Il feliciometro

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I soldi – si sa – non danno la felicità. Almeno non da soli. La storiella comincia con un francese, un americano e un indiano… e finisce con il vostro misuratore di felicità personale, offerto da l’Undici.

Dalla Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith (proprio uno scozzese…) ne è passata di acqua sotto i ponti. A quei tempi l’economia era facile, logica ed efficace. Si chiamava capitalismo e i derivati ancora non esistevano. Esistevano invece (almeno sulla carta) i mercati perfetti, la legge della domanda e dell’offerta, gli imprenditori volevano massimizzare i profitti, i consumatori volevano massimizzare il piacere (l’utilità), i salariati tiravano a campare tenendosi stretto il proprio lavoro al salario di mercato. Già, il mercato. Ci pensava lui a sistemare tutto, posto che le “regole del gioco” fossero chiare e trasparenti, tutti vincevano. I consumatori erano contenti, gli imprenditori erano ricchi, i salariati più o meno sopravvivevano. Non c’erano disoccupazione, inflazione, crolli in borsa.

 

Poi Carletto Marx ha cominciato a dire che le cose – in realtà – non è che andassero proprio così, e che forse non era giusto massimizzare il profitto a spese dei salariati. Anche un italiano ha messo il becco nel dibattito, tal Vilfredo Pareto. Se anche il mercato non fosse in grado di renderci felici, allora basterebbe spostare un po’ di ricchezza prima di far partire il “motore mercato” ed ecco che il nuovo equilibrio è quello del migliore dei mondi possibili. Basta poco, in fondo. Poi Marx è morto. Ma proprio nell’anno in cui Marx moriva a Londra sul finire della primavera, al debutto dell’estate, a un’oretta di treno di distanza nasceva John Maynard Keynes. Marx era comunista, Keynes era gay, e sicuramente aveva letto Marx.
Ebbene sì, la disoccupazione esisteva. Se uno non lavorava, non era perché accettava liberamente di non farsi sfruttare ad un salario da fame, ma perché proprio nessuno lo faceva lavorare. Non solo. I prezzi aumentavano. Esisteva anche l’inflazione.

 

Le undici (più una) raccomandazioni della Commissione Sen-Stiglitz-Fitoussi

1) Per misurare il benessere materiale, meglio guardare a redditi e consumi piuttosto che alla produzione. In pratica, superare il PIL e guardare quanti soldi hanno in tasca i cittadini, tenendo conto di tasse e prezzi.

 

2) Enfatizzare la prospettiva della famiglia (intesa come gruppo di persone che coabitano…). Quando si fanno i conti, anche se l’economia complessiva è importante (famiglie + imprese + banche + pubblico), meglio concentrarsi sulla parte delle famiglie. Non è stupido, anche imprenditori, banchieri e amministratori pubblici avranno una famiglia e un reddito, ma è importante considerare che ci sono meno banchieri e parlamentari che impiegati ed operai.

 

3) Considerare redditi e consumi, ma assieme al patrimonio (intesi come wealth). Qui si scende un po’ nelle definizioni. I redditi delle famiglie sono “flussi” (da stipendio, da investimento, ecc.), così come consumi. Il patrimonio di una nazione, quello che ci si porta dietro l’anno successivo, può essere espresso in stock. Insomma, cumuli o mucchi. Ma non solo di denaro, anche di capitale fisico, naturale (l’ambiente!), umano (la cultura, l’educazione!). Qua è tosta. Bisogna cominciare a contare cose che non passano dal mercato. Lo si fa già, ma più nelle università che negli uffici di statistica. Quanto vale un albero secolare? E un numero de l’Undici?

 

4) Dare più rilevanza alla distribuzione di reddito, consumo e patrimonio. Anche questa, a leggerla sembra banale. E’ la famosa storiella in cui tu mangi un pollo, io nessuno, in media ne abbiamo mangiato mezzo a testa. A parità di reddito, consumi e patrimoni, se il 20% degli italiani detengono il 50% del reddito è ‘diverso’ da uno stato alla Marx. Poi che a governare sia l’uomo più ricco del paese e a votarlo i più poveri, è un’altra storia.

