Moda: Undici cose che so di lei

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11 idee/oggetti/prodotti/persone che hanno contato nella prima decade del 2000. 11 cose che porteremo verso gli anni 20. Undici cose che lasceremo o lasceremmo volentieri indietro

“We’re living in a post-everything reality”.
Ho letto questa frase da qualche parte, non ricordo dove, quando e a proposito di cosa, eppure pensando all’epoca in cui stiamo vivendo mi sento di farla mia al 100%.
Percepiamo la realtà mai come novità assoluta, ma come fosse il dopo di qualcosa, in qualsiasi settore, in ogni luogo. Non mi voglio addentrare in temi filosofici, politici, sociologici che non mi appartengono. Ma per la moda, lo stile, la musica, il design trovo questo paradosso molto calzante.

Per descrivere lo stile del primo decennio degli anni 2000 si utilizza il termine inglese “Mash-up”, una parola che significa miscuglio, molto utilizzata nella musica per indicare pezzi in cui tracce musicali in contrasto danno un effetto di novità, senza aggiungere niente. Il termine ha anche un aspetto culinario: in cucina significa poltiglia, purè, un “misto” in cui il risultato è una cosa altra, diversa rispetto alle parti iniziali mescolate.

Nella moda il mash-up è una sintesi di tutto quanto è stato indossato, ascoltato, visto o intercettato nel tempo, e l’effetto è un prodotto, un ‘inclinazione al sentire la produzione del momento come contestualmente nostalgica e futura. Quello che ci viene proposto, quello che acquistiamo, in particolare se abbiamo un’età che va dai circa quaranta ai circa cinquant’anni, è per lo più preso in prestito – forse saccheggiato? – da tendenze, forme, idee e sensazioni dei decenni scorsi. Le collezioni del Prêt-à-Porter, le calzature, gli accessori ci piacciono, li compriamo perché sì, ci sembrano novità, ma anche oggetti famigliari, una versione aggiornata, un update dei nostri gusti da ragazzi e da ventenni.
Chi come me ha vissuto gli anni ’80 da teenager prima e studente fuori sede poi, trova subito divertente riconoscere le citazioni di forme, colori, temi.
marc jacobs posh
In questo senso, il designer del decennio è senza dubbio il solito Marc Jacobs, che ha trasformato modelli e stili d’annata in accessori ed abiti desiderabili, acquistabili ed estremamente portabili, ridefinendo il demodé in maniera allegra e contemporanea (e vendendo molto). E lo ha fatto non solo per i marchi che portano il suo nome, ma anche e soprattutto per Louis Vuitton, dove, come direttore creativo, ha ridato vita alla casa francese abbinando in modo quasi bizzarro la continuità storica della maison a nomi di artisti e temi contemporanei.

Quindi direi che:
1 – fra le 11 idee/oggetti/prodotti/persone che hanno segnato la prima decade c’è Marc Jacobs, americano, gay, bello, ebreo, nostalgico, commerciale, globale, un mash-up in persona. È certo qualcuno che c’è stato, c’è tuttora e ci auguriamo ci sia ancora per molto.

 

2 – Sempre per restare nel tema “mash-up decade”, saltando di palo in fresca, mi vengono in mente alcune calzature che prima non c’erano ed ora sono a tutti gli effetti considerate un’idea oltre le tendenze: gli Ugg, i boot di montone che ci tengono caldi i piedi e ci fanno vivere in pantofole anche al lavoro. Questi brutti ma pratici e (udite udite) modaioli, sono emersi come tendenza all’inizio del decennio, per rimanere come pezzo evergreen per tutte le stagioni, meglio in inverno con il freddo che in estate come i surfisti australiani. Ci sono dai primi anni 0, ci saranno ancora e se perderanno di fashion-appeal, li terremo nascosti per qualche stagione, ma rispunteranno. Stesso discorso, stagione diversa: le infradito di gomma. Il marchio brasiliano Havaianas, che crea dal 1962 flip-flop, sdogana la scarpa non scarpa negli anni 2000 ed oggi è normale indossarle ovunque anche fuori dalle spiagge. Non dico che siano moda ma sono una certezza. Ci saranno sempre, a meno che non torni la glaciazione e allora si useranno solo alle terme. Lo stesso non si può dire per i Crocs, lo zoccolo in materiale gommoso leggero, colorato e traspirante. Prodotto nato in Canada come calzatura per gli ambienti termali, acquisito dalla Crocs Usa cresciuto a dismisura nel fatturato e finito entro la fine del 2009. Vero prodotto anti-fashion, ma ammantato di quel fascino del brutto ma comodo e divertente che gli ha permesso di essere venduto in miliardi di paia al mondo. Ora si vedono solo bambini piccoli con queste calzature. Non ce li porteremo dietro negli anni a venire, senza rimpianti.

