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Ad un certo punto furono costretti a farli entrare. Erano troppi, troppo affamati e troppo pericolosi: non si poteva più lasciarli oltre la frontiera. In fondo tutto ciò che volevano era passare il confine e trovare un lavoro per non morire di fame.

Inoltre, quando si ha a che fare con una massa di disperati, c’è sempre qualcuno che sa come tirarci fuori dei soldi.

Lo stesso Governo centrale si fece due conti e pensò che – in fondo – era più conveniente lasciar entrare queste orde di derelitti piuttosto che darsi da fare per tenerli fuori. C’erano un sacco di lavori che nessun cittadino “per bene” era più disposto a svolgere e già da anni c’era chi assoldava più o meno clandestinamente questi stranieri che potevano essere sfruttati senza che si lamentassero.

Così si giunse ad una specie di accordo: il Governo centrale avrebbe consentito ad un certo numero di stranieri di attraversare la frontiera, fornendogli anche sussidi e lavoro, in cambio del loro disarmo totale e la conversione al Cristianesimo. Furono allestiti anche centri d’accoglienza dove tutti gli stranieri sarebbero stati contati e controllati.

Poi però le cose andarono diversamente. Un po’ per incompetenza, un po’ perché qualcuno se ne approfittò, la situazione andò presto fuori controllo. La disorganizzazione fu totale: il numero di stranieri che passarono il confine fu molto più alto del pattuito, moltissimi non furono disarmati, molti non erano certo stinchi di santo e alcuni avevano voglia di approfittare delle debolezze e indecisioni del Governo centrale. Dall’altra parte i centri d’accoglienza si rivelarono presto incapaci di svolgere la loro funzione e numerosi funzionari governativi si impossessarono dei sussidi destinati agli immigrati. In breve si formò una moltitudine di profughi che non era più possibile gestire e a cui non era stato dato ciò che era stato promesso.

Fu così che – lasciati allo sbando – gli immigrati, affamati, disperati e sentendosi traditi dal Governo centrale, dai campi-profughi si spostarono verso alcune città dove gli abitanti gli negarono qualsiasi tipo di aiuto. Questo comportamento e l’immobilismo del Governo centrale causò le ire e l’esasperazione degli stranieri, e cominciarono a scoppiare incidenti.

Il Governo centrale decise allora d’intervenire per riportare l’ordine con la forza. Ma l’operazione si rivelò disastrosa: gli stranieri, sempre più inferociti, dopo aver avuto la meglio sulle truppe governative, si lasciarono andare a violenze indiscriminate e massacri contro cittadini inermi. Ad aggravare la situazione intervenne l’arrivo di altri immigrati che – incoraggiati dagli avvenimenti – avevano attraversato clandestinamente la frontiera per unirsi ai ribelli. La situazione era ormai fuori controllo: masse sempre più organizzate di profughi erano di fatto in guerra con il Governo centrale nel suo stesso territorio.

Dopo qualche tempo, nonostante alcuni tentativi di riconciliazione che offrivano agli immigrati le medesime condizioni promesse nel momento dell’iniziale attraversamento della frontiera, si giunse ad uno scontro frontale. L’incompetenza, la disorganizzazione e le invidie interne al Governo centrale contrapposte alla furia degli immigrati furono ancora una volta i fattori che determinarono l’esito della battaglia. La sconfitta delle truppe governative fu totale e sconcertante. Un autentico colpo al cuore del Governo centrale. Da quel giorno in poi, fu evidente che nulla poteva essere come prima.

I nuovi alti gradi del Governo centrale furono costretti – volenti o nolenti – ad adottare un nuovo tipo di politica d’immigrazione, mirata più a contenere gli stranieri piuttosto che a respingerli o maltrattarli. Il confronto puramente militare – del resto – si era rivelato una strategia inefficace, anche perché le truppe governative erano sempre più composte da stessi immigrati “assimilati” nell’ambito di queste politiche di contenimento.

Negli anni successivi, il fenomeno dell’immigrazione divenne sempre più rilevante e sempre più complicato fu per il Governo centrale imporre condizioni. Al contrario il Governo centrale – soprattutto in ambito militare – divenne di fatto dipendente dagli stranieri, le cui pressioni sulla classe dirigente non potevano più essere ignorate. Anche perché gli stessi stranieri cominciarono ad occupare cariche politiche e a ricoprire incarichi sempre più influenti.