 

5) Estendere le misure di reddito ad attività non di mercato. La liberazione dalla schiavitù del mercato è una profonda ambizione dei nostri eroi. Perché oggi non siamo più felici di quarant’anni fa, anche se il PIL è cresciuto tanto? Per fare un esempio, 40 anni fa i bambini li badavano i nonni della famiglia, gli anziani i giovani della famiglia, la famiglia allargata forniva tanti servizi, NON contabilizzati nel PIL. Oggi per questi servizi si passa dal mercato (magari “nero” ma sempre mercato e fa sempre PIL). Apparentemente siamo più ricchi, perché i servizi transitano dal mercato e quindi vengono misurati, ma nella migliore delle ipotesi siamo nella stessa situazione di partenza, bambini e anziani badati… Ma non finisce qui, perché – finalmente – si comincia a pensare di misurare (e quindi monetizzare) una delle maggiori ricchezze (e fonti di felicità?) dell’epoca moderna: il tempo libero! Se ci è capitato di rinunciare ad un lavoretto retribuito pur di non rubare tempo al sonno, agli amici o alle nostre attività, allora vuol dire che siamo più felici senza quella retribuzione. E invece secondo le misure tradizionali senza quel lavoretto siamo meno ricchi. Non sarà facile, ma bisognerà arrivarci. Questa potrebbe essere una vera rivoluzione, anche nel concepire il valore dell’orario di lavoro e l’investimento (anche politico) sul tempo libero. Da qui nascono le otto dimensioni della felicità o, per essere precisi, dello star bene (well-being).

 

6) La qualità della vita dipende dalle condizioni oggettive delle persone e dalle loro capacità (le capabilities di Sen). Bisognerà migliorare le misure oggettive delle condizioni della gente, in particolare uno sforzo per misurare le connessioni sociali, la rappresentatività politica e l’insicurezza che “predicono” la life satisfaction. Più facile a dirsi…

 

7) Per qualsiasi dimensione, gli indicatori della qualità della vita devono considerare le disparità. Si sa infatti che la felicità dipende da quanto sia verde l’erba del nostro vicino. Vicini con erba troppo verde ci rendono meno felici… siamo fatti così. E questo vale non solo per la distribuzione dei redditi, ma anche per altre distribuzioni (sfortunatamente molto correlate con i redditi): ad esempio salute, rappresentanza politica, educazione…

 

8) Le indagini statistiche devono essere progettate per misurare il legame tra le varie dimensioni della qualità della vita per ciascuna persona, e questa informazione dovrebbe guidare le politiche. Come si legano reddito e salute? E salute e lavoro? E reddito e ambiente? I legami sono complessi, ma la statistica moderna può guardare a questi legami. E la politica deve tenerne conto. Se creando tempo libero si migliorano salute, ambiente, cultura, relazioni sociali, potrebbe essere più produttivo sviluppare politiche sul tempo libero che non quelle per favorire il ricorso agli straordinari… O forse Berlusconi ci dirà che i nostri giovani disoccupati sono ricchi perché hanno tempo libero?

 

9) Gli uffici statistici dovrebbero fornire l’informazione necessaria per aggregare le varie dimensioni di qualità della vita, così da costruire diversi indici. Insomma, questo indicatore unico che sostituirà il PIL da qualche parte dovrà venir fuori, ma quale sarà il peso della salute? Quale quello dei soldi? Quale quello dell’amore? E il sesso? Ce lo dirà l’Istat, basandosi anche su quello che diremo noi nei nuovi supersondaggi.

