Biutiful di Alejandro Gonzalez Iñàrritu

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la locandina del film cita i temibilissimi precedenti di inarritu

 

Arriva in sala l’attesissimo nuovo lavoro del controverso di Iñàrritu. E il regista messicano ci regala infatti un film controverso che vede Anselmo e Gigi schierarsi agli estremi delle opposte fazioni.

Iñàrritu abbandona gli scarti temporali e l’intrecciarsi forzato di storie e luoghi lontani tipico dei suoi film precedenti (Amoresperros, 21 grammi e Babel) per dedicarsi ad una storia lineare con un unico personaggio centrale. La Babele questa volta è El Raval un quartiere periferico di Barcellona in cui convivono fuori da ogni legalità sfruttatori e schiavi cinesi, clandestini africani, spacciatori di ogni cosa e poliziotti corrotti. Ognuno parla una lingua diversa. Di ordine, di legalità, di integrazione non c’è nessuna traccia. Di bello, biutiful, niente di niente.

 

Metti una sera al cinema, con il buonista Gigi e l’acido Anselmo a commentare l’ultimo Iñárritu

Attenzione il testo sotto, oltre a spoilerare tutta la trama del film, contiene termini ed espressioni che potrebbero ferire la vostra sensibilità.

gigi e anselmo discutono di inarritu, ma finisce male ...
Gigi e Anselmo (o viceversa) ritratti dal maestro Miyazaki mentre discutono di Iñárritu

Gigi: Lo sapevo che a vedere un film di Iñárritu ne sarei uscito inutilmente stremato
Anselmo: Ah, non ti è piaciuto? Mi sa che ultimamente ti sei un po’ troppo narcotizzato di Disney e Pixar… È proprio vero che alla fine il ruolo sociale del cinema è quello di dare le perle ai porci.

Gigi: A parte che Porco Rosso è il più bel film uscito al cinema quest’anno, porco ce lo sarai tu, riassumo la trama per provare a farmi capire. Javi Bardem è un tipo separato da una moglie schizofrenica bipolare (forse con una tresca con il fratello farabutto del nostro eroe, forse no), che vive a Barcellona in un buco di appartamento con due figli piccoli; parla a tempo perso con i morti (un altro, deve essere il must di stagione), ma soprattutto sbarca il lunario facendo da tramite tra poveracci cinesi che cuciono borse e ombrelli in un seminterrato per due schiavisti cinesi pure froci (Ang Lee docet?) e i senegalesi clan destini che provano a vendere sta cianfrusaglia. La polizia, che lui foraggia, a un certo punto fa una retata dei negroni, i cinesi schiavi schiattano per una stufa difettosa, il cinese schiavista ammazza l’amante, l’eroe ha un tumore alla prostata diagnosticato a inizio film e morirà lasciando i due figli piccoli senza un cazzo, perché riesce anche a farsi fregare il gruzzolo prima di morire. Due ore e mezza di trash-sentimentalismo che neanche La Boheme o Manon Lescaut.

 

se la foto è piccola il nasone e i denti in fuori non si notano neanche
Se la foto è piccola il nasone e i denti in fuori non si notano neanche

Anselmo: Mi hai convinto! Molto meglio la Barcellona vera del Woody Allen di Vicky Cristina, con Bardem che si muove tra bar de copas e appartamenti da 300 mq (quelli piccoli)? Adesso che ci penso, anche lì c’è la schizofrenica bipolare, ma un conto è che a impersonarla sia una gran topa passionale bisex, un altro è che sia una povera donna in pieno marasma mentale, con un naso orribile e i denti in fuori.
Iñárritu è un grande, ti mostra una Barcellona lontana dall’immaginario collettivo del turista italiota medio (o del regista newyorchese bollito) medio; ti fa vedere i suoi bei negozi di ciarpame e scantinati fetenti, sobborghi da reietti, poliziotti corrotti, poliziotti violenti, una città che dietro la patina scintillante è solo incivile, che spinge alla inciviltà anche i suoi abitanti (lo hai notato almeno che non c’è un personaggio positivo in tutto il film? Tutti hanno più ombre che luci, forse solo i bambini ne restano esclusi). La cartolina del disagio dell’intero film è quell’immagine sgranata e caliginosa della Sagrada Familia in mezzo a foschia e smog, con la sagoma di un grattacielo in stile ecomostro di Dubai sullo stesso piano di orizzonte. La Barcellona dei Woody, dei Lionel, dei Piqué&Shakira è lontana, forse non esiste nemmeno.
Quanto alla lunghezza, è innegabile. Ma non ci si annoia mai; aveva qualcosa da dire e si è preso il tempo che ci voleva per dirlo.

