I due volti del jazz

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Le origini del jazz in quanto tale risalgono alla fine del XIX secolo, quando all’indomani della guerra civile americana e dell’abolizione della schiavitù, si fece largo un nuovo gruppo sociale con passione per la musica e con accesso agli strumenti provenienti dallo disgregarsi delle bande militari.

Inoltre, la legalizzazione del gioco d’azzardo e della prostituzione intorno al 1870 diedero un nuovo slancio alle notti di New Orleans e alla musica dal vivo. Alla fine del diciannovesimo secolo, ogni locale notturno della città aveva la sua band, e il ragtime si era imposto come lo stile dominante.

L’inasprimento delle leggi ‘Jim Crow’ in Louisiana alla fine del secolo XIX (che favorirono la segregazione razziale con il famoso “separati ma uguali”) fece sì che molti musicisti afro-americani furono espulsi dalle bands di cui facevano parte sia bianchi che neri, e costituirono propri gruppi, che seguirono un loro cammino indipendente. Poco dopo arrivò il Dixieland, il primo stile propriamente jazz, dal carattere marcatamente polifonico, conosciuto come il padre del suono di New Orleans.

La big band di Benny Goodmann nel 1937Nel corso del ’20, in pieno proibizionismo, l’associazione del jazz con bar e locali notturni, condusse a catalogare questo stile musicale come “immorale”. Tuttavia, l’abrogazione del divieto di alcool nel 1933, portò al successo una nuova forma di jazz ballabile: lo swing. Questo, insieme alla popolarità di musicisti bianchi, come Benny Goodman e Glenn Miller e all’emergere di grandi interpreti del jazz vocale, come Billie Holiday o Ella Fitzgerald, fece del jazz uno dei generi più popolari degli anni ’30.

La rivoluzione del Bebop
Nei primi anni ’40, vide la luce un fenomeno che avrebbe cambiato per sempre il concetto di jazz: la nascita del Bebop. Alcuni giovani musicisti, stufi delle limitazioni imposte dal far parte di in una big bands, con arrangiamenti precisi e repertori definiti, cercarono una nuova forma di espressione. Liberi da restrizioni, cominciarono a sperimentare nuove armonie e possibilità di improvvisazione, allontanandosi deliberatamente dalla musica da ballo, in particolare dallo swing, in cerca di una maggiore profondità musicale. Il Bebop mosse i primi passi nei peggiori tuguri di Harlem, come il Minton’s Playhouse, che apriva quando gli altri locali chiudevano – in jam sessions interminabili e memorabili che duravano fino all’alba.

La rivoluzione Bebop fu ritmica, melodica e armonica. Essendo una musica non concepita per il ballo, ma per l’ascolto, utilizzava tempi sempre molto veloci. Il ritmo si fa frenetico, pieno di note da un ottavo e sedicesimo e gli strumenti si spingono fino ai loro toni più acuti. La sezione ritmica si individualizza, causando un apparente senso di caos: strumenti fino a quel momento ritmici come la batteria o il piano, assumono un ruolo melodico. Solo il contrabbasso sembra rimanere sano di mente. Lo schema formale comincia di solito con la interpretazione di una melodia principale completa, prosegue con diverse sessioni di improvvisazione solista, e si conclude con la riproposizione della melodia iniziale. Esempi si trovano in Epistrophy di Thelonious Monk o A Night in Tunisia di Dizzy Gillespie e, soprattutto, Ko-Ko di Charlie Parker, massima espressione del Bebop radicale: arido e vertiginoso.

Tuttavia, la situazione dei boppers, nella stragrande maggioranza afro-americana e in molti casi provenienti dai settori più emarginati della società, era tutt’altro che invidiabile. A quel tempo, i musicisti neri erano considerati artisti di seconda categoria rispetto ai bianchi. Le condizioni di lavoro, salario, diritti, erano completamente diverse. Solo in una fase successiva, una nuova generazione di musicisti, resosi conto dell’importanza della musica che stava creando, cominciò a ribellarsi contro tale discriminazione. In precedenza, solo Scott Joplin e Duke Ellington avevano osato fare rivendicazioni salariali, seppure con scarso successo.

Tuttavia neanche i nuovi boppers ottennero l’ambito riconoscimento. La Seconda Guerra Mondiale e lo sciopero del sindacato dei musicisti tra il 1942 e il 1944 interruppero quasi totalmente le registrazioni di musica in tutto il paese, così che quando il Bebop giunse al grande pubblico, era troppo cambiato. Si scontrò con una bocciatura diffusa di critica e pubblico e gli swingers più prestigiosi lo bollarono come una “gara di velocità senza senso”. Emarginati e incompresi, respinti anche dai media, i boppers si chiusero in se stessi, creando una sorta di club privato in cui non era facile entrare. Si sentivano superiori agli altri musicisti e si facevano burle di chi non era in grado di raggiungere il loro virtuosismo. Tutto questo contribuì a creare l’alone di mistero che ancora circonda il Bebop, e che tanto attrasse la beat generation. Tra i boppers, vale la pena di citare il sassofonista Charlie Parker e il trombettista Dizzy Gillespie come creatori del genere, mentre l’indecifrabile pianista Thelonious Monk lo portò ai massimi livelli. Altre figure importanti sono il pianista Bud Powell e il batterista Max Roach.