 

10) Le misure della qualità della vita dovranno essere basate su misure oggettive e soggettive. Quindi le valutazioni “oggettive” dettate dalle regole dell’Istituto di Statistica saranno accompagnate dalle nostre percezioni. Essere poveri e malati rende infelici, ma anche “sentirsi” (più o meno giustamente) poveri e malati rende infelici. E vale il viceversa. Sarà vero che gli africani hanno bassi redditi e vite medie, ma sono più felici di noi? La Nuova Statistica ce lo dirà.

 

11) Misurare la sostenibilità con un insieme di indicatori ben identificati. La sostenibilità è stata un concetto chiave per la Commissione, e si è scelto di essere “pragmatici”, perché molte assunzioni sono necessarie per decidere cosa sia sostenibile e cosa no. Con la complicazione del legame tra economia e sostenibilità ambientale (il cambiamento climatico). Qui la raccomandazione è di considerare la sostenibilità come concetto ben separato dalla questione della felicità o della performance economica… Evitiamo di mescolare tutto a priori, perché non si arriva da nessuna parte. L’esempio della Commissione è illuminante: al guidatore non serve a niente avere sul cruscotto un indicatore che sintetizzi la velocità con il livello del carburante rimasto… Servono due indicatori! Ma cos’è questa sostenibilità: abbiamo anche qui dei mucchi o cumuli. Se rimangono uguali o aumentano va tutto bene, se diminuiscono allora dobbiamo almeno preoccuparci che rimangano al di sopra del livello di guarda.

 

12) Gli aspetti ambientali della sostenibilità meritano un lavoro separato, basato su un insieme ben selezionato di indicatori fisici. Insomma, si vuole togliere (giustamente) arbitrarietà. Decidiamo cos’è l’ambiente (livello di emissioni, inquinamento dell’aria, fauna marina, ecc.) e come si misura in termini fisici. Poi vediamo come si evolvono le statistiche nel tempo senza cambiare le regole in corsa.

 

 

Guardare all’economia solo dal punto di vista di individui razionali ed egoisti, seppur efficienti, lasciava diversi coni d’ombra. Ad esempio, si poneva il problema che una volta raggiunta la massima ricchezza collettiva possibile (e già qua possiamo misurare la ricchezza conil famigerato PIL), il giochino si bloccava. Tutto in equilibrio, tutti contenti, ottimo paretiano (il migliore dei mondi possibili), ma tutto finito.
Per fortuna c’era il progresso tecnologico a far ripartire i mercati, e magari anche l’aumento del cosiddetto capitale umano. In pratica, una macchina a controllo numerico che fa il lavoro di 10 operai e un lavoratore più educato e formato producono di più dei 10 operai di cui sopra. Tutto bene, se non che ci sono 10 operai a rischio disoccupazione, se l’economia non continua ad espandersi e ad inventare nuove frontiere di consumo.

 

Il capitalismo cominciava a conoscere la propria condanna eterna, la famigerata crescita. E allora, crescere per essere felici, PIL e consumi sempre più alti, che crescano più veloci dei prezzi e che evitino la condanna della disoccupazione. Ebbene sì, perché gli psicologi ci raccontano che in due anni si può recuperare un decente livello di felicità da qualsiasi disgrazia (anche quelle peggiori), ma che c’è qualcosa che lascia una traccia indelebile e irrecuperabile sul nostro buonumore, la perdita del lavoro.
Stiamo già parlando di felicità, ma è presto. Torniamo a Keynes, che ridimensiona quel benpensante di Smith e comincia a misurare l’economia aggregata, la ricchezza delle nazioni (ebbene sì, il PIL), ma anche inflazione, disoccupazione, consumi, esportazioni… Nasce la contabilità nazionale.