Gigi: Il punto forse è proprio quello: che non si capisce poi che cosa avesse da dire. Cioè vuole dire talmente tante cose, volare talmente alto che alla fine non ti arriva niente. Quello che tu chiami disagio, in realtà è solo freddezza. È la stessa freddezza che c’era in Babel, ancora più pretenzioso e ricattatorio di questo. Mi sa che l’Iñárritu “grande” che hai in mente tu è quello che lasciava sperare ancora quello di Amores Perros (un film comunque sopravvalutato), da allora non ha mantenuto (o vogliamo parlare di quella cagata di 21 Grammi?)

bardem ha visto delle barcellone migliori 
Javier Bardem si chiede se questa sia la città dove se la spassava con Vicky e Cristina

Anselmo: Scusa, ma non ero io quello acido? AmoresPerros sopravvalutato? E’ un’opera prima, con i limiti dell’opera prima. Ne conosci forse altre che ce l’hanno altrettanto duro (a parte Kamikazen di Salvatores, si intende)?
La freddezza qui è uno stile voluto, non un’incapacità di comunicare; il film ti prende alla gola. Ti dice che non c’è speranza nella vita di gran parte della gente comune, nemmeno in una città come Barcellona. Ti fa toccare con mano che siamo tutti criceti che corrono dentro la ruota, fino a che non ci scoppia il cuore. La vita, caro Gigi, è tutt’altro che Biùtiful.

Gigi:
Allegria! Che finezza, ma sai che non lo avevo mica capito il titolo? Te lo ripeto, io il nostro Iñàrritu lo vedrei bene alle prese con un bel pornaccio.
Anselmo: Sì, per te ogni scusa è buona, dicevi così anche dopo i film di Chabrol, oh, scusa, del maestro Chabrol
Gigi:
Fanculo!
Anselmo: Fottiti! Il prossimo mese al cinema ci vado da solo. Comunque, invecchiando mi sei diventato cinico…
Gigi: Sei tu che ti sei rammollito; di questo passo andrai a vedere solo cartoni in 3D (o quello sono io?)

 

 

 

[Attenzione: spoiler]
quello che parla coi morti e la sua amica medium si ammazzano dalle risateA tenere unito il tutto c’è Uxbal che fa da tramite tra lavoratori in nero e costruttori spagnoli, tra laboratori clandestini e venditori africani, tra sfruttatori e poliziotti corrotti. Uxbal vive in un tugurio incrostato insieme ai suoi due figli tenuti lontani da una madre instabile. Uxbal tenta di essere un buon padre e di dare ai figli una parvenza di una famiglia sia essa con una ragazza cinese o con una senegalese rimasta sola dopo il rimpatrio forzato del marito. Uxbal viene da una famiglia disgregata con un padre in fuga. Uxbal ha un fratello più losco di lui che si fa, tra le altre, la sua ex moglie. Uxbal ha il dono di parlare con i morti (parlare coi morti va molto visto che è il terzo quest’anno dopo lo zio Bonmee e il matt Damon di Hereafter) e un’amica saggia confidente che è una medium. Uxbal ha un cancro che gli lascia due mesi di vita e vuole lasciare le cose a posto per i suoi bambini.

 

La carne al fuoco è già davvero tantissima. Se si aggiungono omosessuali cinesi, clandestini scaricati in mare, scontri tra poliziotti razzisti e venditori abusivi, madri bipolari, bambini picchiati, funerali e contatti con l’aldilà capirete che ancora prima di entrare nel merito del lavoro di Iñàrritu siamo già in crisi bulimica.

 

[/fine spoiler]

 

dietro il protagonista un'affiatatissima coppia di omosessuali cinesi

 

Nelle varie recensioni leggerete indistintamente che è un film sulla ricerca del padre, sul senso di colpa sociale, sull’immigrazione, sull’aldilà, sulla malattia, sulla morte, sulla povertà, sullo spaesamento, sul disgregarsi della società occidentale, sullo sfruttamento dell’uomo da parte del capitale (incarnato dal denaro sporco inquadrato in numerose scene)… Facile capire che il materiale sul tavolo è eccessivo e di una pesantezza incontrollabile.
Peccato, perché liberarsi del fedele sceneggiatore Arriaga ha comunque giovato ad Iñàrritu che non è più costretto come in 21 grammi e, soprattutto, in Babel a lavorare sugli scarti temporali e a mescolare continuamente le carte per mascherare i vuoti di scrittura. Qui la struttura narrativa è lineare (anche se racchiusa nella cornice della scena iniziale e di quella finale che spiega la prima) e il protagonista è assolutamente lo straordinario JavierBardem (meritatamente vincitore della palma d’oro a Cannes come miglior attore ex aequo col nostro, altrettanto bravo, Elio Germano, ma l’oscar cui è candidato andrà al Colin Firth di Il discorso del re) presente quasi in ogni inquadratura, seguito da vicino dalla macchina da presa in una sorta di rivisitazione della teoria del pedinamento zavattiniana (chiedo scusa a Zavattini). E in effetti se sottoposto ad un deciso lavoro di sottrazione il film con i suoi luoghi marginale e i suoi volti segnati avrebbe potuto essere una sorta di neorealismo fantastico e post moderno.
Invece il regista preferisce sovraccaricare il film infliggendogli un accumulo bulimico di temi, avvenimenti e personaggi, una disseminazione di simbologie fin troppo evidenti (le falene, gli spiriti imprigionati, il volo degli uccelli …), la ricerca dell’immagine ad effetto che si riduce a calligrafismo.
Alla fine lo spettatore è (s)travolto ma in fondo non gli rimane quasi nulla.
due figaccioni così che parlano dei dolori del mondo hanno la credibilità che hannoPeccato perché Bardem è bravissimo a caricarsi sulle spalle questo personaggio che interpreta una sorta di libro di Giobbe e la Barcellona sporca e senza luce, lontana anni luci dai cliché per turisti o dalla patina di Woody Allen, poteva essere davvero toccante.
Peccato perché il regista sarebbe anche bravo, non è che non abbia la capacità di maneggiare il materiale a disposizione. È semplicemente che la sua ambizione smisurata lo porta a un vicolo cieco. Iñàrritu è il contrario del classico studente che è dotato, ma non si applica. No, lui si applica pure troppo, ma la sua smania da secchione zelante lo porta a questi risultati. Forse sarebbe anche dotato e lo vediamo nella scena iniziale sospesa in un nulla gelato e soprattutto nei flash angoscianti con gli spiriti imprigionati in questo mondo. Quindi caro Alejandro (mi rivolgo direttamente a te,  so che mi leggi e che tieni in considerazione i miei consigli), lascia perdere la smania di onnipotenza che ti spinge a volare troppo alto, affidati ad uno sceneggiatore medio e cimentati in un film di genere. Io credo che se tu decidessi di dedicarti all’horror o al porno sicuramente ci daresti film molto molto più digeribili di questo Biutiful.