 

3 – Il Vintage vero o finto è un altro elemento fondamentale del mash-up della decade scorsa. Prima del 2000 si parlava di vestiti usati e li si cercava sia per risparmiare sia per trovare cose con una storia ed una personalità che gli abiti prodotti in serie non hanno. Ora un capo firmato, usato e d’annata è diventato Vintage, soprattutto la borsa o l’abito da sera. Ma anche il vintage ha stancato, soprattutto perché è pieno di capi nuovi che simulano l’effetto usato. Il vintage resterà ma non sarà più il fenomeno per cui si incontravano pullman di giapponesi a Lugo di Romagna al Vintage Palace di Angelo. Ma per finire occorre passare alla voce successiva.

 

4 – Quando eravamo giovani alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 il jeans nuovo era vergognoso, nel senso che il jeans giusto doveva essere vissuto, testimoniando anche un atteggiamento anti-borghese e giovanilistico. Fu così che iniziammo a comprarlo usato, sempre solo Levi’s e lo portavamo finche non cadeva a pezzi. Gli anni 2000 ci hanno consegnato un nuovo mondo jeans dove le griffe hanno iniziato ad intervenire. Anzitutto tutti gli stilisti hanno cominciato a fare i cinque tasche, si è abbassata la vita per mostrare cosa c’è sotto. Il jeans è diventato un capo come un altro legato al marchio o alla marca. Per esempio John Richmond, il designer rocker inglese, scrivendo Rich sul dietro dei suoi capi in denim ha fatto a suo modo una rivoluzione. In seguito l’effetto vintage sui capi nuovi è diventato una forma d’arte e viene preparato con lavaggi e finissaggi speciali. Gli anni 2000 sono gli anni dei buchi, delle rotture di jeans ingialliti nel tè, di Renzo Rosso di Diesel, che ha venduto questo concetto del jeans bello elaborato con ottima vestibilità anche e soprattutto negli Usa, un jeans Made in Italy. Oggi i jeans dei designer costano come o forse più di un pantalone sartoriale. I più ambiti sono quelli di Balmain, storica griffe disegnata dal francese Decarnin, che possono costare da non meno di 800 euro ad oltre 2000. Il jeans è a tutti gli effetti un prodotto moda. Ora, le scritte sul sedere non le porta più nessuno, le rotture totali sono superate e credo non torneranno più, ma ci incamminiamo in questo nuovo decennio in jeans e questi saranno un capo clou di ogni guardaroba. Oggi il dettaglio fashion è il risvolto, per far vedere caviglie e calzature.

 

questa modella in tuta starà facendo jogging?5 – Il decennio appena passato ha trasformato quelle che prima venivano banalmente chiamate tute da ginnastica in abbigliamento fashion. C’è stato un momento, dal 2002 circa, in cui dagli Stati Uniti sono arrivate le tute di Juice Couture, in materiali, colori e forme femminili, abbinate ad accessori come borse e bijou, proposte con calzature vere, ballerine, stivaletti, anche decolté. Parliamo di tute, non solo di felpe, che ormai dagli anni’80 non erano più scomparse, ma di pantaloni in felpa, in ciniglia, in garza, così belli, fatti bene e comunque eleganti da poter essere portati sempre, anche per andare in ufficio o a ballare, o a scuola.
Anche qui si è iniziato a posizionare scritte e dettagli in posti improbabili. Alcune aziende di abbigliamento tecnico per la danza e la ginnastica con linee solo al femminile, ci sono andate a nozze. Questa ormai non è più una tendenza, ma un’idea assodata di abbigliamento che non ci lasceremo alle spalle

 

