Fossi Figo

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Il tradimento è una brutta bestia. Il tradimento della moglie, del marito, di un amico, di un’amica, del tuo giocatore preferito o di un mito d’infanzia. Prima o poi ci tocca, prima o poi qualcuno ci tradisce o lo tradiamo noi. Ed è molto dura da mandar giù…

Eppure dovremmo sapere che c’è un’unica certezza nella vita: prima o poi tutto cambia e quindi anche l’oggetto dell’amore e quindi il tradimento è una possibilità, è parte del gioco. Ma questo non ci aiuta. Così com’è inutile l’esercizio di mettersi nei panni altrui o la constatazione che se abbiamo conquistato qualcosa/qualcuno con il tradimento o il “furto” può logicamente accadere che ci venga tolto nella stessa maniera. Nulla da fare: il tradimento non ci va giù: macchia il passato, distrugge il presente e avvelena il futuro. Un’autentica disdetta. In ogni campo.

Il Barcellona del 1996: Figo è l’ultimo a destra tra gli accosciati.

Luis Figo è un ex-giuocatore di calcio portoghese, ora dirigente dell’Internazionale di Milano. E’ stato un campione, tra i migliori calciatori degli ultimi anni. Nel 1995 firma un contratto con il Barcellona, dove rimane fino al 2000. Il Barcellona non è una squadra qualunque: è la “nazionale” di una nazione che non è una nazione: la Catalogna. Non si tratta solo di pallone: il Barcellona è il simbolo e il mezzo più concreto di affermare l’orgoglio e la specificità dei catalani in contrapposizione al potere spagnolo, nella sua incarnazione calcistica: il Real Madrid, il nemico di sempre.

Luis Figo diventa presto l’idolo di Barcellona, il paladino dei catalani nell’eterna lotta contro gli “oppressori” venuti da Madrid. Barcellona ha un gran bisogno di eroi: ora lo è Messi, prima lo fu Ronaldinho e prima ancora Luis Figo. Semidei in cui identificarsi nell’eterna lotta contro la Spagna centralista.

Luís Figo (Almada, Portogallo, 4 novembre 1972)

Luis Figo ha la faccia di un giuocatore serio, i lineamenti marcati d’altri tempi, un’”espressione un po’ così”. Negli anni di Barcellona veste la camiseta blaugrana numero sette, vincendo due Campionati spagnoli, due Coppe del Re, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. Non male.

Borges dice che ci sono uomini che cercano l’amore di una donna per potersene dimenticare, per non pensare più a lei. Il fatto è che – mi permetto d’aggiungere – questi stessi uomini, una volta conquistato l’amore di una donna e placata quell’ossessione, vengono assaliti da un nuovo tormento, una nuova ansia lacerante: la sotterranea e assillante idea di poterla perdere, magari proprio nel peggiore dei modi: con un tradimento.

Così, un giorno dell’estate del 2000, succede quello che non doveva succedere: il tradimento, anzi: il Tradimento. Luis Figo lascia Barcellona e il Barcellona e si trasferisce a Madrid e al Real Madrid. Molto peggio che passare dal Milan all’Inter, peggio che prendersi la moglie del migliore amico, peggio che spretarsi e poi sposarsi, peggio di qualsiasi altro tradimento possibile. Sì, il calcio è business, i giuocatori sono professionisti e vanno dove li pagano meglio, tutto vero, ma… come si diceva sopra… il tradimento è una brutta bestia e proprio non va giù: al Madrid non si può! Dal Barcellona a Madrid non si può: è tradimento.

Ma Luis Figo lo fa. Si sveste della camiseta blaugrana e si riveste con quella blanca degli odiati madridisti. Un unico segno di discontinuità: a Madrid Luis Figo sceglie il numero dieci, quello di Pelè, Rivera, Maradona…Luis Figo non è uno che si nasconde.

In quell’estate, a Barcellona, Luis Figo diventa persona odiata, icona del tradimento, un giuda. Nascono siti internet per ospitare e incitare insulti al traditore che ha tradito per “la pasta” (“i soldi” in spagnolo), si bruciano le sue camisetas blaugranas per le strade, non c’è una sola persona in città che non lo disprezzi. Ma Luis Figo ha sempre quell’espressione un po’ così. E guarda avanti.

Poi succede che anche ai tradimenti si sopravvive, si “elabora”. Anche preparando e pregustando la rivalsa, o vendetta che dir si voglia. E a Barcellona si sa che il giorno della vendetta prima o poi dovrà arrivare… presto, molto presto. Il mondo va avanti, l’estate finisce e un nuovo campionato comincia: vittorie, pareggi, sconfitte, gol, pali, traverse, tutto come sempre. Ma poi, un giorno, arriva quel giorno.

Quel giorno, Luis Figo sale sull’aereo, vola nei cieli spagnoli, scende dall’aereo, sale sul pullman, si sistema in albergo, disfa la valigia, prepara la borsa, scende l’ascensore, sale sul pullman, scende dal pullman, entra serio nello spogliatoio, indossa la camiseta blanca numerodieci, esce dallo spogliatoio, sale le scale ed entra nello stadio. Nel suo ex-stadio: il Camp Nou, lo stadio di Barcellona. La partita, anzi la Partita è: Barcellona contro Real Madrid, blaugrana contro blanco, Catalogna contro Spagna, centomila spettatori contro Luis Figo, il traditore. E’ il 22 ottobre 2000.

