SuperMario Bros (& Sister)

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Mario Chiarini, capitano della Nazionale di baseball, si appresta a festeggiare i 30 anni con un oro europeo e un bronzo intercontinentale al collo, ma soprattutto con un’intervista a l’Undici.

Quando sei un ragazzino e ti appassioni allo sport, i tuoi eroi e idoli sono “uomini” più vecchi di te. La mia generazione è quella del “Rossi, Tardelli e Altobelli… Zico, Maradona, l’Italia non perdona” che oggi sono attempati allenatori, dirigenti, commentatori televisivi, alcuni evasori fiscali, cocainomani o altre amenità. Quando sarai grande, anche tu sarai un campione come loro, c’è un sacco di tempo, Mondiali o Olimpiadi sono lì ad aspettarti. Poi cresci, finchè qualcuno della tua età esordisce in Nazionale e i tuoi sogni di gloria cominciano a sbiadire. La passione per lo sport non diminuisce, anche se quei campioni che una volta erano “grandi” adesso ti sembrano ragazzini.
Ai tempi di Rossi, Zico e Maradona, per me esisteva solo il baseball e Mario Chiarini gattonava nella sabbia dell’ombrellone di fronte al mio. Il mio target erano più o meno le Olimpiadi degli anni ’90, il 2000 come ultima spiaggia.
Poi le Olimpiadi me le sono viste in televisione regolarmente, ma il bimbo dell’ombrellone di fronte c’è andato davvero, ad Atene nel 2004. Sfruttando al meglio il percorso che il destino gli ha segnato, ad esempio quello di mettergli come vicino di casa un affermato giocatore di baseball, Alessandro “Albo” Bernardi, che gli insegnerà i primi swing fino a vederselo come compagno di squadra.

 

Mario Chiarini, per tutti SuperMario, è oggi il capitano della Nazionale italiana di baseball, che in un 2010 d’oro ha riscattato diversi anni di bottini piuttosto magri. Il 1 agosto, battendo in finale l’Olanda, l’Italia ha riportato a casa un titolo europeo che mancava dal 1997. SuperMario è stato uno dei migliori, con 3 fuoricamo e la media bombardieri più alta del torneo nella prima fase e con un eccellente 350 di media battuta (2 fuoricampo) nella fase decisiva. Smaltita l’euforia (e la delusione di un campionato italiano non al massimo con il suo Rimini), Chiarini ha guidato gli azzurri anche nella spedizione a Taiwan, una Coppa Intercontinentale che generalmente passa abbastanza inosservata, ma che quest’anno ha regalato all’Italia un risultato talmente storico da conquistare le pagine più importanti dei quotidiani, con un bronzo che non ha precedenti. Anche qua un super SuperMario, con una media di 393, ma anche e soprattutto una difesa assolutamente perfetta del prato esterno, quell’angolo a destra che gli compete, dal quale ha sparato anche due assistenze vincenti e decisive per l’esito del torneo.
Già, l’esterno destro, il ruolo che ai bambini spetta generalmente ai più scarsi, ma che nei ‘pro’ può regalare certe soddisfazioni.

 

Ad esempio l’azione che Andy Warhol metterebbe sicuramente nei 15 minuti di celebrità destinati a ciascuno di noi.
Siamo a Toronto, è il 7 marzo 2009, in uno degli stadi più famosi d’America, il celeberrimo SkyDome dal tetto apribile. Italia e Venezuela si affrontano nel World Baseball Classic, l’unico torneo internazionale a cui partecipano i migliori pro delle Majors, sotto gli occhi delle principali reti televisive americane e con collegamento web in tutto il mondo. Mario è all’esterno destro, chissà a cosa pensa (glielo chiederemo tra poco), e diciamo subito che di palline nei primi 13 anni della sua carriera ne ha giocate parecchie, circa un migliaio (1037 per la precisione alla fine del 2010). Aggiungiamo che Mario è probabilmente il miglior esterno destro che il baseball italiano abbia mai conosciuto, per dare un numero, diamo pure lo zero, perchè in tutto il 2010 non ha commesso nemmeno un errore in campionato o in Nazionale.
Insomma, un migliaio di palline gli sono volate attorno, e lui le ha praticamente catturate tutte (una ventina di errori da esterno, in pratica sbaglia 2 palle su cento!).
Però, insomma, giocare allo SkyDome con 13000 spettatori e le telecamere addosso, non è la stessa cosa. In battuta c’è Bobby Abreu… il Chiarini dei pro. Esterno destro anche lui, nel 2005 Abreu ha vinto la gara dei fuoricampo nell’All Star Game, con 41 fuoricampo. Abreu è mancino, che significa che un buon impatto spedirà la palla proprio dalle parti del nostro eroe.
Cosa è successo lo potete vedere qua, in un video che a quasi due anni di distanza ancora campeggia nel sito della Major League Baseball.