 

Di acqua sotto i ponti, si diceva, ne è passata ancora. Sotto i ponti del Tamigi, ma anche sotto quelli della Senna, del Gange e del fiume Hudson. Siamo nel ventunesimo secolo, e la condanna eterna del capitalismo non è forse così eterna.
Dopo Marx sono morti anche Keynes e il comunismo, per il capitalismo sembra fatta, la strada è in discesa. Le frontiere sono le economie dei paesi in via di sviluppo e tutto sembra andar bene. Ma non è così, per ricitare Ruffolo, il capitalismo ha i secoli contati.
Fallisce la New Economy, la tigre asiatica va in crisi un paio di volte, i derivati e il boom immobiliare affossano le ‘grandi economie capitaliste’ e i grandi liberisti si riscoprono interventisti. Ai G8 o ai grandi summit europei comincia a circolare un po’ di imbarazzo nel guardare alla crescita, soprattutto quando ha un segno meno davanti, e si è costretti a gioire per qualche decimale del PIL.

 

Allora i politici, tanto abili a nascondersi dietro alle statistiche economiche, cominciano a dire – inizialmente a bassa voce – che bisogna saper andare oltre ai numeri. L’Italia, che è sempre nella ‘metà destra della classifica’ quando si guarda alle statistiche economiche (diciamocelo, lotta per non retrocedere con Grecia, Irlanda e paesi iberici), è un paese “dove si sta bene” secondo i nostri leader maximi. Di cosa ci lamentiamo? I giovani non sono disoccupati, sono diversamente occupati. Anzi, dovremmo consumare di più. Chissenefrega del PIL, la nostra lanterna negli anni del boom. Adesso che è negativo, bisogna mandarlo in soffitta.
Chi prende le cose più sul serio è Monsieur Sarkozy. Si affida a due celeberrimi premi Nobel per l’Economia, molto critici sul tradizionale concetto di ricchezza. Uno, Amartya Sen, passa le vacanze nella sua casa vicino al delta del Gange (ma lavora ad Harvard ed è senior fellow nella Cambridge di Keynes). L’altro, Joseph Stiglitz, docet sulla foce dell’Hudson a New York nella prestigiosa Columbia University. A fare gli onori di casa Jean-Paul Fitoussi, professore parigino meno palmato dei due colleghi, ma più addentro alle problematiche europee.
Dopo un comunista e un gay, ecco due ebrei e un (mezzo) nero a sfidare lo status quo. Che ci sia della giustizia nella storia della misura della felicità?

 

La Commissione - coadiuvata da un’altra ventina di nomi di prestigio, tra cui l’attuale presidente dell’Istat Giovannini, allora all’OECD ed attualmente uno degli statistici più pagati al mondo (più di Bernanke e Obama, chissà se è felice?) – ha partorito un rapporto con 12 raccomandazioni, che potete leggere nel box a fianco. Ma soprattutto, ha partorito, le otto dimensioni dello “star bene“, che elenchiamo qua di seguito. Provate a dare un voto alla situazione italiana (forse era meglio il PIL?).

 

1) Standard di vita materiali (reddito, consumi e patrimonio)
2) Salute (come stiamo, ma anche come ci curano)
3) Educazione (e cultura)
4) Attività personali incluso il lavoro (e la soddisfazione dal lavoro! Ma anche cinema, libri…)
5) Voce politica e governance (rappresentatività, istituzioni, corruzione…)
6) Connessioni sociali e relazioni (in ordine rigorosamente alfabetico amicizia, amore, famiglia, sesso…)
7) Ambiente (condizioni presenti e future)
8) Insicurezza, sia dal punto di vista economico che fisico (del lavoro, del conto in banca, o magari anche sull‘influenza A).

 

Ne consegue che chi ci governa dovrebbe investire su tutte e otto le dimensioni, soprattutto su quelle che hanno maggior spazio di crescita, indipendentemente (o meglio “oltre”) dalla ricchezza che generano. Per farlo, è necessario che siano misurate, anche statisticamente. Tra Natale e Capodanno i giornali hanno riportato il primo passo dell’Italia in questa direzione (e date le attuali statistiche economiche, non stupisce che ci si sia mossi in fretta). Entro il 2011 l’Istat misurerà una serie di indicatori basati su queste otto aree, ma anche sugli “input” ricevuti dal CNEL (guarda caso diretto da un ex ministro berlusconiano, Antonio Marzano).
L’Undici, naturalmente, è più veloce. E vi propone il suo FELICIOMETRO. Non aspettate, misurate subito la vostra felicità, e magari andate anche a vedere quanto sono felici i lettori de l’Undici.

