Grandi misteri: le fondazioni bancarie

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Aprono musei, restaurano palazzi e chiese, finanziano concerti, sostengono il volontariato, la beneficenza, sono linfa vitale per la ricerca. Ma perché esistono le fondazioni? E i soldi da dove arrivano? Un’altra (bella?) storia italiana.

Centinaia di bolognesi e non-bolognesi in fila per vedere uno splendido palazzo, le sue opere d’arte e un paio di brillanti esposizioni artistiche. “Bologna si rivela” dice la locandina, e accanto al titolo campeggia – a suo modo discreta – una dicitura molto nota alla città, Fondazione Carisbo.
VENDESI stabile quattrocentesco di circa 2600 metri quadrati (calpestabili?), nel cuore di Bologna, su 4 piani, con affreschi parietali dei Carracci. Da ristrutturare. Undici milioni di euro (trattabili).
Neanche tanto, se si pensa che all’epoca un appartamento in centro viaggiava sui 5-6 mila euro a metro quadro. Il palazzo, acquistato dalla Fondazione Carisbo nel 2005 (anzi, da un’impresa strumentale alla fondazione) era in rovina, si rischiava di perdere irrimediabilmente un valore storico-artistico inestimabile (o forse stimabile). Ma la SuperFondazione, che veglia su arte, cultura, volontariato, sport, medicina, ricerca ha aperto la capiente borsa e ha regalato alla città questo tesoro, perfettamente restaurato.
Splendido, no?

Palazzo FavaMa non solo palazzi quattrocenteschi: la Fondazione guarda anche al popolo e – per esempio – ha “salvato” anche la storica e romantica Osteria del Sole nascosta in un vicolo del centro.
Se non siete di Bologna, non c’è problema. Sicuramente avrete anche voi la vostra bella Fondazione. Se non ricordate il nome, forse ricorderete quello della Cassa di Risparmio locale. E vedrete che c’è una fondazione che porta quel nome.
Ma dove ha trovato la Fondazione Carisbo gli 11 milioni di euro per comprare Palazzo Fava? E soprattutto, perché in tempi magri come quelli di oggi, con Tremonti e Marchionne che tagliano e raschiano il fondo, qualcuno ha decine di milioni di euro da devolvere in filantropia e iniziative meritevoli?

Per capirlo, aggiungiamo qualche altro numerino. Nel 2009, ad esempio, la Fondazione ha ‘elargito’ poco più di 18 milioni di euro nelle sue varie iniziative meritevoli. Nello stesso anno, le ‘attività patrimoniali’ (in sostanza la somma dei beni e dei capitali posseduti) erano di oltre 1,4 miliardi di euro. Di questi, i 50 milioni di euro immobilizzati in palazzi e opere d’arte sono una briciola, se confrontati con gli 1,2 miliardi investiti in attività finanziarie. Ovvero – principalmente – azioni di gruppi bancari, a partire da Carisbo.
E siamo arrivati al nocciolo della questione. Il ruolo principale delle Fondazioni è quello di azionisti (con quote generalmente molto ampie) di gruppi bancari. Fino agli anni ’80, l’Italia aveva le ben note Casse di Risparmio, banche “locali” che pur svolgendo le normali funzioni bancarie, avevano una finalità no profit (almeno all’inizio), con un occhio particolare al territorio e al suo tessuto economico e sociale. A fondarle potevano essere i privati cittadini, ma più spesso erano le amministrazioni comunali e provinciali, che decidevano anche chi le avrebbe dirette. In pratica erano banche pubbliche che reinvestivano nel pubblico o in iniziative selezionate gli incassi dell’attività bancaria.
Con il tempo la necessità di privatizzare il sistema bancario per adeguarlo alle normative europee sulla Fabio Roversi Monacoconcorrenza ha reso necessario superare il concetto di cassa di risparmio.
Gli italiani, si sa, in queste occasioni riscoprono la loro proverbiale creatività. Piuttosto che ‘dismettere’ uno strumento comunque utile e importante come la banca pubblica inventano lo stratagemma della fondazione bancaria. In pratica – dagli anni Novanta – la vecchia cassa di risparmio diventa una vera e propria impresa privata, una società per azioni, e la fondazione si prende una buona fetta di azioni.
La nuova banca spa (che spesso ha mantenuto il vecchio CaRi nome) genera profitti e paga dividendi ai suoi azionisti, tra cui la Fondazione no-profit, che continua a svolgere quella funzione di “attenzione al locale”, in parte sostenendo cultura, volontariato, ricerca e altre attività meritevoli, in parte reinvestendo i profitti, magari sempre nel settore bancario o in altre cordate finanziarie.

