Braccia rubate all’agricoltura

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Un’amica mi chiede:” il prossimo anno mio figlio andrà all’università ed ha iniziato a guardarsi attorno per capire quale facoltà scegliere; sai lui finirà il classico … tu che dici?”

Una domanda di riserva non c’è? Quando è toccata a me la scelta non era così complessa come ora. Oggi è un cazzo di casino.  Ci sono riforme, tagli, docenti precari e precaria docenza, una frammentazione di indirizzi che nemmeno l’elenco telefonico, con sfumature di preparazione tanto sottili da chiedersi se tutto ha senso. C’è la facoltà tecnica con un’ attenzione alle relazioni sociali e la facoltà umanistica con un accenno di preparazione tecnica. Ci sono lauree in scienze dell’educazione, scienze della formazione, scienze della comunicazione, quelle informatiche, quelle psicologiche,  quelle della sicurezza economico finanziaria, quelle farmaceutiche e quelle farmaceutiche applicate e potrei proseguire per ore. E il tutto moltiplicato per due; eh si perchè bisogna poi scegliere se fare la triennale o la triennale più la specialistica.
Insomma un’orgia di facoltà con la possibilità di cambiare strada facendo, di conservare crediti ed esami, di abbandonare tutto, di non farcela, di andare al Cepu, di finire con una laurea online o di mettere radici in università.

 

Difficile dare un consiglio ad un neo diplomato. Si sentono i commenti più eterogenei gettati qua e là dal ” mio figlio è più portato per le materie umanistiche e allora gli consiglierò una facoltà umanisitico sociale piuttosto che tecnico scientifica” al “deve fare medicina perchè sicuramente troverà poi lavoro e guadagnerà molto..” . Due consigli che in realtà trovano al loro interno una tanto grande quanto tremenda realtà. La scelta della facoltà molto spesso non è solo una scelta relativa al “cosa farà da grande” ma si rivela magari poi tristemente come una vera e propria scelta di vita. Già perchè il binomio trinomio quadrinomio titolo accademico – impiego,lavoro,mestiere tendono a coincidere, se mai prima fosse stato così, sempre meno. Che significa? Significa che ci sono una marea di giovani laureati che con un titolo, molto spesso in facoltà umanistiche o sociali, si ritrovano impiegate (le più fortunate) in occupazioni che nulla hanno a che fare con ciò che hanno imparato a fare (non mi riferisco al filosofo metalmeccanico ora in auge). C’è una verità che quasi mai viene chiaramente esposta ad un ragazzo in procinto di scegliere la facoltà. Stai facendo una scelta di vita; ma non stai scegliendo cosa farai da grande, ci stai solo provando.

 

Cosa voglio dire: è giusto e necessario chiarirlo ora perchè poi sarà troppo tardi: Che vuoi fare? Vuoi seguire la tua passione o vuoi imparare ad utilizzare strumenti per poter mettere più facilmente il pane in tavola quando sarà il tuo turno? Non parlo a quei fortunati (senza offesa) per i quali la scelta tra passione e necessità coincide. Non parlo, per essere più chiaro, a chi sceglie una facoltà tecnica, agli ingegneri, ai medici, agli economisti-commercialisti che hanno la fortuna di essere appassionati di argomenti che comunque quando sarà il momento, si inseriranno nel mondo del lavoro coltivando il piacere di fare e di continuare a studiare materie per loro piacevoli. Parlo di tutti gli altri. Parlo di tutti quelli che hanno la sfiga di avere la passione per argomenti che non li aiuteranno a mantenere una famiglia, parlo dei filosofi (ancora lui.. no!), degli “scienziati” politici, dei laureati in lettere e nelle facoltà umanistiche in genere. Parlo anche di avvocati, architetti, scenziati della comunicazione, insegnanti e professori, e di tutte quelle categorie che oggi più di ieri sono in affanno. Gente che molto spesso vive frustrazioni pesanti, perchè a loro tempo nessuno li aveva avvisati. Nessuno ha mai detto loro la verità. Forse perchè i genitori o chi di dovere non ne ha avuto il coraggio o forse perchè loro stessi se lo sono sempre negato.

 

Chi ricade nella sfigatissima situazione in cui non va all’università per imparare un mestiere ma ci va per passione, ha la grande probabilità che da grande farà il frustrato. Non ho detto che sia una condizione sufficiente, però la probabilità che lo diventi è straordinariamente alta. Perchè? Perchè il mondo è così. O sei produttivo o non servi, basta cliccare sul sito dell’istat per chiarirsi qualunque dubbio. La domanda che si deve porre allo sfigatissimo che sceglie la facoltà per passione e non per necessità è se sia veramente sicuro di avere la forza interiore sufficiente per sopportare la frustrazione che ne conseguirà senza scadere nel patetico. Circa due mesi fa un noto quotidiano riportava la notizia secondo cui Milano ha la metà degli avvocati di tutta la Francia!! Non si può certo impedire a causa di questo a qualcuno di intraprendere la strada dell’avvocatura. Quantomeno questo qualcuno è avvisato.

 

Avendo altresi provato cosa significa studiare ciò che appassiona mi rendo conto di che genere di emozioni si rischia di sciupare non facendolo. Il piacere di condividere con altri amici e compagni la stessa passione; avere la possibilità di imparare, capire, leggere, studiare, respirare ciò che ti fa vibrare è impagabile. Poterlo continuare a fare anche dopo l’università io credo che sia sempre un dono voluto e mai una conseguenza dovuta. Personalmente conosco pochissime persone in questa condizione, ma tutte meritevoli di averlo ricevuto e fortemente voluto. Prima di dare un consiglio circa l’indirizzo credo che sia bene che un giovanotto in balia delle onde abbia ben chiaro questo aspetto.

 

 

 

 

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