Grandi misteri: La riforma universitaria

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La riforma “epocale” che non cambierà nulla. Il regalo d’addio del governo Berlusconi? Ma l’università ha bisogno di cambiare.

Il mistero più grande è se la Riforma andrà mai in porto. L’hanno annunciata come imminente fin troppe volte. E ha assunto un significato che va molto oltre la pur importante ristrutturazione del sistema accademico. Tra le riforme sbandierate dal comatoso governo, è quella più vicino al traguardo, per vari motivi. Il suo relatore è un finiano (Valditara), il ministro di riferimento è una fedelissima berlusconiana (Gelmini), è una riforma a costo zero (se non un profitto) per Tremonti, e anche a sinistra è vista con (troppa?) benevolenza. Insomma, anche se lo scenario politico ormai più probabile è il ritorno alle urne nel 2011, per molti sarebbe un’eccellente propaganda elettorale. Stando ad un calendario ultimamente ballerino, la riforma approderà alla Camera il 18 novembre, per essere votata il 25.
Del resto – è bene dirlo subito – l’Università italiana ha tanto bisogno di riforma.
I problemi sono tanti e articolati, ma non è poi difficile riassumerli: precariato, ricercatori (il gradino più basso del corpo accademico) vecchi e sottopagati, strapotere degli ordinari, un sistema concorsuale cervellotico e antimeritocratico, il proliferare di insegnamenti e corsi di laurea superflui per giustificare nuove assunzioni e promozioni.
Tutto vero, ma a questo bisogna aggiungere che l’Italia è l‘ultima tra i paesi sviluppati (OCSE) per investimenti nel settore universitario e che il numero di docenti per studente è tra i più bassi in Europa.
Ma cosa fa in realtà questa riforma?
Trattandosi di Legge Delega, la riforma illustra i principi fondanti di una serie di interventi che dovranno essere definiti da regolamenti successivi.
E qua sta il trucco.
La riforma fissa principi molto belli. Ad esempio l’enfasi sulla meritocrazia, un precariato più dignitoso e anticipato nel tempo, maggiore efficienza economica, con chiusura e accorpamento degli atenei “buco”. Oppure la ‘razionalizzazione’ (lasciata però agli statuti che gli atenei potranno fissare autonomamente entro certi vincoli) dei centri di spesa, superando ad esempio l’anacronistica distinzione tra dipartimenti e facoltà e tra ricerca e didattica (spesso costringendo alla schizofrenia e a riunioni raddoppiate le stesse persone). E tanti altri principi, sui quali è impossibile non essere d’accordo. Una riforma ispirata al celebrato sistema anglosassone.
Ma sono principi destinati a rimanere tali. Il “sistema” politico e accademico si è incagliato più volte semplicemente nel fissare questi criteri e nella fraseologia da adottare, tutto lascia supporre che il centinaio di regolamenti necessari per renderli effettivi non vedrà la luce rapidamente, se mai ciò succederà.
E questo – è bene dirlo – non è un dramma per il governo, perchè significa risparmiare un sacco di soldi.
Da sempre, nella storia economica, una “riforma” di qualsiasi tipo richiede un investimento di risorse.
Questa invece è una riforma in rosso.
Le ultime norme finanziarie hanno lasciato il fioretto per imbracciare la sega elettrica. Ad esempio il Fondo di Finanziamento Ordinario, quello che paga lo stipendio dei docenti, ma anche luce e riscaldamento e manutenzione infrastrutture, è stato soggetto a tagli micidiali. Tagli mascherati in riduzioni relativamente modeste dell’ordine del 5-10%. Ma gli stipendi costituiscono il 90% di questo fondo. I calcoli sono presto fatti. Visto che – almeno nel breve periodo – non si licenzia e bisogna aspettare i pensionamenti per risparmiare sul personale, un taglio del 5% vuol dire un taglio del 50% nei costi di luce, riscaldamento e manutenzione…
Non solo, alla faccia della necessità di “ringiovanire”, le norme recenti (non necessariamente universitarie) stanno imponendo un turnover molto diverso da quello del Milan. Per ogni 5 docenti pensionati se ne può prendere uno nuovo (ovvero usare i soldi di questo potenziale nuovo stipendio per promozioni). Solo le università “virtuose” possono prendere un docente ogni due pensionati. Se si considera che in media i “giovani” entrano come ricercatori all’università a 37 anni, è evidente come l’invecchiamento (e la demotivazione) dei cosiddetti giovani sia in costante peggioramento.
E’ questo uno dei motivi della protesta dei precari e dei ricercatori, anche perchè la riforma fissa altri bei principi destinati a restare sulla carta.
Ad esempio i ricercatori a tempo determinato, in teoria giovani di 25-26 anni che entrano all’Università con un contratto di 3 anni (rinnovabile a 6) ma con tutti i diritti e i doveri dei colleghi strutturati a tempo indeterminato. Se al termine dei 6 anni avranno dimostrato (oggettivamente?) capacità di ricerca (e di didattica?), diventeranno direttamente professori a tempo indeterminato, altrimenti saranno “espulsi” dal sistema, ma ad un’età sufficientemente tenera per trovarsi un altro lavoro.
Il modello americano della tenure-track, se non fosse che – senza soldi aggiuntivi – ci si chiede da dove possano saltar fuori le possibilità di creare questi posti di precari “di lusso” e soprattutto quelli da professori.
Non solo, i bravi precari che a 31-32 anni avessero dimostrato buone capacità, scavalcherebbero in un balzo i colleghi ricercatori 40-45enni che magari dimostrano buone capacità da 15 anni senza riuscire a diventare professori.
In molti passaggi di questa famigerata riforma Gelmini si dice molto in chiaro che l’attuazione delle nuove norme deve avvenire (ultimo comma) “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica“.
Come dire che dal prossimo anno la vostra squadra del cuore deve prendere un centravanti più forte, 4 stranieri di classe e un allenatore dal pedigree internazionale, il tutto senza spendere un euro in più.
Insomma, il contenuto della riforma è quasi secondario, tanto vale che resti un mistero.
Il vero punto di interesse è: riusciranno i nostri eroi a vararla?
Notate che la riforma dell’Università fa sempre capolino negli interventi di Berlusconi e Fini. Berlusconi l’ha sbandierata come uno dei grandi risultati del suo governo nel direttivo PdL convocato dopo il caso Ruby. A stretto giro di posta Fini ha replicato che senza soldi aggiuntivi la riforma è meglio non farla per niente. La riforma universitaria potrebbe essere il primo (o ultimo) vero banco di prova per il governo Berlusconi.
Tremonti a fine settembre aveva promesso e tirato fuori 800 milioni di euro per 10mila promozioni di ricercatori. Poco dopo la Ragioneria dello Stato aveva obiettato che quei soldi non c’erano e i soldi sono saltati. Dopo l’uscita di Fini, Tremonti ha detto di aver trovato un miliardo di euro per l’Università.
Tutto ciò ha generato tanti altri effetti, più o meno imputabili a volontà occulte del Governo. I concorsi universitari si fanno col contagocce e tra l’indizione del concorso e la presa di servizio passano 3 anni se va bene, 5 o 6 se va male. Il campo di battaglia si è spostato “dentro” il sistema accademico. Inevitabile che – con i rubinetti chiusi – il conflitto sia tra i privilegiati (i professori ordinari di oggi, diventati tali a 35-40 anni grazie a discutibili ope legis e a tempi di abbondanza ormai dimenticati) e i “poveracci” (ricercatori di 35-40 anni oggi, con famiglia, figli e mutuo, stipendio di 1700 euro al mese se va bene), che poi in pratica fanno lo stesso lavoro.
O i rettori, che sembrano credere nella volontà riformatrice della Gelmini o forse – resisi conto delle drammatiche condizioni di cassa – sperano che appoggiando la riforma possano arrivare i
tanto sospirati denari.
Chissà. Un mistero.

