'Bossi non è pericoloso'

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Le profezie di Andreotti 18 anni or sono. Come se la passava Craxi l’11 gennaio 1993. Nello stesso anno la Lega punta a governo tecnico, riforma legge elettorale ed elezioni anticipate. Come l’opposizione di oggi.

Andreotti: Bossi non è pericoloso
il senatore a vita, ospite TV a “Italiani” su RAI 3, conferma di non considerarsi ancora un pensionato.
Giulio Andreotti giovedì compirà 74 anni, ma assicura: “Non ho nessuna intenzione di andare ai giardinetti come un pensionato”. Ma forse la poltrona di senatore a vita gli sta stretta. Dopo 45 anni a Montecitorio, si sente ancora deputato e confida: “Quando mi chiamano senatore, spesso non mi rendo conto che ce l’hanno con me”. E intanto si presenta, con il suo ultimo libro sotto al braccio, come un qualsiasi ospite di Maurizio Costanzo, a “Italiani”, il salottino televisivo di Andrea Barbato e Barbara Palombelli. Pronto a parlare con il consueto humour di fatti e personaggi. Ecco un campionario. Bettino Craxi. “Sono convinto che chiederà lui stesso alla Camera di concedere l’autorizzazione a procedere, altrimenti la gente potrebbe pensare che voglia sottrarsi alle sue responsabilità”. Ma lui, che fu suo ministro degli Esteri, ha di Craxi una buona opinione: “Non gli ho mai visto fare cose poco corrette. Forse si portava troppe persone appresso, ma non mi pare che lo si accusi di questo. Sugli avvisi di garanzia, non do giudizi, meglio aspettare. Come voterò io sull’autorizzazione? Ma io sono senatore, lui deputato…”. La mafia. “Mai avuto niente a che fare, tranne che per combatterla, a differenza di chi fa soltanto prediche.” [...] Antonio Di Pietro. “Non lo conosco di persona, ma riconosco che ha avuto un ruolo importante. E per giungere a certi risultati ha lavorato anni. E certo non se l’era sognato, se ha convinto qualcuno degli accusati a restituire miliardi”. [...] Tangenti ai partiti. “I segretari non sempre sanno quel che fanno i loro amministratori: sono come Maria e Marta, uno fa politica e l’altro pensa alla cucina. Io ho avuto la fortuna di non occuparmi del partito. Chi ruba deve essere punito, ma fu fatto un errore quando si fissò il finanziamento ai partiti, senza mai rivalutarlo, mentre le spese crescevano. Il finanziamento andrebbe abolito, e i partiti dovrebbero vivere attraverso il volontariato degli iscritti”. La Lega e Bossi. “Conosco Bossi solo dai discorsi, e l’ho definito “cavaliere solitario” perchè è riuscito da solo a creare un grosso movimento, che ora però deve saper spendere. Gianfranco Miglio è un intellettuale, spesso esagera, ma nel lavoro parlamentare dà un contributo notevole. Non credo che la loro accoppiata sia pericolosa: ormai nessuno dei due vuole più dividere l’Italia”. Ma alle nuove forze della politica, come Lega e Rete, riserva una battuta: “Non dimentichiamo che negli Usa Perot ha avuto 20 milioni di voti”.
Riassunto degli ultimi 18 anni: finiremo per rimpiangerlo? Non è ancora un pensionato (e gli anni tra Montecitorio e Palazzo Madama sono diventati 63). Sinceramente nella battuta su Bossi non ho capito se abbia preso una cantonata o se avesse capito tutto. Ma forse è proprio quello il suo segreto, è così sibillino che non ha mai detto niente e le parole giuste gli sono state messe in bocca sempre a posteriori.