L’arbitro fischia, il pallone comincia a rotolare e per tutti i sacrosanti novantaminuti che Iddio manda in Terra, ogni volta che Luis Figo tocca il pallone, ognuno dei centomila spettatori lo fischia, lo insulta, lo copre dei peggio improperi. Ogni santa volta: senza soste, senza distrazioni, senza indulgenze. Tutti: ragazzi, ragazze, ultrà, avvocati, professori, pescivendoli, marinai, signori, signore, bambini e madridifamiglia. Tutti contro Luis Figo. Ma lui non ci fa caso: dribbla, corre, crossa, interviene, tira, illumina, sciabola, indietreggia, s’invola.

Ad un certo punto il Barcellona segna un gol ed è il tripudio: i fischi per Figo si mischiano ai cori di giubilo e sguaiato trionfo. E tutto aumenta di volume e intensità. Palla al centro, si riparte e Luis Figo continua a dribblare, correre, crossare, intervenire, tirare, illuminare, sciabolare, indietreggiare, involarsi. Senza mai guardare il pubblico. Luis Figo guarda avanti.

Ad un altro punto il Barcellona segna il secondo gol, ed è orgasmo collettivo, apoteosi globale, rivincita liberatoria, sangue alla testa: il traditore soffre, perde, è umiliato! Luis Figo potrebbe farsi sostituire, potrebbe chiedere di farla finita, di chiudere questo supplizio, lui potrebbe: è il numero dieci. Ma Luis Figo, in camiseta blanca, rimane sull’erba, subissato di fischi: è il suo lavoro.

Ad un altro punto ancora, viene assegnato un calcio d’angolo al Real Madrid, e qualcuno lo deve battere. I centomila del Nou Camp non aspettano altro: sono tutti in piedi, urlano come assatanati. La bandierina del calcio d’angolo è vicinissima agli spalti: a tiro di sputo. Luis Figo, in camiseta blanca, va a tirare il calcio d’angolo: è lui quello che normalmente calcia i calci d’angolo e lo fa anche quella sera, non importa che ciò significhi porsi nel centro del mirino.

I tifosi della “civilissima” Barcellona gli tirano addosso di tutto: bottigliette, arance, sputazzi, monetine, ombrelli, una sella di bicicletta, tre cellulari e addirittura una testa di maiale (clicca qui per vedere il video). La partita deve essere sospesa. Quando si ricomincia, Luis Figo prende il pallone, lo mette dove dev’essere messo, sposta le bottigliette, le arance, le monetine e anche la testa di maiale, e batte il calcio d’angolo.

Poi la partita finisce: il nemico è vinto, sconfitto, battuto. La folla ha avuto la sua vendetta. Luis Figo ha sofferto, ha perso e deve uscire tra i fischi assordanti (i fischi sono sempre assordanti, in ogni stadio, NdA). I giuocatori del Barcellona alzano le braccia in segno di vittoria: gli eroi di casa hanno sconfitto i cattivi. Ora vanno verso il centro del campo a raccogliere il meritato trionfo: due a zero all’odiato Madrid. Mica solo questione di pallone! Nel frattempo Luis Figo, a testa bassa cammina verso gli spogliatoi. Ma prima che arrivi in salvo, tutti giuocatori del Barcellona, tutti i suoi ex-compagni di squadra, si riuniscono e si dirigono verso di lui, verso la camiseta blanca numerodieci.

Luis Figo ha l’espressione un po’ così, la pettinatura seria e sta camminando verso gli spogliatoi, a testa bassa. Non li vede arrivare. Non vede arrivare gli undici giuocatori del Barcellona, suoi ex-compagni di squadra che cominciano a circondare il traditore. Al cospetto di centomila persone che, ora, fanno più silenzio. Sempre più silenzio. Tutti guardano lì, proprio tutti: ragazzi, ragazze, ultrà, avvocati, professori, pescivendoli, marinai, signori, signore, bambini e madridifamiglia. I giuocatori del Barcellona, uno ad uno, uno dopo l’altro, si avvicinano a Luis Figo e…gli stringono la mano, lo abbracciano di cuore, lo salutano con un sorriso…

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4 commentiCosa ne è stato scritto

    • kiki

      O magari perché dopo avere passato 4 anni assieme gli erano amici (che è il contrario dell’essere mercenari).
      E poi basta con questa storia: i calciatori non sono tifosi, sono professionisti dalla carriera anche piuttosto breve e giocano per chi li paga meglio, li valorizza di più, per la città in cui si trovano meglio ecc… Se sono un ingegnere della Microsoft e accetto un’offerta di Google o di un’altra dot.com sono un mercenario?
      Quello che dà fastidio di un calciatore non è che cambi squadra, ma che quando approda alla nuova dica che è quella per cui ha sempre tifato da bambino.

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  1. matzeyes

    Gli stringevano la mano e gli dicevano, metti una buona parola per noi a Madrid, che anche a noi i soldi non fanno schifo e ormai il precedente c’è. Viva i valori del futbol.

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  2. kiki

    Poi il Madrid quell’anno fece abbastanza schifo nella Liga, ma vinse la censons…

    A me Figo non mi ha mai entusiasmato, però riconosco la qualità del giocatore e lo spessore dell’uomo (e anche la gnoccolona della moglie, già che ci siamo).

    Per puro spirito di pedanteria: a Madrid scelse il 10 non per rottura con il passato, ma perché il 7 era già occupato dall’idolo locale (Raùl)

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