Miles DavisNei primi anni ’50, alcune delle stelle Bebop come Miles Davis, ritennero che questo stile aveva già espresso ciò che poteva esprimere. Davis si unì al compositore e arrangiatore Gil Evans, alla ricerca di nuove sonorità lontane dagli eccessi di energia e tensione del veloce fraseggio del Bop, prediligendo linee melodiche più lunghe, in una sorta di reinvenzione dello swing. Il risultato di questa collaborazione fu l’album Birth of the Cool (1950). Come suggerisce il nome, era nato il cool. Questo album ebbe un forte impatto su un’intera generazione di giovani musicisti, per lo più bianchi e della west coast (in particolare California), così che questo nuovo stile divenne ben presto noto come il jazz della west coast.

Influenzati dagli insegnamenti di Lennie Tristano e dalla musica classica europea – basta ascoltare Waltz for Debby di Bill Evans - i jazzisti cool svilupparono un jazz più intimo e dolce, in cui gli arrangiamenti ritornano al centro della scena fino ad allora occupata dall’improvvisazione. Il segreto di questa musica sta nella cura dei dettagli, la perfetta disciplina dei musicisti, con l’obiettivo di realizzare una perfetta esecuzione di gruppo e, soprattutto, nel suo carattere lirico, introspettivo e riflessivo, come si può apprezzare in My Funny Valentine con Chet Baker e Gerry Mulligan.

Il jazz cool o della west coast incontrò rapidamente il plauso della critica e del pubblico su entrambe le sponde dell’Atlantico, grazie ai suoi principali protagonisti: i trombettisti Miles Davis e Chet Baker, i sassofonisti Stan Getz, Lee Konitz e Gerry Mullligan e i pianisti Bill Evans e Lennie Tristano. Per alcuni convinti sostenitori del Bop, il cool significava il taglio definitivo con le radici originarie del jazz. La reazione non si fece attendere. In contrapposizione al jazz morbido, elegante, colto, raffinato, commerciale e bianco della west coast, ecco rinascere un jazz trasandato, caotico, brusco e aggressivo. Opponendosi ad uno stile musicale che aveva portato i bianchi ad impossessarsi del jazz, una serie di musicisti dell’area di New York (Charles Mingus, John Coltrane, Cannonball Adderley, Sonny Rollins, Art Blakey, ecc.) riprese in mano la bandiera della rivoluzione che Parker e Gillespie avevano cominciato alcuni anni prima: nacque l’hard bob. Non si trattò solo di una nuova tappa del processo avviato dal Bebop, bensì di un movimento vigoroso ed influente che ruppe definitivamente con lo swing, inserendo elementi di soul, blues e gospel. Ispirato anche dalle rivendicazioni per i diritti civili, si presentò alla società razzista americana, come un movimento puramente afroamericano e orgogliosamente nero. Il messaggio era: questa è la nostra musica, queste sono le nostre radici!

In effetti, i neri avevano tutte le ragioni di esprimere questo orgoglio: dai tempi dell’America confederata quando vari autori neri furono scacciati dalle loro città perché rivendicavano i loro diritti – contribuendo ad arricchire la scena musicale di città come Chicago o New York – la situazione non era molto migliorata. Come accennato, i musicisti neri non erano considerati veri musicisti, ma più che altro divertenti intrattenitori sottopagati. La militanza politica o civile significava in molti casi l’espulsione dal mondo discografico o gravi difficoltà per essere contrattati. I musicisti del Bebop e hard bop in particolare si ribellarono contro tutto ciò, e furono assai attivi nel campo dei diritti civili. Alcuni dei boppers, star come John Coltrane e Charles Mingus, composero diversi pezzi in protesti di vari incidenti di carattere razzista e sostennero apertamente Martin Luther King.

Nonostante tutto ciò, e anche se la scena del jazz degli anni ’50 era chiaramente caratterizzata dalla dicotomia cool vs Bop, è probabilmente troppo riduttivo limitare le differenze tra i due modi di guardare il jazz ad una mera questione di razza. Inoltre, le due correnti erano anche un riflesso della cultura e dello stile di vita delle loro zone di origine: il cool associato alla più tranquilla e rilassata California, e il Bop legato alla caotica e frenetica New York. Entrambe le correnti furono rivoluzionarie nella loro epoca ed entrambe hanno contribuito a formare quello che il jazz è oggi. E anche se diversi e a volte contrastanti, entrambi i movimenti, entrambi i volti del jazz, ci hanno regalato momenti magici. Ed è quello che conta.

Discografía di riferimento
Bebop
1948    Charlie Parker, Savoy Recordings
1946    Dizzy Gillespie, Groovin’ high
1952    Thelonious Monk, Thelonious Monk Trio
1952    The Quintet, Jazz at Massey Hall
1953    Bud Powell, The definitive Bud Powell

Cool jazz (west coast)
1950    Miles Davis, Birth of the cool
1949    Lennie Tristano, Intuition
1952    Gerry Mulligan, With Chet Baker
1955    Chet Baker, Chet in Paris
1955    Stan Getz, West Coast Jazz

Hard bop (east coast)
1956    Sonny Rollins, Saxophone colossus
1949    Horace silver, And the jazz messengers
1959    Miles Davis, Kind of blue
1957    John Coltrane, Blue train
1958    Cannonball Aderley, Somethin’ else

[articolo dalla rivista catalana "El Criteri" gemellata con L'Undici, traduzione di Jumpi]

 

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. konradin

    Sforzo sempre apprezzabile quando si tratta di diffondere il jazz, ma con troppe semplificazioni e inesattezze: i boppers non furono reietti, nel 1948 Charlie Parker è già una star in un tempo in cui ancora non esistevano in senso moderno (i musicisti erano intrattenitori professionisti pagati a contratto). Lo dimostra il grande successo “mainstream” di Charlie Parker with Strings.

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