Le donne odiavano il jazz (e non si capisce il motivo)…

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Ma dopo che nella scorsa edizione quei ragazzacci de El Criteri hanno aperto la breccia (vedi articolo), L’Undici nella sua misoginia ci si butta dentro, proponendo gli 11 album di jazz che non possono mancare nella collezione del lettore medio.

Nella sua lunga storia, il jazz ha sempre avuto torme di detrattori, dalla stroncatura di Theodor Adorno, che applicandovi lo schema concettuale (si insomma, la fissa) della Scuola di Francoforte lo considerava un utile strumento della classe dominante per fare credere al popolino che la musica colta fosse alla portata (Theodor mio, chissà cosa avresti detto allora a vedere il Pavarotti International …), a quella più recente di Ennio Morricone, che lui il jazz lo schifa (e beh, vuoi mettere invece le colonne sonore per gli spaghetti-western? Quella sì che è arte).ornette coleman, dà il là

Troppo informale per piacere a chi si sciroppa della gran Classica (magari senza farsi mancare una buona razione di Verdi, francamente più vicino a un Marco Mengoni che a un Ornette Coleman), troppo complesso per i fan di Amici, ma anche per molti rock-addicted (“Non si capisce il motivo”, appunto), troppo elegante per hard-coristi e punk, il jazz alla fin fine piace solo agli appassionati di jazz.

Per aiutare ad orientarci, qui di seguito in religioso ordine cronologico gli 11 album che completano la lista de El Criteri. Forse non tutti hanno fatto la storia del jazz (vabbè, molti in realtà sì; però non iniziate a dire “ma come, hai messo questo e non quello”, ecc… Non sono necessariamente i più belli), ma nessuno può mancare nella vostra Billyportaciddì. Pronti? Via!

1. Ornette COLEMAN, The shape of jazz to come, 1959, Atlantic Quel giorno, 52 anni fa, un ragazzino si mise a soffiare in un sax senza un pianoforte ad accompagnarlo e senza una melodia di riferimento. Oggi sembra acqua fresca, ma quel giorno, romani, amici, miei compatrioti, beh, quel giorno nasceva il free jazz.

2. Bill EVANS, Explorations, 1960, Riverside La quintessenza del Normal Trio: melodia pura, interplay, non una nota fuori posto; eppure, non una nota che non sorprenda, angoscia latente, sofferenza. Eros e Thanatos. A vostro rischio e pericolo. Imperdibile.

3. John COLTRANE, A love supreme, 1964, Impulse Con il bop ormai alle spalle (il bop, ha detto qualcuno, è un lungo periodo della storia del jazz racchiuso tra due parentesi a forma di sax: il sax di Charlie Parker e quello di John Coltrane) e in attesa di farsi anche lui il viaggio dell’India, il vecchio Jowcol partorisce il suo vero testamento musicale e lo dedica nientemeno che a Dio. Ma quello che salta fuori è un Dio cattivo e noioso, preso (probabilmente) andando a dottrina.

4. Miles DAVIS, My funny Valentine, 1965, CBS Uno da giovane si avvicina al jazz seguendo la tromba di Wynton Marsalis; poi, gli capita tra le mani questo album qui e capisce tutto, compreso il tempo che ha sprecato fino a quel momento. Per me, Numero 1.

5. AIR, Air lore, 1978 Poco più che meteore della scena Free degli anni ’70 – ma comunque capitanati da Henry Threadgill, non proprio l’ultimo degli sbronzi – gli Air con questo album stanno lì a dimostrare che esiste un unico, solidissimo filo conduttore tra il Ragtime ed il free jazz. Il jazz è uno (poi si è fatto trino).

I lounge lizarads hanno lasciato il segno, e non solo per la loro simpatica verve

6. LOUNGE LIZARDS, Lounge Lizards, 1981, EG Jazzisti per caso: il leader John Lurie diventerà un attore culto di Jarmusch (è uno dei compagni di cella e di fuga di benigni in daunbailò; sì, quello che non è Tom Waits), suo fratello Evan è autore di colonne sonore, il chitarrista Arto Lindsay è uno dei più scocomerati ed ironici geniacci del panorama musicale, sempre in bilico tra jazz, rock e brasil. I Lizards durano poco ma lasciano tracce importanti, come questo disco omonimo. L’immaginazione al potere.