 

Lo raccontiamo comunque. E’ il primo inning, 0-0, Bobby effettivamente impatta molto bene e la palla vola in mezzo ai due esterni. Mario non esita, comincia una lunga e veloce corsa, ma non può arrivarci. O almeno pare di no. Perchè poi anche SuperMario vola. Sì, vola proprio, con tanto di mantello. Si allunga, stende il braccio, e come in un cartone animato la pallina finisce proprio nel suo guanto. I commentatori non possono crederci. Prima della partita si erano esercitati nello spelling di questo nome a loro sconosciuto, adesso vedono una presa da highlights. Lo show non è finito. Mentre i replay si susseguono e lo stadio è in delirio, Mario si rialza e… potrebbe rimanere in mutande. Sì, perchè il tuffo spettacolare ha mietuto una vittima, la sua cintura, le telecamere lo inquadrano, i pantaloni restano su, ed è solo un supplemento di primi piani. Mario si toglie la cintura, è un po’ frastornato, sta ancora pensando a quel che è successo, ma dal rumore non riesce a sentire i suoi pensieri. Una cintura che immaginiamo essere gelosamente conservata in uno dei tanti cassetti di un giocatore di baseball.

 

Segnali dal Box: SuperMario nei flashback della sorella

 

L’Undici ha bisogno di una biografia di mio fratello Mario. Magari non ufficiale. Magari non autorizzata. Insomma dovrei essere un Assange romagnolo. Penso di essere la persona sbagliata, in casa è mia mamma che urla dalle gradinate del campo con ogni condizione atmosferica, è lei allenatore, suggeritore e magazziniere (soprattutto magazziniere) che nelle cene familiari delle domeniche di campionato chiede delucidazioni tecniche sulla partita.
I miei, mi dico, possono essere solo ricordi.
Mi ricordo che ha iniziato a giocare a baseball e calcio a 6 anni e che a 8 ha dovuto fare la sua prima scelta. Ha scelto il baseball.
Mi ricordo Che botte se incontri gli orsi, Mr. Baseball, Bull Durham, Major League, il Migliore, L’uomo dei sogni… Mi ricordo che dalla finestra della sua camera vedeva le divise arancioni stese ad asciugare di Ale Bernardi.
Mi ricordo che andava a dormire con il guantone, grassato e legato con lo spago, sotto al materasso perché prendesse la giusta forma ed un articolo incorniciato con la foto di un bimbo che alla sua prima vittoria dice “Questa sera pago io”.
Mi ricordo che adesso lo sento chiamare “Marione” e che da piccolo invece era “Mariolino”.
Mi ricordo che pensava che l’aspirina americana fosse il segreto dei lanciatori e la tenerezza di vederlo partire a 14 anni con la nazionale per il Giappone.
Mi ricordo quando è partito la prima volta a 18 anni per gli Stati Uniti  e la telefonata che ho ricevuto in cui mi diceva disperato “Hanno trovato che lo scafoide non si è messo a posto. Devo tornare in Italia”.
Mi ricordo le sue di divise arancioni stese in giardino, il numero 45,  la borsa da gioco all’ingresso di casa, mazze dappertutto, casse di birre e tabacco nel frigo.
Mi ricordo le finali di campionato (io mi presento al campo solo in caso di play off), la piada di Dante, la sigla dell’A-Team quando è il suo turno di battuta, mia mamma che  inizia a dire “quando fa così va strike out”,  mio babbo che da sempre guarda le partite dallo stesso punto, in piedi, in silenzio. Io che urlo quando fa fuoricampo.
Mi ricordo Atene 2004 davanti alla TV cercando di trovarlo nella parata di apertura .
Mi ricordo Mario che sta giocando in qualche parte del mondo e i miei genitori che mi chiamano in panico: il computer non funziona più e non possono più vedere il play by play. Mi ricordo che mi chiedo da sempre come si possa seguire una partita intera di baseball fatta con omini finti. Immobili per lo più.
Mi ricordo le 4 di notte, il  World Baseball Classic del 2009, elimina al volo (cioè volando) Bobby Abreu, atterra spacca in due la cintura, lo stadio di Toronto esulta. Il 22 di Via Piave (indirizzo fittizio, NdR) è in delirio.
Mi ricordo io e lui che l’anno scorso giochiamo insieme una partita di slow pitch, io che mi sento la sorella più piccola e invece dovrebbe essere il contrario.
Mi ricordo che l’ho invitato a palare di baseball all’Università e che parla bene con “competenza, leggerezza e passione“.
Mi ricordo di aver pensato che di quella mazza e di quel guantone è proprio innamorato.