Per saperne di più (anche senza una laurea in giurisprudenza): Link ai materiali messi a disposizione dalla Facoltà di Lingue dell’Università di Bologna


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Chi lo ha scritto

matzeyes

Nato nei favolosi anni settanta, si sente scienziato (e incredibilmente lo pagano come tale), romantico, padre sapiente, nostalgico, sognatore (ad litteram), scrittore, giornalista, teorico della cospirazione, giocatore di baseball, cittadino del mondo (più d'Europa), anticonformista, rivoluzionario di sinistra, vero cattolico. In realtà è solo un (po') coglione, ma almeno è anche lui un fondatore de l'Undici.

3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. matzeyes

    Gigi, hai ragione. Però per quello bisogna fare un altro articolo. Ad esempio io comincerei col vietare la seconda laurea, soprattutto se uno si iscrive con il mero obiettivo di frequentare delle teenager e di emulare il proprio Presidente (Moratti).

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  2. Gigi

    Gli studenti come sempre sono fuori da qualsiasi considerazione. L’analisi è perfetta, ma quando si parla di riforma dell’università si pensa sempre ai concorsi per selezionare il personale e ci si dimentica a cosa l’università dovrebbe servire: a fare ricerca e a formare studenti che siano preparati a svolgere un ruolo ‘importante nella società’. Se i corsi sono organizzati in aulette con 200 studenti stipati che qualità di insegnamento ci sarà? se un docente ha 2mila studenti come potrà seguirli? se i prof. delegano a precari meno preparati e poco motivati la didattica che qualità avrà la didattica stessa? Poi è vero che sanità e università sono due cose diverse, però perché riteniamo giusto che un medico debba scegliere tra il suo redditizio studio privato e lo stipendio e le stutture sicure della sanità pubblica e invece molti professori universitari possono usare il titolo nel loro biglietto da visita per le loro attività private e poi danno poco o niente in termini di tempo e impegno all’università che li paga togliendo anche il posto a chi sarebbe più motivato a fare meglio?
    Le riforme del reclutamento in passato hanno spostato un po’ il potere nel breve periodo ma poi la situazione è rimasta uguale.

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  3. giampi

    Il problema-università non può prescindere da due dati:
    1) una gran percentuale di parlamentari sono professori universitari che godono di privilegi. E Il privilegio, per definizione, difende e protegge il privilegio.

    2) esiste una abissale differenza tra facoltà scientifiche (dove all’università si va e si lavora come in un ufficio e quella è l’unica fonte di guadagno) e quelle “umanistiche” (dove professori e ricercatori passano ogni tanto a fare esami e/o lezioni, ma svolgono altre attività più remunerate, vedi: avvocati, consulenti, ecc.)

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