 

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Chi lo ha scritto

matzeyes

Nato nei favolosi anni settanta, si sente scienziato (e incredibilmente lo pagano come tale), romantico, padre sapiente, nostalgico, sognatore (ad litteram), scrittore, giornalista, teorico della cospirazione, giocatore di baseball, cittadino del mondo (più d'Europa), anticonformista, rivoluzionario di sinistra, vero cattolico. In realtà è solo un (po') coglione, ma almeno è anche lui un fondatore de l'Undici.

9 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Lech Walesa

    In Occidente avete ricchezze e libertà , ma non date valore alla fede e alle regole. Siccome possedete così tanti computer,
    perché non li utilizzate per la ricerca delle felicità?

    Rispondi
  2. Marinda

    solo una domanda… che relazione c’è fra tette e felicità? perchè mi sfugge il ruolo della tettona con un ottova di seno e il 54% feliciometro. Io – come l’amico kiki e il duca bianco – ho totalizzato un bel 62%, ma non mi sono mica cresciute le tette. O forse dopo il 60 calano?

    Rispondi
  3. kiki

    Ecco, lo sapevo! E’ la solita operazione commerciale, come quando ti chiamano perché “La sua impresa è risultata la migliore società dell’anno nel settore aria fritta, quindi ha vinto il Guidarello d’oro (o quel cazzo che è), ecc… e poi scopri che devi schiodargli dei soldi!!!
    Comunque, vi do un consiglio: non prendete la patente, non tenete tv in casa e, soprattutto, buttate via quel cazzo di telefonino, che serve solo a litigare. Vedrete se non arrivate a 60 anche voi.
    Kiki scelgo la comune

    Rispondi
  4. matzeyes

    60-70 Il tuo stato di estasi, benessere economico, intesa sessuale perfetta, amore eterno è a un passo dalla realizzazione e si realizzerà definitivamente versando una cifra pari a 100 volte il tuo punteggio (in euro) sul conto corrente dell’Undici che ti verrà comunicato personalmente.
    P.S. Per i colleghi – Apriamo un conto corrente

    Rispondi
  5. kiki

    E’ verissimo: 60,9; l’ho anche rifatto su due risposte su cui ero indeciso e ho fatto 61,2.
    Quindi adesso mi dite la fascia 60-70 cosa prevede o mi metto a cantare Queen Bitch a squarciagola!!!!

    Rispondi
  6. faber

    Il feliciometro !! Scusate l’inettitudine, ma quando apro il file mi dice ‘Errore nel file. Possibile perdita di dati’.
    Cosa vuol dire ? Che ho perso qualche GB di felicità ?
    Un caro download continuo di felicità a tutti !!

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  7. Gigi

    Questo feliciometro dovrebbe essere usato anche per pagare le tasse, per le graduatorie ai nidi e gli altri servizi sociali. Che se uno è bello contento che ha tempo libero, tromba come un riccio, una famiglia felice, un lavoro soddisfacente, studia, lavora, guarda la tv, va al cinema e fa sport, per non parlare della Santa Messa … può anche pagare un po’ più di tasse che rimane contento lo stesso, o dedicare un po’ più di tempo a bimbi o nonni che se gli rimane un po’ di spazio in meno per se’ magari se la gode anche di più.

    @kiki: smettila che in Europa l’unico che aveva superato i 60 prima di te era David Bowie

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  8. kiki

    bellissmo il feliciometro!
    Però, quando incontrate Stiglitz, Sen o il Fitussì (oppure il diretùr) gli chiedete per favore che fine ha fatto la fascia 60-70 (diobonino, ho totalizzato 60,9)?

    zanx

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