 

Ma. Forse no. Forse dovevo scrivere di presenze in serie A e in nazionale, di vittorie e sconfitte, di scudetti e premi. Forse dovevo scrivere di medie battute, fuoricampo, punti battuti a casa, basi rubate. Io però avevo avvisato i miei sono solo ricordi. Ricordi a bordo diamante.

 

 

Potremmo andare avanti a raccontare la storia di SuperMario, ma sarebbe semplicemente un mezzo racconto, perchè il nostro eroe non è ancora all’apice della sua carriera, che per giocatori nel suo ruolo arriverà tra 3-4 anni. Quando l’esperienza e l’allenamento avranno raggiunto il top. Sarebbe una storia di numeri, come i 50 fuoricampo tondi nel campionato italiano.
Oppure la storia del perchè lui non è là, come Maestri e Liddi, a giocarsi la sua chance di entrare nel grande circo delle Major Leagues statunitensi.
Mario, la sua chance l’ha avuta, ma ridotta. A 19 anni era in Arizona, nella Rookie League, con i Mariners proprio come Liddi. Ha fatto un brillante campionato, 313 di media battuta, ruolo terza base. Non è bastato e la conferma non è arrivata, non tanto per il giudizio degli scout (“da rivedere sulle curve e in terza”), quanto per una radiografia. Colpa di un infortunio malrisolto, per i Mariners non valeva la pena investire su questo ragazzo. Chissà se qualcuno, vedendo la sua presa al WBC, ha ripensato a quella decisione, a noi piace pensarla così.
Insomma, la carriera di SuperMario è un condensato di emozioni. Lui al baseball ha dedicato praticamente tutto. Ha condotto una vita da “pro” anche in Italia, d’estate sul campo, d’inverno a correre e sudare in palestra o nel batting cage. Anche se il baseball ti mantiene solo a galla e giusto se sei un campione, lo abbiamo già detto. Tra un caffè dal suo mentore “Albo” (…al Nettuno!) e un allenamento, comincia a guardare avanti. E allora è giunto il momento di intervistarlo. Non solo, sfruttando meschinamente amicizie che risalgono all’ombrellone di cui sopra, riportiamo anche un bellissimo profilo scritto dalla sua “sorellina maggiore”. I SuperMario Bros sono un fratello e una sorella.

Come si diventa capitano della Nazionale?
Capitano si diventa per caso! Dallospedale ha rinunciato alla nazionale perché sua moglie era in attesa della loro figlia e io mi sono ritrovato capitano…

Raccontaci la presa al World Classic. Cosa ti è passato per la testa prima, durante e dopo?
Prima della presa ero un pò teso non tanto per la grandezza dell’evento ma perché il campo era difficile e non lo conoscevo, era velocissimo e le luci puntavano dritte in faccia!! Poi quando Bobby Abreu ha battuto ho reagito d’istinto sono partito molto bene e mentre la palla mi stava superando ho capito che mi dovevo tuffare… è andata bene!

La valida che ricordi più volentieri, è un fuoricampo? Quale?
La valida che ricordo più volentieri penso che sia il fuoricampo nei play off a Nettuno nel 2002. Vigna stava lanciando una no hit e stavano vincendo 1 a 0. Ho rotto la no hit con un fuoricampo a sinistra poi abbiamo vinto la partita e messo le mani sullo scudetto.

Chi è il tuo modello di battitore?
Non ho un modello di battitore però Albert Pujols è di un altro pianeta.

Con l’alluminio quanti fuoricampo avresti fatto?
Tanti….forse troppi ahahhahah!

Come si batte una dritta a 95 miglia?
Come una ad 80 mph è solo una questione di timing.

Cosa ti è mancato per decollare nei ‘pro’ USA? Perchè ti hanno mandato a casa con un 333 di media battuta?
Quando sono andato in America il mio livello e la conoscenza del gioco non erano sicuramente all’altezza; avrei avuto bisogno di un paio di anni per mettermi a posto e purtroppo a quei tempi i visti per gli stranieri non erano illimitati come adesso: ogni anno dovevano tagliare dei giocatori. Purtroppo non è dipeso tutto da me, ci vuole anche un po’ di fortuna. Rimane una grande esperienza.

L’allenatore a cui devi di più?
Mi piace sempre ricordare Edoardo Cena e Sergio Zucconi, mi hanno allenato da piccolo, mi ricordo che si lavorava veramente sodo anche se eravamo solo bambini e hanno sempre cercato di tirare fuori il massimo da tutti. Altri tempi…

Quest’anno a livello internazionale hai fatto sfracelli, a Rimini è andata meno bene. Questione di stimoli?
Ho avuto una stagione un po’ difficile però so che può capitare probabilmente in nazionale ho trovato più facilmente quel ritmo che durante l’anno non sono mai riuscito a prendere.