Fino a qua, ci sarebbe da essere orgogliosi del capitalismo de’ noantri. E forse potremmo anche fermarci, in fondo quello che stiamo dicendo è che Palazzo Fava e l’Osteria del Sole sono stati tirati a lucido con i profitti di una banca.

Ma non illudiamoci troppo. Le fondazioni si calano a puntino nel nostro tessuto politico e sono un caposaldo del clientelarismo locale (non a caso la politica nazionale vorrebbe centralizzare). In sostanza, le fondazioni hanno voce in capitolo nel nominare i manager delle banche private, quindi nell’indirizzare gli investimenti e le attività delle banche private. Non solo, anche nella loro ampia opera di filantropia, possono avere un occhio di riguardo per determinati bacini elettorali. Ovviamente, sempre per riconoscere l’italianità di questo peculiare istituto, difficilmente una fondazione è in mano ad una sola parte politica, ma si procede ad un’adeguata spartizione della torta. Andate a vedere i nomi del CdA della vostra fondazione locale e capirete a cosa mi riferisco.
La fondazione è quindi da un lato la strada italiana alla privatizzazione. Ad esempio, dalla storia bancaria, si può capire perché trasformare gli Atenei in fondazioni come vorrebbero la Gelmini e i suoi mandanti voglia dire contestualmente creare delle “università per azioni” a fini di lucro.
Dall’altro lato, per la politica, la fondazione è la longa manus sul settore bancario-finanziario. O forse la mano morta.

 

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Chi lo ha scritto

matzeyes

Nato nei favolosi anni settanta, si sente scienziato (e incredibilmente lo pagano come tale), romantico, padre sapiente, nostalgico, sognatore (ad litteram), scrittore, giornalista, teorico della cospirazione, giocatore di baseball, cittadino del mondo (più d'Europa), anticonformista, rivoluzionario di sinistra, vero cattolico. In realtà è solo un (po') coglione, ma almeno è anche lui un fondatore de l'Undici.

3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Gigi

    Per comprare il senatore finiano Menardi ora Berlusconi gli da’ la presidenza della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo.

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  2. matzeyes

    Certo kiki… un po’ l’ho anche detto, c’è del sano in tutto ciò. Poi però non scandalizziamoci per le telefonate tra Consorte o Fassino, o se la Lega vuole la sua banca. O se gli investimenti sul territorio sono fatti secondo una logica scambista o se si scopre che le banche coprono i politici. In ogni caso mi sono cimentato un po’ “fuori area” quindi ogni delucidazione e dibattito sono graditissimi!

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  3. kiki

    Con la lucidità di sempre, MatzEyes affronta un altro tema scabroso. Complimenti all’autore. Però, ME, consentimi: tra le tante anomalie di questo Paese da rottamare, il fatto che aui (e solo qui, che io sappia)le banche debbano essere proprietà delle fondazioni mi rassicura, proprio per le ragioni che dici tu. Oggi sono una importante cassa a disposizione di iniziative pro cultura, ambiente, territorio. Poi, è vero che la politica ci si posiziona dentro (vedi le scalate della virtuosissima ed anti-partitica Lega), ma se l’alternativa deve essere la privatizzazione bancaria e l’investimento degli infiniti utili in squadre di calcio londinesi (o romane)…

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