6 – Pur ripetendomi, credo che oggi più che mai, bisogna considerare un must della moda le catene low cost: fashion cheap/moda a basso costo. Le catene come Zara e H&M hanno proliferato negli ultimi 10 anni. H&M in particolare si è distinta per la vera politica di mash-up totale: è molto chic avere una camicetta di H&M da 9,99 euro abbinata ad un jeans griffato ed una scarpa costosa. Ma soprattutto ciò che ha fatto scuola e che speriamo tutti prosegua nel tempo, è il coinvolgere stilisti che disegnano linee super griffate e costose in progetti esclusivi ma low-cost. H&M, catena svedese fondata nel 1947, dal 2004 ha avuto guest designer star del calibro di Karl Lagerfeld, Stella McCartney, Viktor & Rolf, Roberto Cavalli, Comme des Garçons, Matthew Williamson, Jimmy Choo, Sonia Rykiel. L’ultimo è il progetto con Elbaz di Lanvin, di cui si parlava a Natale. Questa politica di collaborazioni, è fruttuosa per tutti, soprattutto per chi non vuole spendere 1500 euro in una t-shirt e pensa che 15 siano una cifra giusta. Oggi sbarcano in Italia le catene di abbigliamento casual americane, Abercrombie, Gap, Banana Republic, dimostrando che il Low cost di gusto USA ha molto da dire e da vendere. Il concetto piccola spesa, meraviglia grande è ormai la spinta alle economia della moda del prossimo decennio.

 

7 – Non so se la produzione in Cina possa essere ascritta all’inizio del nuovo millennio; certo è che da 5 anni a questa parte e temo sempre di più, non sarà possibile produrre il made in Italy se non per prodotti extralusso. Ormai le stesse griffe hanno spostato tutte le loro produzioni di abbigliamento ed accessori in paesi extracomunitari. Il bello è che i cinesi ricchi non vogliono marchi italiani made in china, ma vogliono il made in Italy autentico. La cosa strana è che sono proprio loro rimasti gli unici a credere che esista ancora. Nemmeno un jeans di Armani o una mutanda di D&G può essere fatta in Italia. Molti scrivono: Design italiano, Made in China. Credo che sia questo il futuro.

 

8 – Ma a proposito di mutande: gli anni zero hanno sdoganato la visibilità della biancheria. Oggi il fatto che si vedano le mutande con l’elastico griffato (anche no) fuori dai jeans è comunemente considerato out, ma tollerato. Fortunatamente la pancia scoperta, la maglietta corta con il jeans a vita bassa non esiste più. Non lo troveremo, nei prossimi 10 anni e vorrei sperare di non trovar più nemmeno mutande griffate che fanno bella mostra di sé quando il truzzo di turno si piega.christophe decarnin for balmain

 

9 – Negli ultimi anni uomini, donne, ragazzi, bambini hanno preso l’abitudine di utilizzare sempre sciarpe o foulard di cotone in primavera, estate e autunno, di lana in inverno, prima come la pashmina poi anche la kefiah. Un tempo questi oggetti erano considerati espressione di un’etnia o gli si attribuiva un forte significato politico. Oggi risultano quasi completamente svuotati da questo genere di senso, da quando ogni stilista negli ultimi anni ha utilizzato foulard tipo Kefiah in colori, con decori e in contesti molto modaioli senza nessun nesso politico. Nel 2011 vedremo al collo di gente di ogni età e credo, morbide sciarpe lunghe in jersey colorate o neutre che significano solo che, una volta tanto, per essere alla moda non bisogna soffrire, anzi si esce più protetti alla gola e al collo. Auspico di portarmi dietro questo concetto, anzi credo che date le condizioni della mia cervicale lo farò a prescindere.

 

10 – Già i nostri compagni di giochi, presenti nelle nostre letture, già acquistati come gadget nella quotidianità nell’infanzia, i personaggi di cartoni, fumetti, film animati sono diventati patrimonio comune della moda per adulti. La vasta schiera Disney, Biancaneve e i 7 Nani, Alice, Minnie e Topolino, Paperina e Paperino fanno capolino nelle collezioni delle griffe mondiali. Per non parlare del sempre presente e sempre verde, anzi sempre rosa, Hello Kitty. Dal 2000 ha imperversato nei bijou e nei maglioncini di cashmere, indossati da signore che non hanno esitato a spendere 400 euro per una collana di resina con il gattino giapponese. So che non vorreste sentirvelo dire, ma Hello Kitty e Biancaneve, sembra che scompaiono, ma ritornano sempre. Quindi sì, ci saranno ancora.