Ci puoi raccontare l’aneddoto più buffo della tua carriera?
Ce ne sono tanti…ora mi viene in mente una partita con la nazionale a Cuba mi sembra con Taiwan o Korea, c’era un discreto pubblico molto rumoroso, eravamo in difesa, io giocavo esterno sinistro e improvvisamente dal cancello dietro di me entra un cane. Puoi immaginare che una cane a cuba è più simile ad una iena che a un simpatico peluche. Inizia a correre per il campo e noi dietro a inseguirlo. Ci veniva vicino e poi scappava, tutto il pubblico urlava e rideva…siamo andati avanti 10 minuti poi a un certo punto si è fermato, ci ha guardato, ha espletato i suoi bisogni ed è uscito dal cancello da dove era entrato. E’ venuto giù lo stadio ridevano anche gli arbitri sembrava che lo avesse fatto a posta.

E invece il lancio che hai atteso con più tensione?
Se attendi il lancio con tensione sei già out in partenza….

Sei il capitano della nazionale, ma anche una delle poche bandiere del Rimini, la tua unica squadra. Le ‘sirene’ però non sono mancate. Perchè sei sempre rimasto? E escludi di lasciare Rimini prima della fine della carriera?
Rimini è dove ho iniziato e spero anche dove finirò, devo molto alla società che mi ha permesso di dedicarmi solo al baseball fino ad ora e di farmi crescere come giocatore.

Cosa si prova a giocare davanti a 50000 persone? E in uno stadio perennemente vuoto?
Giocare davanti a tanta gente è bello e appagante e ti da tante emozioni, uno stadio vuoto è triste e a volte sconsolante. Purtroppo ci si abitua a tutte e due le situazioni.

Sei cresciuto nell’era degli oriundi, a Rimini e in Nazionale. Argomento sempre di grande dibattito. Qual è la tua valutazione?
E’ un argomento difficile da trattare perché ci sarebbero mille considerazioni da fare. Sicuramente all’inizio il tutto è stato gestito male, con una cattiva regolamentazione, tanto che le società hanno iniziato a investire su giocatori con doppio passaporto già formati invece che puntare su giovani italiani che hanno bisogno di più tempo e attenzioni. Io penso che chi ha il doppio passaporto e si merita di giocare in una società o in nazionale ha il diritto di farlo ma purtroppo molte volte si sono preferiti oriundi a giocatori italiani solo per il nome.

Quanto vale per te la medaglia di bronzo a Taiwan? Più di uno scudetto?
La medaglia di bronzo è una bella soddisfazione ma è un torneo secco di 7-8 partite, per uno scudetto ci lavori tutto l’anno.

Sei un atleta professionista, hai fatto olimpiadi, mondiali, hai vinto titoli europei, scudetti. In altri sport saresti sommerso di soldi, ci pensi mai?
Ci penso quando devo pagare le bollette a fine mese!! Lo sport è fatto di sacrifici e passione, se non lo capisci subito è meglio smettere: i soldi e il successo sono solo una cosa in più.

Come passa l’inverno un professionista del baseball?
In teoria lavorando!!! Ormai si avvicina anche il mio momento mi godo gli ultimi periodi di fancazzismo.

 

 

 

 

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Chi lo ha scritto

matzeyes

Nato nei favolosi anni settanta, si sente scienziato (e incredibilmente lo pagano come tale), romantico, padre sapiente, nostalgico, sognatore (ad litteram), scrittore, giornalista, teorico della cospirazione, giocatore di baseball, cittadino del mondo (più d'Europa), anticonformista, rivoluzionario di sinistra, vero cattolico. In realtà è solo un (po') coglione, ma almeno è anche lui un fondatore de l'Undici.

Cosa ne è stato scritto

  1. Luca

    Bella Mario, e bella MARIO!!

    mi ricordo un incontro casuale, a Tirrenia. Ero in visita al Centro federale per organizzare un ritiro di una squadra svedese di atletica e durante la site inspection nella foresteria, mentre il responsabile mi raccontava della collaborazione della MLB son la federazione e di come il centro di Tirrenia fosse diventata una Farm con tanto di coach statunitensi, mi sono imbattuto proprio nel giovane Mario che era in camera e ci ha consentito di visitarla. Io non lo conoscevo, ma quando mi ha detto che era di Rimini mi sono subito sentito “in causa” e fargli un saluto amichevole.

    Orgoglio romagnolo….

    LN

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