7. HAL WILLNER, Weird nightmare: meditations on Mingus, 1992, CBS Prendete il più rissoso, irascibile, carissimo autore (Charles Mingus) di un universo già nervosetto di suo quale la scena jazz e provate a dedicargli un’opera che parli della sua grandezza senza scadere nell’agiografico, della sua musica senza scadere nella nostalgia. Solo un immenso produttore come Hal Willner poteva riuscirci. Alert: Elvis Costello a cantare il pezzo che dà titolo all’album è da pelle d’oca.

8. CLUSONE TRIO, Clusone 3, 1992, Ramboy Nonostante il nome – probabilmente scelto per ingraziarsi la Lega o il nostro Marincola – trattasi di gruppo formato da due olandesi + un californiano. Lunga vita all’avanguardia, soprattutto quando riesce come in questo caso a non prendersi troppo sul serio.

9. US 3, Hand on the torch, 1993, Blue Note Ma va làààà! Gli Us 3, quelli di Cantaloupe? Quelli che prendevano i vecchi pezzi della Blue Note e li sfrequenzavano a ritmo di hip-hop? Quelli così… così… COMMERCIALIII???? Pensatela come volete, ma sono stati l’unica vera novità del mondo del jazz dopo il free.

10. Gonzalo RUBALCABA, Suite 4y20, 1993, Blue Note Tocco latino senza regredire a macchietta, el caribe nel sangue, il jazz sulla punta delle dita. Forse è vero che si è un po’ perso per strada, ma questo è il disco della sua maturità. E con la più bella versione mai suonata di Here, There and Everywhere di Lennon-Mc Cartney. Gonzalo, facce Angela!

11. Steve COLEMAN, Deaf trance beat (modalities of rhythm), 1995, Novus Da un Coleman a un altro, da un sax alto a un altro. Anche qui fa capolino tanto hip-hop, ma soprattutto la lezione dei maestri (ad esempio una scoppiettante Salt Peanuts). Ritmo a balùs, ma controllo assoluto: una volta, a un suo concerto quello seduto accanto a me se ne esce con un “Sì, ma cazzo, questo qui da piccolo ha ingoiato un metronomo!” Sottoscrivo.

l'Undici organizza una corriera per il pellegrinaggio, per informazioni scrivere a ...Dopo il 1995, poco o niente. La scena internazionale è impestata dagli pseudo-virtuosi (Mehldau, Redman Jr.), dagli epigoni dei crooner (il Bubbolone, Jamie Cullum o – che iddio la fulmini – Mrs Costello, al secolo Diana Krall), dai trombettisti pacco (da Truffaz a Moelvar). Ci potrebbe ancora salvare Bollani, se solo decidesse una buona volta cosa vuol fare da grande.
Tanto vi dovevo.

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5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. fortebraccio

    Sì, John Zorn e non solo (una decina di Mingus, una ventina di Sonny Rollins, e poi Garbarek, Steve Lacy, Charlie Haden… E’ che non sembra, ma 11 è un numero molto piccolo
    (comunque Zorn era il 12°, non nella infinita serie Masada né nella versione Naked City, bensì con Frisell e Leweis in News for Lulu)

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  2. Gigi

    @Amleto:
    per dare retta a una femmina in fatto di musica bisogna proprio essere dei debosciati come te. oh, in senso buono si intende

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  3. Gigi

    comunque grazie, che quando si sente parlare di jazz sembra che il mondo si sia fermato agli anni cinquanta, invece c’è qualcosa di buono anche dopo.
    per carità Miles Davis è inarrivabile, ma c’è anche qualcosa di più attuale che vale la pena ascoltare.
    come quelli che parlano di rock e non vanno mai oltre i Led Zeppelin.

    ma oltre alle tue milestones, per esempio: John Zorn e i suoi derivati?

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  4. Amleto

    Tu Fortebraccio arrivi sempre in ritardo quando tutto è già finito ed io dopo mille dubbi e ripensamenti mi ero fatto masterizzare tutto Erik Truffaz da quella sciocchina di Ofelia.

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  5. GM

    Competenza e passione! Complimenti. Viene voglia di raccogliere la sfida e ascoltarli tutti.

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