2011 a tutto GAS!

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Non so se è capitata anche a voi quella cupa sensazione che prende l’anima, quando uscite dal lavoro e prima di giungere a casa vi dirigete verso il centro commerciale più vicino, per fare la spesa settimanale.

La stessa sensazione si acuisce intensamente, e provoca talvolta una atmosfera di assurdità, quando procrastinate talmente lo svolgimento della vostra funzione di consumatore che siete costretti a impiegare il tempo libero (il sabato, o peggio, la domenica!).

Gli acquisti sono in tali quantità da dover impiegare comunque l’automobile per il trasporto e il supermercato per il reperimento contemporaneo di ogni genere di bene di cui avete maturato il bisogno. Qualche anno fa questo senso di apprensione nei confronti della cosiddetta “grande distribuzione organizzata” (GDO) mi si è manifestata insistentemente. Ancora cerco di capire come solo un decennio prima potevo vedere tutte le enormità del modo di consumo contemporaneo – grandi negozi, distese di parcheggi, lunghi scaffali, maxi confezioni, orari continuati, massima conformità – come un vantaggio in termini di “libertà di scelta”.

Nel frattempo ho raccolto una serie di fatti sufficienti a distogliermi dal frequentare quelli che io chiamo i luoghi della “grande disperazione organizzata” (GDO). Si è formalizzata a quel tempo la necessità di trovare un modo diverso di approvvigionarmi almeno dei generi alimentari primari. Abito in una cittadina circondata dalla campagna e dunque non è stato difficile iniziare a rivolgersi direttamente ai produttori di frutta e verdura. In questi casi il primo fenomeno che non si può tralasciare è il gusto dei cibi, che cambia distintamente in seguito al metodo di produzione e conservazione. Tuttavia, anche la scelta di comprare da chi fino a qualche ora prima era in campo a raccogliere, è un qualcosa che conferisce significato e sapore agli alimenti che non si ritrovano mai nella merce della GDO.

Per molti mesi ho vissuto nell’indecisione di rendere più efficiente e alternativa la mia spesa alimentare – ché tutto il resto toccava comunque comprarlo al supermercato, ma con frequenza assai inferiore – entrando in un gruppo di acquisto solidale (Gas) o popolare (Gap). Avevo parlato di questa opportunità con alcuni amici che già appartenevano all’ambiente Gas, per capirne i meccanismi di funzionamento, ed ero rimasta piuttosto perplessa dalla complessità: carta prepagata per gli acquisti, incontri coi fornitori per decidere le produzioni stagionali, turni per la distribuzione della spesa. Tuttavia mi aveva positivamente colpito la frase con cui Stella, referente del Gas a cui mi ero inizialmente rivolta, aveva chiosato alla mia richiesta di informazioni : «un gruppo di acquisto solidale non è un supermercato». Dunque dopo un periodo di tentennamento e adattamento involontario al Gas-pensiero, ho preso il mouse a due mani e ho cercato scientificamente quali e quanti gruppi erano già attivi in città, finché ho trovato ciò che faceva per me.

Il Gas a cui mi sono iscritta è stato creato da un nucleo di famiglie residenti in una zona della città a me vicina, gestito interamente via web, aperto alle proposte degli aderenti, organizzato sulla volontarietà dei singoli a gestire fornitori e distribuzione. Il riso, prodotto da un coltivatore biologico di provincia, è stato il mio primo acquisto al Gas. Poi sono venute le uova di Bondeno, l’olio abruzzese, le arance siciliane antimafia, i detersivi bio di Rimini, la pasta di Argenta, il formaggio di Masi Torello e del Mugello, il latte di Bagnacavallo, la carne di Migliaro, la frutta e la verdura del Commercio Alternativo e dei coltivatori del forese, il miele di Viconovo e la polenta Ospitale Monacale, le scarpe di Castel d’Ario, l’energia elettrica di Vittorio Veneto, e tanto altro. Il primo Gas-garage che ho visitato, punto casalingo di distribuzione dei Gas-acquisti, è stato quello di Alessandro, il quale da fondatore e gestore del Gas mi ha tanto gentilmente quanto precisamente impartito “la regola” del gruppo: puntualità e soldi di cambio, perché la disponibilità e il tempo dedicato al Gas sono un dono che può essere solo ricambiato, non abusato e non monetizzato.