 

jeans short
11 – E undicesimo ma non meno importante è la sempre annunciata fine dei collant, il sopravvento della gamba nuda e del piede nudo, il ritorno del calzino ma fashion (per qualcuno calzino e fashion sono termini che non possono convivere nemmeno sulla stessa pagina) e, questo è vero il ritorno dei legging. In verità negli anni’80 le chiamavamo pantacalze, cioè una cosa tipo calzamaglia in lycra ma senza piede. Ora il legging sostituisce il collant o serve a coprire le gambe in caso di abiti corti o t-shirt abbastanza lunghe per essere definite maxi-maglie, ma comunque troppo corte per essere portate a gambe nude. Il legging è di cotone, di lana, di microfibra, di cachemire sempre elasticizzato e seriamente comodo. Certo non bello, io li conservo ancora per un anno. Poi potranno comunque essere utilizzate, come i Crocs all’interno delle 4 mura domestiche.

Certo il numero Undici è riduttivo per un decennio così denso dove la moda è stata ed è tuttora un campo in continuo movimento sempre pronto a reinventarsi, che utilizza la crisi come palestra per valutare alternative. Ci sono cose utilizzate per una sola stagione (ciabatte di gomma con il tacco) o che stiamo utilizzando ancora (stivali di gomma per cambiarci) ma cominciamo bene l’anno nuovo e pensiamo che, fra un anno, potremmo sempre dare tutto alla Croce Rossa.

 

 

