Tesoro, mi sa che ho fatto una cazzata!

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Questa è una storia vera. Accaduta in Argentina nel 1964 ed è dedicata a tutti i sognatori.
Si dice: “i dettagli sono importanti”. A volte è così per dire, altre è pura veritá. Se l’ingegnere mette un meno al posto di un piú, il ponte non sta in piedi; se il chirurgo taglia una arteria invece di un’altra, il paziente muore.
Si dice anche che “il diavolo sta nei dettagli” e se c’é una storia che dimostra la veridicitá di questo detto, beh, allora la storia é proprio questa qua.

Il protagonista si chiama Juan Antonio Felpa, portiere di calcio di poche parole e molti sguardi. Juan Antonio era un sognatore, come quasi tutti i portieri. Forse perché abituati alla solitudine sul campo da giuoco o forse perché a loro è richiesto l’atto piú innaturale e illusiorio che si possa concepire: volare.

Juan Antonio era un portiere di una squadra della provincia argentina, lo Sportivo Atletico Club. I soldi erano pochi, la ribalta del football di Buenos Aires era lontana, ma un sogno nel cassetto ce l’aveva. Questo sogno non era, a ben dirsi, affatto complicato: immaginava che, sullo zero a zero, a pochi secondi dal fischio finale di una partita importantissima, l’arbitro fischiasse un rigore contro la sua squadra. La fantasia prevedeva che, proprio mentre tutto il pubblico (compresa la moglie Evelina) tratteneva il fiato e il pallone scagliato da un centravanti sbruffone filava sicuro verso la sua porta, Juan si lanciasse alla propria destra e accogliesse la sfera di cuoio tra le sue braccia come se quello fosse l’unico luogo in cui potesse terminare. Il sogno terminava con un bacio ad Evelina in tribuna e i compagni che lo portavano in trionfo a fine gara. A volte, in momenti di particolare generositá e apertura verso il mondo, il rigore veniva fischiato sull’1-0 per la propria squadra. Ma in quel caso, avrebbe poi dovuto condividere la gloria con l’autore del goal.

Finito il sogno, raccontiamo ora la storia vera: la domenica é quella del 16 settembre 1964, inizio di primavera o fine inverno in quell’emisfero. La partita é di quelle al cardiopalma, come si dice. Un derby cittadino contro l’Argentino de Las Parejas. Come in un palio su una piazza italiana, quei derby definivano la gerarchia cittadina e i rapporti interpersonali (e anche familiari) per gli interi dodici mesi successivi. Poco da scherzare. Qui non contano i milioni, gli scudetti o le Champions Leagues, qui si tratta sempre e comunque di vita o di morte.

Juan Antonio Felpa si sveglió affaticato quella mattina e mentre la moglie Evelina gli preparava l’amorevole colazione, passó in rassegna davanti allo specchio il suo sogno ricorrente. Sognare non costa nulla, si dice. E Juan sognava ogni mattina, alla luce del lampadario scrostato del bagno, ascoltando le notizie alla radio che quel giorno riguardavano solo il derby di cui lui sarebbe stato l’assoluto ed indimenticato protagonista.

La squadra dello Sportivo si ritrovó per pranzare insieme: carne, patate, dolce e caffé. Non era tempo di diete sofisticate, bensí di proteine e molta sostanza. L’allenatore fece i soliti discorsi di chi pensa d’aver capito tutto del football (e del mondo) e vennero distribuite la maglie per la partita. Evelina, intanto, si disponeva a raggiungere sola lo stadio ribollente di alcool, sudore e umanitá. Donne allo stadio se ne vedevano poche, ma Juan Antonio insisteva perché Evelina non mancasse mai. Il sogno, altrimenti, non avrebbe potuto realizzarsi pienamente.

Juan Antoino Felpa era di quella classe di sognatori che hanno bisogno d’identificarsi in qualcuno: un idolo, un esempio, un riferimento. E per Juan, questa persona era Amadeo Carrizo, portiere e leggenda del River Plate, gloriosa squadra della capitale. Juan ne imitava i gesti, la postura, immaginando come egli avrebbe gridato ai compagni della difesa, smanacciato un cross insidioso, parato un rigore…Sognare non costa nulla, e Juan s’era fatto ricamare da Evelina un cappellino a quadri, proprio come quello che indossava Carrizo per ripararsi dal sole.
Ed era tradizione e scaramanzia familiare che fosse proprio la moglie, all’entrata dello stadio, a porgergli il prezioso cappellino, simbolo d’amore e futura gloria. E fu quello che accadde anche quella domenica di inizio primavera. Dettagli si dirá. Certo, ma i dettagli sono importanti…nei dettagli si nasconde il diavolo.