 

Regia: Alejandro González Iñárritu
Sceneggiatura: Alejandro González Iñárritu , Armando Bo , Nicolás Giacobone
Musiche: Gustavo Santaolalla
Fotografia: Rodrigo Prieto

 

Durata: 138 minuti

 

Cast:
Uxbal: Javier Bardem
Marambra: Maricel Álvarez

 

Moneyshot

 

una ministra e una viceministra icone di lap dance culi e capezzoliBardem è bravissimo e la sofferenza che mostra quando nel locale lap dance incontra il fratello con un po’ di zoccole diventa per un momento dolorosa anche per noi. E le ballerine coi capezzoli inseriti nelle natiche sono sensuale e inquietanti assieme. Questa e altre scene come le doti del regista sarebbero più risaltate dal cinema di genere.

 

NB digitando su google lap dance culi capezzoli, la prima foto visualizzata è quella che ritrae alte cariche dello stato (la ministra Brambilla e la vice ministra Santanché … cosa avrà voluto dire l’internet?)

 

Boxoffice

 

Un film così già sulla carta spaventa il pubblico. Infatti in italia è stato distribuito in sole 47 sale incassando meno di 100.000 euro. In tutto il mondo è arrivato a 14 milioni di dollari. Ad Iñàrritu resta solo lo zoccolo duro di Spagna e Messico. Sperare nel traino di un ipotetico oscar non porterà molto più lontano

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9 commentiCosa ne è stato scritto

  1. kiki

    Io della Bier anni fa ho visto un film (mi pare in stile Dogma) che faceva due maroni, ma due maroni, che da allora odio anche i butter cookies

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  2. Gigi

    infatti milglior film straniero è stato il danese, molto danese, In un mondo migliore. Susan Bier è stata brava a fare quello che si aspetta da una regista danese. Aggiungendo una storia forte di formazione abbastanza americana (e un tocco di politicamente scorretto contro l’Islam).

    Comunque l’evento epocale per cui nulla sarà più come prima è l’Oscar per la miglior colonna sonora a Trent Reznor (sì, quello dei Nine Inch Nails)

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  3. giampi

    Come quasi sempre gli ammmericani premiano un film italiano se è molto italiano (secondo i loro stereotipi), uno spagnolo se è molto spagnolo e così via.
    E cosa poteva esserci di più inglese di un film che racconta della famiglia reale recitato con quel funny accent della madre patria?

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  4. Gigi

    niente oscar come miglior film straniero e niente oscar a Bardem. Inarritu, tranquillo, sei già un regista da megaproduzione hollywoodiana. alla prossima ti faranno un film alla Aronofsky

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  5. Gigi

    su Vicky, Cristina e Barcellona concordo, ma dopo sto macigno un’ora e mezza di nulla e belle immagini ci sta tranquillamente

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  6. Gigi

    @Roy: grazie per aver capito che la mia era metacritica

    @kiki: “abbiamo l’esclusiva” per gli anni 80?

    @Anselmo: 1a1 palla al centro

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  7. Roy

    Gigi ha la mano così pesante che il suo sembra un articolo scritto da Inarritu in persona. Quoto Anselmo tutta la vita.

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  8. kiki

    Dimenticavo:
    Gigi, “lavoro per sottrazione” sta agli anni 2010 come “mi attivo per …” stava agli anni ’90 e “implementare” agli anni 2000.

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  9. kiki

    Tutto potevo aspettarmi nella vita, tranne di essere d’accordo… con Gigi!
    Anselmo, la critica positiva non ti si addice proprio.
    Unica cosa che ti salva: hai ragione, Vicky Cristina Barcellona (che Gigi loda in un altro post di questo numero) è una cagata pazzesca, fa mancare il respiro tanto che è insulso.

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