Il PM e la separazione delle carriere

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Cominciamo col dire che il Pubblico Ministero (P.M.) è un magistrato e quindi fa parte della magistratura nella sua dizione più lata. La sua funzione preminente, derivatagli direttamente dalla Costituzione (“il P.M. ha l’obbligo di esercitare l’azione penale” art. 112) è quella di promuovere l’azione penale.

Il suo compito è quindi instaurare il procedimento penale davanti al giudice non appena abbia conoscenza in qualunque modo di una notizia di reato e sempre che abbia raccolto elementi di prova sufficienti del compimento del reato da parte di una persona. Quindi il P.M. non ha soltanto il potere, ma l’esplicito obbligo di esercitare l’azione penale, il che spiega l’importanza nodale di questo organo dello Stato in relazione a tutto lo svolgimento del processo ma in modo particolare al momento dell’esercizio dell’azione penale.

Strutturalmente esiste un ufficio del P.M. (Procura della Repubblica) presso ogni ufficio giudicante (Procura della Repubblica presso il Tribunale competente per territorio o presso la Corte d’Appello o presso la Corte di Cassazione). Ha una organizzazione gerarchica tant’è che è il Capo dell’Ufficio che distribuisce gli affari tra i suoi sostituti (il termine “sostituto” è significativo) anche se il P.M. esercita le sue funzioni in piena autonomia e non è ricusabile dalle parti per ragioni di convenienza, potendosi provvedere alla sua sostituzione soltanto con il suo consenso o ad opera del Capo dell’Ufficio per i casi previsti dalla legge.

Il P.M. è portatore dell’interesse generale dello Stato il che implica che non può essere confuso con il pubblico accusatore. Anzi, quando in qualsiasi momento avverte che non esistono prove sufficienti o comunque vi sono elementi favorevoli all’imputato, deve esplicitarli e chiederne l’applicazione. In altre parole il P.M. ha l’obbligo di essere imparziale (così come – ovviamente – il magistrato giudicante). Del resto è il perseguimento dell’interesse comune che sta alla base degli interventi del P.M. in sede civile, nei casi di interdizione di incapaci, di adozioni o affidamenti dei minori oppure nell’abito di procedimenti amministrativi.

Col nuovo codice di procedura penale del 1988, che ha sostituito il sistema inquisitorio con quello accusatorio (simile a quello anglosassone, tanto per intenderci), il P.M. non ha poteri inquisitori il che lo porta ad assumere la posizione di “parte” tutto particolare nell’ambito penale: dirige le indagini preliminari ossia raccoglie gli elementi di  prove, e nei dibattimenti davanti al giudice provvede a formare le prove nel contraddittorio con il difensore.

Da queste brevi considerazioni è comunque intuibile il momento determinante della funzione del P.M. ed è facilmente comprensibile il possibile conflitto che si ripresenta sistematicamente tra il potere esecutivo e l’ordine (e non potere) giudiziario. La scelta della nostra Costituzione è stata netta e decisamente improntata alla difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura (dal potere esecutivo).

Vi sono molti e significativi puntelli a garanzia della indipendenza del giudice, nella sua accezione più larga. L’azione penale è obbligatoria ai sensi dell’art. 112 Costituzione. Il P.M. gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario (art. 107). Aspetto molto importante: il P.M. dispone direttamente della polizia giudiziaria (art.109) e non attraverso il potere esecutivo/politico. Il giudice è soggetto soltanto alla legge (art. 101). E’ sintomatico che questi principi siano continuamente messi in discussione, palesemente o indirettamente, mediante facili ed inconsistenti argomentazioni giuridiche o paragiuridiche, con l’intento di pervenire ad un allentamento o eliminazione delle norme di garanzia.

Si è detto, ad esempio, che l’obbligatorietà dell’azione penale (che alcune proposte di riforma mirano ad abolire) di fatto non esiste perché l’accumulo degli affari penali ed una scelta soggettiva dei procedimenti conducono ad una strisciante discrezionalità, quando invece il vero problema è quello di rendere praticabile e produttiva l’azione della macchina giudiziaria. Si è detto che la dazione di maggiori poteri alla polizia giudiziaria determinerebbe una migliore efficacia nell’azione di prevenzione. Tutto questo andrebbe a scapito della obbiettività della funzione giudiziaria, con il conseguete svuotamento sostanziale dei poteri del P.M.. Si è detto che si dovrebbe praticare una più razionale politica giudiziaria, prospettandosi una specie di vertice periodico tra il Ministro della Giustizia ed i più alti organi della magistratura per una ricognizione all’inizio dell’anno giudiziario dei criteri di indirizzo generale. Tutti questi tentativi tendono alla solita, possibile nociva conseguenza che è quella di sottomettere il giudice o nel caso il P.M. al potere esecutivo.

Si sente spesso parlare di una riforma della giustizia che conduca ad una “separazione delle carriere”, ossia far sì che la carriera dei giudici (magistrati giudicanti) sia diversa ed autonoma da quella dei P.M. (magistrati requirenti) per creare due percorsi a sè stanti e due C.S.M. (Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno della magistratura) ognuno dei quali provvede, in via autonoma, alle promozioni, trasferimenti ecc. , tranne che per l’ingresso in magistratura che, almeno così si  prospetta, sarebbe regolato da un concorso unico.