Gli immigrati, ormai facenti parte del tessuto sociale e soprattutto militare, alzarono continuemente le proprie richieste – spesso sotto forma di ricatti e minacce – pretendendo privilegi e concessioni sempre più sostanziose che il Governo centrale faticava ogni giorno di più a soddisfare. Si giunse ad una situazione per cui l’esercito, su cui si basava buona parte del potere e dell’autorità e credibilità del Governo centrale, era costituito e gestito quasi completamente da stranieri i cui stipendi erano pagati dalle tasse dei cittadini.

Una trentina d’anni dopo le vicende narrate all’inizio di questo racconto, uno dei capi delle milizie straniere al soldo del Governo centrale, capì che si poteva spingere molto in là e pretendere più del consueto. Dopo essersi fatto nominare governatore di una importante regione, generale di corpo d’armata e aver preteso (e ottenuto) continui aumenti di salario dal Governo centrale, giunse a liberare dalle carceri migliaia di immigrati e a fare il bello e il cattivo tempo per anni nelle città, nelle periferie e nelle campagne.

Poi un giorno, questo generale straniero (ma al soldo del Governo centrale) si spazientì: i politici governativi non rispettavano i patti e provavano a sfuggire ai suoi ricatti e decise così di “portare l’attacco al cuore dello Stato” e dare una bella lezione a quei parrucconi che disquisivano di sofismi nell’aula del Senato, vivevano nei loro palazzi dorati, rimpinguandosi di cibo e bevendo vino dalla mattina alla sera. Fu così che il 24 agosto 410 d.C., il suddetto capo straniero, che si chiamava Alarico, mise Roma sotto assedio, la prese e la saccheggiò per tre giorni consecutivi. Questo accadde trentaquattro anni dopo che i Goti furono autorizzati ad attraversare il Danubio (che segnava il confine dell’Impero Romano) e trentadue anni dopo (378 d.C.) la battaglia di Adrianopoli che fu lo scontro di cui si è detto sopra, in cui i barbari Goti sconfissero l’esercito romano uccidendo anche l’Imperatore.

Il sacco di Roma del 410 d.C. viene spesso indicato come la data che mise fine all’epoca antica aprendo le porte al Medioevo. La Città Eterna era rimasta infatti inviolata per ottocento anni (dall’epoca dei Galli di Brenno) e l’evento fu realmente epocale e vissuto anche come l’annuncio della prossima fine del mondo.
L”Impero Romano d’Occidente era effettivamente alla frutta, tra l’altro, proprio per aver di fatto perduto il controllo del proprio esercito, e di lì a poco si sarebbe sfaldato completamente per essere sostituito da numerosi Regni barbari che sono in qualche modo gli antenati delle odierne nazioni europee occidentali. Al contrario la parte orientale dell’Impero (con capitale Costantinopoli) scampò a questo destino e – passando per complicate vicende – rimase formalmente in piedi per altri mille anni, fino al 1453 quando Costantinopoli venne conquistata dai Turchi, un evento che contribuì – bloccando definitivamente le vie verso Oriente – a stimolare un altro accadimento epocale: la spedizione di Colombo in America nel 1492.  Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

[per chi volesse approfondire, consiglio questo ciclo radiofonico (20 puntate): cliccare qui

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Thomaspsyy

    Stai dicendo che siamo all’alba di un nuovo medioevo causato dall’arrivo di masse di migranti? Io starei attento a proporre paralleli storici spericolati. Ci sono molte differenze e solo qualche somiglianza.

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  2. Dunia

    Questa è la storia, e chissà che non succeda qualcosa di simile al nostro rammollito e sclerotizzato “Primo Mondo”. Dall’Asia ci stanno togliendo il potere economico, dall’Africa e dal Mondo Arabo stanno minacciando seriamente i nostri equilibri politici. Quando un sistema di potere diventa marcio e corrotto come quello in cui viviamo, non può che implodere. Le vicende dell’URSS ne sono un piccolo ma significativo esempio recente. Quella che hai raccontato tu, una storia suggestiva e forse premonitoria.
    Resta da capire se in questa parte del mondo esistano forze nuove, fresche, capaci e innovative, in grado di invertire la tendenza…
    D

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