La Consulta decide anche il proprio futuro
Con il maggioritario cambierebbe il ruolo della Corte Costituzionale.
Giuseppe Branca, che fu presidente della Corte alla fine degli anni Sessanta, mentre il centro sinistra agonizzava e nasceva il terrorismo, suscitò un piccolo scandalo una dozzina d’anni fa a Firenze. Riferì in un convegno della sua esperienza personale (“Mi sto accusando…”) ma la sua era una denuncia più generale e come tale fu recepita. Disse che una dozzina di giudici, sui quindici del plenum, votavano in base ai propri orientamenti partitici. Di conseguenza i tre “liberi” subivano ogni sorta di pressione. Per spiegarsi meglio narrò, fra i sussulti e le risa della sala, l’aneddoto del francobollo. La storiella vera aveva per protagonista un giudice indeciso, il cui voto era determinante su una certa questione. Branca, allora presidente in carica, voleva tirarlo dalla sua parte e lo convocò nel suo studio. Prima però andò da un filatelico e comprò (“pagando di tasca mia…”) un prezioso francobollo. Sapeva che quel giudice era un apprezzato collezionista e con noncuranza espose il francobollo sulla scrivania, mentre discuteva con l’interessato, in punta di dottrina, la controversia giuridica. Vide subito che l’occhio del giudice era attratto di continuo dal francobollo, fintanto che la conversazione rotolò verso la filatelia. In breve, il giudice uscì raggiante dallo studio, avendo ricevuto un insperato regalo. Non aveva promesso niente in cambio, s’intende. Tuttavia si era creata un’atmosfera e poco dopo il voto del brav’uomo fu conforme alla tesi del presidente. L’aneddoto ha una doppia chiave di lettura. Quella pessimista lascia intendere che il giudice è un uomo e come tale fragile di fronte alle tentazioni. Quella ottimista sottintende che in fondo un francobollo vale più di una pressione politica. Quel giudice filatelico che cedette all’intuizione psicologica di Branca con ogni probabilità sarebbe rimasto insensibile di fronte a un sottosegretario.
Riassunto degli ultimi 18 anni: proprio oggi finalmente, tutti i misteri della Consulta sono stati svelati. Intanto – però – l’inflazione ha aumentato notevolmente il prezzo per l’acquisto di membri della corte costituzionale “liberi”. Oltre al francobollo serve la busta (piena).

 

Bonn: ministro sotto accusa non si dimette
Ancora tempesta politica in Germania. Il ministro delle Costruzioni tedesco, Irmgard Schwaetzer, coinvolto in uno scandalo per aver fatto pubblicità a una società immobiliare privata, non ha alcuna intenzione di dimettersi. Lo ha annunciato la stessa signora Schwaetzer. In una dichiarazione alla “Welt”, la Schwaetzer, 51 anni, liberale, ha respinto le critiche mosse dai giornali e dall’opposizione socialdemocratica, sostenendo che non si è trattato di un’azione promozionale nei confronti della società, ma di aver agito “per incoraggiare gli investimenti nel settore”.

Riassunto degli ultimi 18 anni: questi scandali di ministri implicati nell’immobiliare che rifiutano di dimettersi non succedono più in Europa. O almeno in Italia.

La tessera magnetica sanitaria per tutti: lo afferma il ministro della sanità De Lorenzo
“Stiamo lavorando perchè entro l’anno ogni cittadino abbia una tessera magnetica che riassuma la sua storia sanitaria registrando i dati che servono per metterlo in condizione di avere dalla sanità quello che vuole”. Lo ha affermato il ministro della Sanità Francesco De Lorenzo. “La riforma sanitaria – ha detto – si basa prima di tutto sulla necessità di eliminare l’affarismo eliminando il comitato di gestione, quello dei garanti, il consiglio di amministrazione”. De Lorenzo ha tra l’altro difeso la funzione delle mutue private che partiranno il 1 gennaio ’95. Critico invece Giovanni Berlinguer, professore di igiene del lavoro, ospite come il ministro della trasmissione “Italiani”: “Il messaggio che il governo dà agli italiani è questo: per la salute ognuno si arrangi da sè. Le più forti categorie hanno un’assistenza migliore, le altre saranno trascurate”.
Riassunto degli ultimi 18 anni: nel vano sforzo di eliminare l’affarismo, il povero De Lorenzo è incappato in qualche incidente di percorso (per un giro di affari di 4 miliardi di lire), che hanno portato ad una sua condanna definitiva a 5 anni, 4 mesi e 10 giorni di reclusione con l’accusa di associazione per delinquere e corruzione finalizzata al finanziamento illecito ai partiti. Poi la Corte Costituzionale, nel 2002, ha affermato che nel procedimento penale di De Lorenzo non sono state applicate le norme del giusto processo (ma ormai era troppo tardi). La tessera magnetica è poi arrivata davvero, nel 2003.

Alla Camera il dossier Craxi
In cento pagine gli addebiti che i parlamentari dovranno esaminare. I contenuti della richiesta d’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi che i giudici del pool mani pulite invieranno oggi al Parlamento
Un ultimo vertice. Poi la patata bollente rotolerà fino in Parlamento. Stamattina, al quarto piano del palazzaccio milanese, il procuratore Saverio Borrelli chiama a raccolta i suoi collaboratori più stretti, gli uomini che hanno costruito l’inchiesta Mani pulite in undici mesi di lavoro: il procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio e i tre sostituti del pool antimazzette, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Antonio Di Pietro. Il tempo di guardarsi in faccia e di mettere a punto nuove strategie. Ma forse, soprattutto, di discutere per l’ultima volta l’atto più delicato che i magistrati abbiano firmato finora in quest’inchiesta: la richiesta d’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi. Le cento e passa pagine scritte in questi giorni da Davigo, forse il più puntiglioso e tenace tra i tre pm del pool, sono ormai pronte. [...] I giudici gli contestano tangenti per oltre 36 miliardi. [...] L’altro ieri Borrelli ha detto: “Quando gli atti saranno in Parlamento, capirete che il nostro non è un teorema astratto, ma lo sviluppo di argomenti fondati su fatti e dati specifici”. Il giorno della verità è vicino.
Riassunto degli ultimi 18 anni: il giorno della verità è arrivato, il povero Craxi ci ha lasciati, poi è arrivato il “giorno dopo quello della verità” e le toghe rosse continuano a costruire teoremi astratti contro santuomini che ogni giorno lavorano duramente per il bene del paese e di notte si rilassano poche ore come possono. Siamo in attesa del prossimo giorno della verità, previsto qualche anno dopo la prossima eclissi solare.