L’idea alla base della separazione delle carriere è tutt’altro che sbagliata, anche se già esiste nell’attuale ordinamento giudiziario la separazione delle funzioni che di fatto impedisce il passaggio del magistrato dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa. Se la  separazione delle carriere non comporta automaticamente la soggezione del P.M. al potere esecutivo, dà però – ad esempio – la possibilità  a quest’ultimo di controllare facilmente una ridotta categoria di magistrati (P.M.) secondo la vecchia e collaudata regola del “divide et impera”. Il pericolo è che la separazione delle carriere (così come ipotizzata dalla riforma proposta dall’attuale governo) sia una tappa verso la perdita dell’indipendenza della magistratura. E’ conseguente, infatti, che una dipendenza del P.M. al potere esecutivo, ed in definitiva al governo, determinerebbe o potrebbe concretamente determinare una grave e irreparabile violazione dell’autonomia e dell’indipendenza del giudice. Verrebbe, in definitiva, posto a rischio il principio della divisione dei poteri, che sta alla base della nostra Costituzione.

Ci sono, secondo i magistrati, altre ragioni per opporsi alla separazione, tra le quali quella della  ricchezza di esperienze in comune da salvaguardare. Ma la ragione di fondo è quella di salvaguardare l’indipendenza della magistratura. Il pregresso regime fascista prevedeva, per ovvi motivi di logica interna al sistema, tale soggezione. Qualche ordinamento giudiziario (dicasi quello francese) è tuttora informato a diversa impostazione, ma nell’ambito di un diverso contesto. “Punire” il pubblico ministero, come sembra si intenda  fare nell’ambito della riforma giudiziaria, persegue proprio questa dannosa finalità.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. massimiliano de cristofaro

    Ho letto bene? Rileggo ancora: “Ci sono, secondo i magistrati, altre ragioni per opporsi alla separazione, tra le quali quella della ricchezza di esperienze in comune da salvaguardare”!!! “Oh caspita”, ma quante buone intenzioni hanno questi Magistrati.
    Ho letto ancora: “Ma la ragione di fondo è quella di salvaguardare l’indipendenza della magistratura. Il pregresso regime fascista prevedeva, per ovvi motivi di logica interna al sistema, tale soggezione. Qualche ordinamento giudiziario (dicasi quello francese) è tuttora informato a diversa impostazione, ma nell’ambito di un diverso contesto. “Punire” il pubblico ministero, come sembra si intenda fare nell’ambito della riforma giudiziaria, persegue proprio questa dannosa finalità”!!! Ancora…”oh caspita”, ma sono proprio mossi da ottime intenzioni questi signori e non da una sorta di superbia che li rende impunibili ed ancora al di sopra della legge stessa che -come ampiamente documentabile- possono usare a loro piacimento!!! Anzi, diciamo anche che punire un Pubblico Ministero che sbaglia oggi sarebbe un segno e un sintomo di assoluta Democrazia, in uno Stato in cui questa gente dimentica di essere un semplice dipendente statale come me e non il sostituto momentaneo di Dio in terra. Poi se c’è qualcuno che vuole lo scambio di pensiero aperto ben venga, io sono Massimiliano De Cristofaro, Poliziotto con 20 anni di Onorato servizio ma imputato (o meglio “obbligatoriamente incastrato”) nel processo a Pazienza Francesco ed altri (Proc. Pen. 13863/98 tuttora in dibattimento a Roma c/o 6^ Sez. Penale). Magari in risposta alle buone intenzioni dei magistrati inquirenti pubblicherò anche qualche altra carta dibattimentale sia sulla “libertà d’azione” che sulla “libertà di pensiero dell’inquirente” ed infine sulla sua “legittima e legittimata impunità” in un Paese dei Balocchi in cui è impossibile provare il dolo di un Magistrato.
    Vedo Pinocchio, vedo Mangiafuoco ma non vedo Lucignolo…
    Sarebbe davvero carino verificare chi ha un bagliore di ragione sulla separazione delle carriere! Attendo fiducioso repliche costruttive ma attenzione, non farò sconti a nessuno a costo dell’imbarazzo per molti.
    P.S. Ammiro davvero la caparbietà e la pulizia del Dr. Pilo, Magistrato d’altri tempi, mi piacerebbe sottoporgli il mio fascicolo d’inchiesta, ed essendo egli un Uomo d’Onore sò che rimarrebbe senza parole ed arrossirebbe per conto terzi…e magari, probabilmente, poi rivisiterebbe il suo articolo…adeguandolo.
    La mia è la voce di un Uomo che lavora per la Giustizia ma che si sente profondamente tradito da un sistema Giudiziario fallace, rudimentale, pressappochista e qualunquista in cui l’azione penaleL: “obbligatoria” dovrebbe essere di diritto: “opportuna”. Pregiato Dr. Pilo, in questo paese abbiamo decine di Codici contenenti migliaia di articoli, apparte il legislatore “creativo”, i Latini dicevano: “Corruptissima republica plurimae leges” ovvero: “Le leggi sono moltissime quando lo stato è corrottissimo” (Tacito), ma dicevano anche: “Bonae fidei non congruit de apicibus iuris disputare”, ovvero: “Non risponde a buona fede il cavillare sulle sottigliezze del diritto”, specialmente per chi, come me, ristagna in un procedimento penale da 13 anni in primo grado perchè gli addetti ai lavori non vogliono assumersi la responsabilità dell’errore…(o orrore?).
    Massimiliano De Cristofaro

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