un limite”, pronuncia solennemente ad uno delle vittime di Salò, il Potere. E come uno sberleffo della storia, che spesso si piega beffardamente ai toni della farsa, verso la fine del film la cantastorie, che eccita i prudori del Potere, racconta di un potente che vive nei dintorni di Milano e che ama circondarsi di almeno quindici ragazze per sera. Vedere per credere, al minuto novantottesimo di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”.

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone
Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!

Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

Perché non lasci qualcosa di scritto?