Lost

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LostLost è finito e da allora si sono sentiti numerosi commenti scambiati su giornali, riviste o nella vita di tutti i giorni, di rammarico, rabbia e deprecazione. Il finale di Lost fu…

osteggiato insistemente da chi con tanto amore aveva avuto la fede e il coraggio intellettuale di non abbandonarlo. Eppure quel finale è coerente con quanto la serie aveva proposto sin dall’inizio. L’asse portante, la ruota narrativa della vicenda si sintetizzano nello scontro tra Fede e Scienza. E se la Scienza permette alla storia di Lost di muoversi, seppure con molte macchinazioni fantasiose degli autori che scalfiscono il possibile scientifico per trasformarlo in meccanismo narrativo, la Fede permea la storia e vince nella morale finale del Lost pensiero. Fede batte Scienza, ed è per questa ragione che il finale non può che essere sospeso, a volte impalpabile, forse frustrante. Perché la Fede non dà risposte come si propone di fare la Scienza ma allude a domande, continue e dolorose. Non sto parlando di Fede in Dio, o almeno non solo di quella, ma soparttuo di Fede laica, quella che chiunque, anche il più ateo di tutti, possiede. Abbiamo fede quando ci impegniamo rigorosamente nel nosto lavoro oppure quando ci accingiamo alla sconfitta delle nostre idee, che rimangono però intoccate se rette e oneste e dignitose.

Lost è questo: la tenacia di andare avanti, ricordare e andare avanti, senza sapere a cosa il futuro ci muove, con quali sfide dovremo confrontarci. Prima di ogni altra cosa Lost è un libello morale sulla Fede laica delle persone, sulle sconfitte della vita tradotte in percorso intellettuale di coscienza, in ricerca di Noi e dell’Altro, in sommovimento dei nostri dogmi più profondi. I personaggi di Lost sono tutti carichi di umanità, sorretti da quella forza che solo un ideale e un punto, un pungolo e un grande convincimento, possono regalare e resituire ogni giorno agli uomini che ne possiedono un po’.

Se il finale fosse stato pieno di risposte e di logica ferrea, e quindi leggermente ottuso, avrebbe tradito i propositi postulanti di apertura e del corso della serie. Il penultimo film dei fratelli Coen, A serious man, si ascrive, sebbene declinato in una forma del tutto differente alla serie in questione, a questa prova del dubbio e della domanda che la Fede ci impone. Non esistono risposte bene o male logiche e incontrovertibili ma solo domande a cui l’uomo, quell’uomo che chiede di sapere, e modellato nella debolezza e nella forza di reazione al fine di LLsoddisfare questa richiesta, tenta di rispondere. Nel film dei Coen, il professore, in Lost, il protagonista Jack, sono chiamati alla sfida di sapere, e quindi due personaggi, due uomini che rischiano tutto perché consapevoli di dover agire. Il Jack della serie – si ricordi che Jack nella lingua anglosassone è il diminutivo dato a chi si chiama Jacob e John – siamo noi, noi tutti (appunto tutti quelli che vogliono sapere), che pervasi da un gelido razionalismo scientista a cui il Novecento ci ha condotti, siamo portati, ad un certo punto, a pensare. Jack, dopo un tormentoso e torturante percorso, scopre che esiste una via diversa a quello che le nostre società occidentali ci hanno condotto. Jack all’inizio è un uomo senza fede in alcuna cosa, che si muove attraverso la propria cultura e professionalità, ma che alla fine è condotto a mutare il suo modo di vedere le cose.

Quindi, se nelle prime serie egli vuole tornare al mondo reale, come unica scelta possibile, nelle ultime due, comprende, grazie agli insegmenti disperati di John, e alla spinta finale di Jacob, che esiste un livello altro rispetto alle usuali risposte, piuttosto logiche e senza alcun ragionevole dubbio, della nostra era postmoderna. Così quanto Jack voglia tornare nelle prime serie, così filosoficamente egli vuole restare su questa misteriosa isola, per custodirla, e per proteggere, nella fattispecie, l’idea che quest’isola rappresenta. E se molti hanno storto la bocca vedendo tutti quei segni e simboli religiosi nel finale di Lost, storta per attestare il proprio senso di superiorità razionale, questi stessi si sono trovati spiazzati di fronte al mutamento di Jack.

Prendere in giro quel finale è lo stesso errore che Jack commette quando nella prima serie descrive John come un pazzo, ossia quando egli gli parla di destino, di fede, e di una ragione per cui i protagonisti sono stati portati lì. Si parla, come ho accennato, non solo di Fede in Dio, che personalmente non possiedo, ma di Fede laica, di progresso delle nostre idee e di perseguimento di esse, contro la logica e l’idea imperante del nostro Duemila iper scientifico, iper tecnologico e, specialmente, e, terribilmente, iper razionalistico. La risposta è nel femarci a pensare, a ricordare, e ad andare avanti. Come la vicenda dolorosa di Jack Sheperd ci insegna.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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