Il tipo di gestione liquida e informale mi ha permesso di conoscere e di far visita a diversi membri del Gas e ad alcune zone della città che diversamente mai avrei deciso di esplorare. Con alcune di queste persone ho realizzato di avere anche altri ambiti di condivisione, ciò ha permesso di creare un genere di relazione che se non può dirsi amicizia, va comunque oltre la semplice conoscenza. L’agevolazione delle relazioni personali fra gli aderenti ai Gas viene anche da feste e incontri destinati alla conoscenza dei fornitori o alla semplice socializzazione. E’ in una di queste occasioni, dedicata alla panificazione casalinga, che ho definitivamente messo da parte un preconcetto che serbavo ormai da lungo tempo circa i “gasisti”. Il mio convincimento iniziale circa coloro che compiono un piccolo (o grande) cambiamento per quanto riguarda le abitudini di consumo quotidiano, li disegnava come una specie di comunità primitiva separata dalla storia che ricerca la chimera dell’autarchia solidale e in questo sforzo – evidentemente inutile – esaurisce ogni volontà di cambiamento negli altri ambiti della società come della vita privata. Invece sono stata piacevolmente smentita da persone che si dimostrano altrettanto radicali nelle scelte di educazione dei figli e nell’uso del proprio “tempo liberato”.

La panificazione rientra in una preciso piano di autoproduzione, ma devo ammettere di aver aderito a quella iniziativa più per la curiosità di visitare una delle fattorie biodinamiche della zona: i proprietari, infatti, nel mettere a disposizione i locali dell’agriturismo per il laboratorio, assicuravano anche un pasto di sicura soddisfazione. Durante la giornata ho avuto occasione di osservare e usare parte della strumentazione presente in quella non grande ma accessoriatissima cucina, ma soprattutto ho apprezzato la capacità di condividere liberamente sia i propri utensili, che le conoscenze ed il proprio tempo. Habermas parlerebbe forse di “volontà di apprendimento reciproco”, incontro paritario di saperi di origine diversa; Bauman la battezzerebbe come “voglia di comunità”, ossia il tentativo di ricreare una rete relazionale oltre il proprio nucleo familiare. In alcuni casi queste iniziative si possono vedere come un semplice tentativo di riparare ad un analfabetismo di ritorno causato dalla sovracommercializzazione: mio padre, fornaio per una vita, avrebbe sorriso di fronte ad alcune bizzarre teorie di panificazione, ma io ho apprezzato la diffusa voglia di imparare e di insegnare. Occasioni simili alla “giornata del pane” mi hanno nel tempo infuso la consapevolezza che dedicarsi alle attività intra muros non significa solo sottrarre energia all’impegno in altri ambiti della vita quotidiana; da lì alla produzione casalinga di yogurt, detergenti e cosmetici, il passo è breve.

Qualche giorno fa, erano circa le otto del mattino, ha suonato alla porta il fornitore di carne biologica e mi ha consegnato circa 10 chili di manzo porzionato e di diversi tagli. Ho salutato e accolto il “garzone”, ritirato e pagato l’ordine, alla sera ho distribuito a ciascun gasista la propria parte come stabilito per questo “lancio di carne”. Non so descrivere la soddisfazione di ricevere la spesa direttamente a casa, con il vantaggio di poter ordinare con anticipo e precisione i prodotti. L’idea che partecipare ad un Gas necessitasse di maggior tempo in generale si è rivelata falsa, tanto quanto è vero il fatto che “ogni volta che fai la spesa voti”. Le nostre abitudini di consumo costituiscono una forma di partecipazione politica, forse per alcuni inconsapevole, che hanno conseguenze di molto più lungo termine rispetto a scelte di mobilitazione più rumorose: il Gas è una corrente sotterranea che senza farsene accorgere sedimenta abitudini e certezze semplici. E’ forse una forma laterale di comprensione del momento storico di natura totalitarista, nel senso del consumo e non solo: Arendt l’avrebbe forse intesa come la “banalità del male della GDO”? I Gas in tal caso sono la reazione che spezza la catena del potere… di acquisto! Forse non si tratta di una soluzione universalmente attuabile, in fondo i mercati ed i mercanti esistono da che l’uomo si riunisce in comunità per suddividersi ruoli e mansioni, ma in questi tempi di transizione economica e sociale, auguro a tutti di andare… a tutto Gas!!

Link utile: http://www.retegas.org/

 

[foto in copertina di Jumpi]

 

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. Gigi

    Un effetto collaterale positivo dell’adesione a un GAS è la modifica della dieta: se tutte le settimane ti arriva una cassetta di frutta e verdura di stagione, poi sei ‘costretto’ a mangiartela. Per forza devi aggiungere ai tuoi menù verdure di cui conoscevi a malapena l’esistenza. Ed è piacevolissimo oltre che salutare.

    Poi sono convinto che i GAS prenderanno sempre più piede e tra qualche anno, quando saranno un businness, saranno usati, fagocitati e digerita dalla GDO che con qualche sigla politicamente corretta creerà i sui GAS e tornerà ad appropriarsi anche di questa fetta di consumatori che le stanno sfuggendo.

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