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Marinda rivela come sempre un dono più unico che raro nel parlarci della moda e delle vicende della moda: a mio avviso, non sbaglia mai un colpo.
    Leggo questo bell’ articolo agli albori del 2017 e il lungo tempo passato dalla stesura del post conferma ciò che ho espresso. Ciò che Marinda ha visto e previsto è qua, tal quale postato allora. Marinda può farsi assumere come progettista ( si può dir così? ) del belvestire dalle più prestigiose maisons del pianeta.
    Più di tutto mi consola quanto scrive Marinda a proposito dei corsi e ricorsi della moda, certamente più veloci di quelli della Storia. In effetti io ho rimpianto molte volte l’ insano gesto di scartare abiti e scarpe che erano passate di moda: avrei quantomeno risparmiato soldi che fan sempre comodo. Altre volte mi son sentita adulata e ammirata dalle mie colleghe per mise di vent’ anni prima, scampate per caso o per affezione al repulisti ordinario, che tornavano di moda :- Che grazioso abito! Che tessuto! Dove acquisti? – . Io ho sempre detto la verità, ma non sono mai stata creduta, anzi sospettata di culto del segreto sartoriale.
    Dei ritorni modaioli adoro fanaticamente i fantastici vestiti-nudo in pizzo e luccichini che avevano rivestito il corpo di Marilyn Monroe: chi può scordare l’ incredibile corpo messo praticamente a nudo e disegnato da lievi macrame’ color carne e luccichini brillanti come stelle della donna fotografata fra i due uomini più potenti e in vista degli anni sessanta, i fratelli Kennedy, chinati al cospetto della divina che si diceva condividessero? Una foto indimenticabile! A me quel vestito incredibile piaceva per il concetto di femminilità totale e totalizzante che esprimeva. Fui contenta di ritrovarlo, già diversi anni fa, indossato dalla nostra ineguagliabile Sophia, pur se la classe di costei lo aveva voluto meno “nudo”, meno addossato ad ogni minima piega corporale: stupenda, elegante, brava e italianissima Sophia. Ritrovo sovente questa mise su semplici riviste d’ attualità in cui non può mancare la pagina delle diverse mise delle dive all’ ultima festa fra celebrità di vario genere.
    Non ho fisico adatto, tutt’ anzi, non frequento celebrità di alcun genere, anzi tutt’ al piu’ vado alla piu’ che modesta trattoria vicina a casa mia le rare volte che riesco a vincere la paura per l’ istaminosi, il nichel e & C. e so che il gestore conosce le mie tribolazioni, altrimenti giuro che questo vestito me lo farei cucire pure io, fosse pure dalla sarta un po’ pasticciona del mio piccolo quartiere, solo per guardarmi, novello narciso fallito, allo specchio del mio armadio.
    Mi piace e diverte assai essere messa a conoscenza del fatto che l’ aristocrazia cinese pretende l’ introvabile made in Italy assoluto, dopo che la Cina ci ha riempito le case di mercanzie d’ ogni genere che arrivano ovunque, stipate sulle grandi navi mercantili, e magari restano nei porti o nei magazzini per anni prima di entrare in casa tua. Fatto sta che ho drasticamente chiuso con l’ ipermercato strabordante di tutto e anche di cineserie dai nomi pieni di fascino francese e inglese, dopo che per tre anni di religiosa raccolta di bollini-spesa ho portato finalmente a casa, sotto natale, un bel completino, made PCR, per SPA che, appena aperta la bella scatola e dispiegati vestaglia e plaid, m’ ha impestato l’ appartamento di un pungente odore di muffa. Mio marito mi ha ordinato di buttare immediatamente tutto nell’ indifferenziata, prima che succedesse quel che a lui era capitato un anno prima quando aveva acquistato una cintura che emanava un terribile e similare odore che faticammo però ad attribuire all’ oggetto in questione, perché non veniva in mente a nessuno di annusare la cintura, bensì di urlare a mio marito di smetterla di trangugiare a pranzo e cena i soliti spaghetti con aglio, olio, peperoncino da lui stesso cucinati indefessamente e il cui pestilenziale aroma si percepiva gia’ nella piazza del nostro quartierucolo.Secondo i familiari e i conoscenti era evidente che il micidiale “aroma” ora veniva espulso attraverso la pellaccia della pancia di mio marito e sarebbe arrivato presto il collasso renale e magari epatico! Quasi quasi pure lui stava per cedere alla delirante idea dei familiari esasperati dalla sua pestilenziale nutrizione e dall’ odore che s’ aggirava per casa. Si arrivo’ al punto di pensare di parlar dell’ insolito e misterioso caso al medico di famiglia, quando un’accorta e saggia cognata poco avvezza a ipotesi fantasiose e misteri, scopri’ la verità, prendendo in mano la cintura stesa all’aperto assieme a tutta la biancheria di mio marito, ahimè coinvolta nell’ inusuale odore. Gridò :- È questa cintura che puzza tanto, e mi pare pure un po’ umida all’ interno!
    E mio marito, sbregando con determinazione l’ oggetto di vero cuoio in due drammatiche strisce longitudinali dovette ammettere, tastando ed annusando, di aver fatto un acquisto incauto, proprio lui che non sbagliava mai un colpo, in fatto di moda e di materiali.
    Io nascosi dietro un grosso vaso in terrazza la mia sudata vincita all’ iper. Mi affidai ai numerosi “consigli della nonna” che imperversano su internet e quando mio marito andò fuori dai piedi lavai ben cinque volte i miei capi SPA made in PCR in lavatrice con abbondante detersivo e bicarbonato, quindi feci altrettanti abbondanti risciacqui usando per quattro volte mezzo litro di aceto bianco; l’ultima volta solo abbondante acqua fresca in cui versai una cinquantina di cubetti di ghiaccio preparati nel congelatore. Lasciai appesi in terrazza, in alto, in pieno sole, vento , freddo polare i capi per dieci giorni e dieci notti, suscitando musi lunghi e ingrugniti nei vicini, sempre incavolati se il loro stravagante concetto di estetica condominiale subiva un qualche supposto affronto. Posai poi i capi sui termosifoni di stanze inabitate, aprendone le vavole al massimo. Dopo quattro giorni appesi trionfante il mio profumato e fresco completino SPA nell’ armadio.
    Va detto, per amor di verità, che io non frequento SPA, ma accumulo accanitamente tutto ciò che serve per un eventuale, malaugurato soggiorno in ospedale ( fuori le corna!), proprio come ha fatto per buona parte della sua vita mia mamma. Solo che la biancheria di mia mamma era autenticamente made in Italy e lei non ha mai avuto modo di pensare a micidiali volatili spore di muffa e acari cannibali.

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  2. Gigi

    Su Rai 5 gira in questi giorni un documentario su Marc Jacobs. E’ davvero un gran personaggio. Se vi capita guardatelo.

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  3. Marinda

    in effetti di ciniglia fa già primi anni 10, siam nell’11, comprala di felpa, magari con stampa militare…

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  4. A.Lex

    Fantastico, adorabile! dopo avere letto questo articolo come si può non andare a fare un po’ di shopping? ma la tuta…la tuta no, ti prego (e poi di ciniglia)…

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