Lo slavo Wojtyla apre le braccia ai “fratelli islamici”
Per la prima volta la religione di Maometto messa alla pari con l’ebraismo sul piano del dialogo spirituale europeo.
Il Papa slavo guarda in avanti e sul futuro dell’Europa vede ingrandirsi l’ombra dell’Islam. La giornata di Assisi è stata l’occasione per un passo importante di Wojtyla, che per la prima volta ha posto l’Islam come interlocutore religioso europeo, insieme all’ebraismo. Su 128 ospiti ufficiali (dei quali 79 erano cattolici) i musulmani erano 35. [...] E’ chiaro che un Papa non riassume la storia d’Europa citando l’Islam insieme all’ebraismo, se non è mosso da una forte idea ecumenica. Se non ha un progetto, o quanto meno un sogno, sul futuro di quelle religioni, oltre che un’idea generosa sul loro passato. Il Papa ha infatti affermato che alle tre religioni ha chiesto oggi di “contribuire in modo specifico alla ricostruzione del continente europeo e forse alla sua sopravvivenza”. [...] I musulmani sono stati l’unica delle 47 delegazioni alla quale il Papa abbia tenuto un discorso scritto. Li ha chiamati “cari fratelli e amici musulmani“. Ha confermato l’impegno, affermato nel Vaticano II, a “cooperare” con loro per la giustizia, la pace e la libertà. [...] Il Papa ha voluto che l’Europa pregasse “in tutte le sue lingue”, compreso l’arabo: perchè ormai, sui quasi 15 milioni di musulmani che vivono nel nostro continente, più della metà parla arabo. E in arabo è stata fatta questa preghiera, che dà la ragione dell’appellativo “fratelli” rivolto ai musulmani e che resterà nella storia dei rapporti tra cristianesimo e Islam[...] Wojtyla è il primo Papa che abbia chiamato “fratelli” i musulmani: lo fece in un messaggio del 1989. Più tardi si oppose alla guerra del Golfo, anche perchè non bloccasse il dialogo con l’Islam. Ora la decisione del Papa a fare i conti con l’Islam ha fatto un passo avanti importante: egli già guardava alla religione del Corano come a un interlocutore privilegiato sul piano mondiale, ora anche sulla scena europea.
Riassunto degli ultimi 18 anni: era troppo ‘avantì. Oppure il mondo è troppo indietro. Adesso, per il dialogo con l’islam, ci si affida a un monsignore che si chiama Crociata.

Terrore per le strade di Mogadiscio
Scontri dopo il rastrellamento dei marines che hanno sequestrato le armi. Coinvolti anche gli italiani.
Un’alba di fuoco tra i guerriglieri di Ali Aidid ed un contingente dell’esercito di Ali Mahdi, per la conquista di una posizione strategica: la strada che conduce a Radio Mogadiscio. Ci sveglia un tuono. Una micidiale sequenza di raffiche di mitra. Le scorte balzano sui fuoristrada. Kalashnikov e pistole in mano. Ed eccoci, in pochi minuti, a breve distanza dall’epicentro dello scontro. [...] Le raffiche disegnano i percorsi di morte. Con tre colleghi, Enrico Massidda e Mauro Maurizi del Tg1 ed Elena Caputo di Canale 5, arretriamo per trovare scampo, sono momenti di terrore. Le nostre scorte ci infilano in mano le rivoltelle, che rifiutiamo con un sorriso. Grida Mohamed: “Se ti sparano ti devi difendere”. [...] Lo scontro ha una premessa. Durante la notte centinaia di marines americani avevano rastrellato la parte nord est di Mogadiscio, per sequestrare le armi delle bande. Un’operazione riuscita solo in parte. Perchè gli arsenali di Aidid e di Mahdi erano stati già trasferiti. Lo stadio di Mogadiscio è diventato l’arsenale delle armi smantellate dagli americani. Mogadiscio, di questi strumenti di morte, ne ha in quantità tale da assicurare combattimenti ancora per mesi e mesi. Ieri i soldati italiani sono stati coinvolti in un altro scontro: due autoblindo con paracadutisti di leva del reggimento “Folgore” sono state bersaglio del fuoco incrociato di alcuni cecchini. L’episodio si è concluso senza feriti.
Riassunto degli ultimi 18 anni: poco più di un anno dopo verranno uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, anche loro in Somalia per testimoniare la guerra e magari anche qualcos’altro sulla provenienza delle armi. Diciottanni dopo la Somalia è al punto di partenza, forse peggio, se possibile.

