Acciaio

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Acciaio di Silvia Avallone, finalista al premio Strega. Un libro che evidenzia il contrasto tra la frenesia dell’adolescenza e la depressione di una vita adulta senza alcuna chance di riscatto

vespa premia lo scollo della scrittriceOgni Natale arriva puntuale tra i regali il libro che non ti saresti mai comprato. Non è per snobismo, ma perché sei stato a tua volta vittima dell’operazione di marketing che è il Premio Strega, che eviti accuratamente i vincitori del premio. Comunque, quest’anno io ho trovato Acciaio di Silvia Avallone che a luglio dell’anno scorso era già arrivato alla ventiduesima edizione, che è tanto. Insomma, l’ho letto e mi è venuta una gran tristezza. Perché Acciaio è un libro deprimente; tutti i personaggi sono dei vinti, non hanno alcuna chance di riscatto che sia sociale o morale. E’ fondamentalmente per questo che il libro risulta noioso perché non succede niente di straordinario, inteso come non ordinario o inatteso rispetto al contesto di riferimento. Perché allora le ventidue edizioni? Perché per avvincere e convincere il lettore a proseguire nella lettura, si gioca pesantemente e in maniera sfacciata con la sensualità giocosa spontanea di due corpi di bambine appena adolescenti, su cui ricade morboso lo sguardo masturbatorio degli adulti che sono i padri, gli zii, i vicini di casa. Molto del successo del libro si regge sul voyeurismo. Perché la storia è piuttosto piatta e un po’ banale.

 


Si fotografa una periferia operaia atomizzata. Non ci sono relazioni umane degne di nota a parte l’amicizia infantile delle bambine che in quanto tale è un’ amicizia tra “omoioi”, tra eguali e che si vuole caricare di omosessualità (sempre per ammiccare al lettore voyeur). Le uniche pagine vive e originali sono quelle relative alla fabbrica dell’acciaio, alla sua descrizione come organismo vivente. I personaggi sono tanti ma non se ne conosce nessuno fino in fondo. Gli adulti sono un gruppo di sfigati, gente che gliel’ha data su un po’ per mancanza di mezzi culturali e molto per paura di vivere. L’unico che cerca di tirarsi  fuori dalla monotonia di una vita rinchiusa in uno spazio claustrofobico fatto del cemento dei casermoni e delle polveri tossiche della fabbrica, è il padre di una delle due amiche bambine. Ma la modalità che sceglie è quella della truffa, del raggiro che, se gli evita la condanna del lavoro in fabbrica non gli permette di cambiare vita e sfuggire a quella periferia senza speranza, perché lui lì ritorna come se non esistesse altro che quel mondo.
Se però si vuole rivivere per un attimo quell’agitazione e frenesia che l’adolescenza scatena, il libro riesce bene a rievocarla.

 

 

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