La forza della partecipazione

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Sarà forse a causa di un insopprimibile istinto idealista, oppure per colpa di un’innata vocazione alla disillusione che da sempre mi accompagna, ma i milioni di persone che hanno partecipato alle ultime manifestazioni promosse dalla CGIL, rappresentano, nonostante tutto, un avvenimento che continua a non lasciarmi indifferente.

Dico “nonostante tutto”, perché in coerenza con un’ormai consolidata pratica autolesionista, diventa sempre più difficile arginare quella piena di qualunquismo, di superficialità e, in alcuni casi, di malafede, che è alimentata non solo dall’esterno ma anche dall’interno del mondo del lavoro dipendente.

Sempre più frequentemente si è costretti ad assistere a soliloqui di personaggi che, da svariati pulpiti e indossati i panni di “maestri di vita”, propongono farneticanti alternative alla partecipazione organizzata dei lavoratori che variano dall’immobilismo fatalista che lascia totalmente in mano al buon cuore del “capoccia” di turno la possibilità che vengano riconosciuti i diritti che già sono stati conquistati, fino ad arrivare al convinto assertore dello scontro perenne, sempre pronto alla lotta, a condizione, però, che questa si svolga con l’assoluta e totale partecipazione dei colleghi, con una eco sui principali organi dei media nazionali, che il vento, nella giornata prescelta, provenga rigorosamente da Nord-Ovest e che, soprattutto, il conflitto non incida sullo stipendio di fine mese.

In questo contesto, è facile comprendere l’energia che racchiude in sé e sprigiona la partecipazione consapevole dei lavoratori e dei pensionati. Riesce un po’ più semplice, forse, comprendere le motivazioni di chi ha scelto lo scomodo ruolo di rappresentare i propri colleghi o gli iscritti all’Organizzazione di appartenenza.
Sono motivazioni dettate dalla consapevolezza che la strada dei diritti e delle tutele è sempre più complessa e tortuosa e non ha scorciatoie; occorre percorrerla insieme, rialzandosi, con tenacia e costanza, dalle cadute che inevitabilmente si verificano, apportando tutti il proprio contributo e, soprattutto, avendo la certezza che nessuna grande marcia è possibile se non si ha la determinazione e la forza di compiere, volta per volta, semplici passi in avanti.

La complessità di questa affermazione, tuttavia, risiede nella sua soggettività. Il momento che stiamo vivendo ci insegna, ad esempio, che resistere e lottare per ribadire e riconfermare diritti che vogliono essere limitati o, addirittura, soppressi,  deve considerarsi una difficile conquista.
Non è un passo avanti, ma è una conquista. Del resto, quando si è fermi sull’orlo di un precipizio e in attesa di trovare percorsi alternativi, fare passi in avanti è sempre molto pericoloso.

 

 

 

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. giampi

    Ma in un mondo in cui si può lavorare stando a casa, dove – ad esempio – si possono leggere i giornali on-line invece che comprarli in edicola e dove i lavoratori non coincidono più come in passato con gli operai delle fabbriche, mi chiedo se lo strumento dello sciopero non sia da ripensare. Non dico che sia obsoleto, ma è un dato di fatto che ormai – al contrario di anni fa – in un giorno di sciopero generale si può vivere quasi normalmente.
    Ammetto di non avere una soluzione alternativa

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