“Governo al capolinea”, la Lega attacca
Formentini: Palazzo Chigi non vuole le privatizzazioni. Maroni: DC all’opposizione. La “voglia di governo” di Umberto Bossi. Il Carroccio vuole far cadere l’esecutivo, sostituirlo con un’èquipe di tecnici, ottenere la riforma elettorale e andare alle elezioni
“Sì, credo che Amato sia arrivato al capolinea. E non sono il solo a crederlo”, dice il capogruppo leghista alla Camera, Marco Formentini. Dietro alla mozione di sfiducia del Pds al governo c’è un intreccio di iniziative di molti protagonisti. Tra questi Umberto Bossi, il leader della Lega Nord. E il tutto va a cadere in una settimana di fuoco per il governo di Giuliano Amato, una settimana piena di trappole e di ostacoli. Sabato sera a Milano, Bossi ha presieduto un consiglio federale della Lega “carico di problemi organizzativi”. In realtà, il senatur aveva a cuore soprattutto l’ultimo punto all’ordine del giorno della riunione: ottenere un mandato dai suoi per avviare trattative che aprano la strada a un nuovo governo. E Bossi, secondo il suo metodo, ha ottenuto carta bianca: può fare quello che vuole. L’obiettivo dichiarato dei leghisti è far cadere il governo Amato; sostituirlo con un governo di tecnici con a capo un presidente del Consiglio da scegliere tra Martelli, La Malfa o Segni; impegnarsi per un governo a termine che affronti le nuove scadenze economiche e la riforma elettorale, per poi arrivare a elezioni anticipate. [...] Interessante è vedere come sia maturata la “voglia di governo” di Bossi. Solo venti giorni fa, il senatur aveva detto: “Lasciamo che Amato continui”. Oggi la situazione è capovolta. Marco Formentini spiega: “La situazione economica è gravissima e Amato è prigioniero degli stati maggiori dei vecchi partiti di Tangentopoli, soprattutto Dc e Psi, e dei potentati economici. Tutti vogliono sempre e solamente una cosa: mungere soldi allo Stato. In più, ormai gli effetti dei provvedimenti governativi sull’economia sono esauriti. In questo momento ci vuole ben altro. E Amato non vuole o non è in grado di fare nuove cose importanti”. Formentini accusa Amato di “non volere veramente le privatizzazioni”; di sostenere ancora “gli interessi dei partitocratici e dei grandi gruppi: basta guardare la vicenda Imi Cariplo, tutto quello che Amato fa per aggiungervi impedimenti, facendo così un favore ai baroni del Sud, come Gava, e al cuore degli interessi dei grandi gruppi come Mediobanca”. [...] Bossi ha completamente modificato la strategia che, ancora a novembre, perseguiva. Nel giro di quaranta giorni, il senatur prima si è schierato, senza tentennamenti, per l’uninominale nella riforma elettorale, poi ha abbandonato la Repubblica del Nord, adesso è pronto ad appoggiare un governo nazionale di coalizione. [...] Un plauso al nuovo Bossi arriva anche da Francesco Speroni, capogruppo leghista al Senato: “Collaborazione con tutti quelli che vogliono il nuovo: Orlando, Occhetto, Segni, La Malfa, Martelli”.
Riassunto degli ultimi 18 anni: fate un esperimento, sostituite il nome di Bossi con quello di Fini, il nome di Amato con quello di Berlusconi e magari il nome di Italo Bocchino al posto di quello di Formentini. Vi ritroverete sui giornali di un mese fa. Adesso fate un altro esperimento, lasciate pure Bossi
, mettete Berlusconi al posto di Amato e sostituite Tremonti a Martelli, Tremonti a La Malfa e Tremonti a Segni. Avrete gli articoli di questa primavera.

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Chi lo ha scritto

matzeyes

Nato nei favolosi anni settanta, si sente scienziato (e incredibilmente lo pagano come tale), romantico, padre sapiente, nostalgico, sognatore (ad litteram), scrittore, giornalista, teorico della cospirazione, giocatore di baseball, cittadino del mondo (più d'Europa), anticonformista, rivoluzionario di sinistra, vero cattolico. In realtà è solo un (po') coglione, ma almeno è anche lui un fondatore de l'Undici.

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