Arrivó finalmente il momento della partita, il miracolo di una moltitudine attorno ad un prato verde sul quale si muovono ventidue persone attorno da un pallone. Come spesso accade in gare cosí cariche di significato ed aspettative, il giuoco fu bloccato e lo spettacolo deludente. Entrambe le formazioni aspettavano l’errore altrui, badando in primo luogo a non commetterne. Dopo pochi minuti della ripresa, il pubblico cominció ad annoiarsi sul serio: chi si lamentava perché non c’erano piú i giuocatori di una volta, chi giá pensava al lunedí e chi – ed era la maggioranza – tracannava un altro bicchiere di vino per continuare ad urlare sugli spalti. Anche Evelina era ormai pronta a tornare a casa, e si strinse nel cappotto, soffiandosi il naso.

La vita é originale, s’é giá detto, e alle volte capita che disponga le vicende del mondo come una tavola apparecchiata per la realizzazione di un sogno, anche quello piú atteso, anche quello che si pensava non potesse mai scendere dal cielo in terra a convertirsi realtá. Fu cosí che, a quattro minuti dalla fine, quando anche i lamentosi s’erano zittiti, gli impazienti stavano giá uscendo dallo stadio e gli ubriachi cantavano abbracciati senza vergogna, l’arbitro concesse un calcio d’angolo per l’Argentino. Juan Antonio dispose gli uomini a difesa dei due pali e si sbracció urlando perché nessuno perdesse di vista il proprio avversario. Era l’ultima opportunitá per l’Argentino e tutti, anche i difensori, s’infilarono nell’area avversaria, addensandosi davanti alla porta difesa da Juan Antonio, sgomitando e sputando come bestie.

Il corner venne battuto teso, a quella distanza ambigua dalla porta che richiede all’estremo difensore una decisione in cui si confondono coraggio e prudenza, spavalderia e logica: uscire a caccia della sfera, lasciando sguarnita la porta oppure rimanere a presidiarla nella speranza che un compagno allontani il pericolo? Come spesso accade ai portieri e nella vita, Juan Antonio Felpa rimase inutilmente a metá strada, prigioniero dell’eterna guerra tra istinto e raziocinio, e quando il pallone fu colpito dall’Orso Antuña, arcigno difensore dell’Argentino venuto a cercar gloria nell’area avversaria, fu chiaro a pubblico, allenatore, Evelina, Juan Antonio, ma soprattutto al Nano Zarate che il suo destino era il goal. Il Nano Zarate era il difensore incaricato di coprire il primo palo, e in quell’istante seppe istintivamente che ció che doveva fare, e fece, era fermare la palla con il braccio per evitare che oltrepassasse la linea bianca: rigore!

Ai lamentosi tornó il sorriso, gli impazienti tornarono indietro richiamati dall’urlo della folla, gli ubriachi si stropicciarono gli occhi, ed Evelina, sugli spalti dietro la porta, e Juan Antonio, in campo, pochi metri piú sotto, compresero con emozione che il mondo intero stava girando miracolosamente nella direzione della realizzazione del sogno, di quel sogno…

Juan Antonio prese a camminare nervosamente, senza ascoltare i consigli e gli incoraggiamenti dei compagni, sordo al tumulto del pubblico, trasportato dai suoi stessi pensieri che gli causavano un misto di terrore e felicitá per il verificarsi delle circostanze che egli, per anni e anni, aveva sempre giudicato irrealizzabili. Il momento era arrivato. Le domeniche mattina, la radio nel bagno, Evelina che prepara la colazione, il cappello a quadri come quello dell’idolo Carrizo…

L’attaccante incaricato di battere la massima punizione era il Loco Ardiles, smilzo e allampanato, tutto nervi e cattiveria. I suoi occhi, sotto i capelli lisci e appiccicati alla fronte per il sudore, tradivano un misto di scherno e complicitá per trovarsi insieme a Juan Antonio, protagonisti dell’atto di emozione suprema di una partita di football. Juan Antonio smise di camminare, si dispose sulla linea, si sistemó i guanti e, un secondo prima che fosse troppo tardi, si sfiló il cappellino, gettandolo dentro la porta e volgendo lo sguardo ad Evelina. In quel momento sentí, fortissimamente sentí che tutto ció che doveva fare era seguire il copione del sogno: gettarsi alla propria destra e bloccare il pallone che – inevitabilmente – sarebbe stato calciato proprio da quel lato, proprio come nel sogno.

La vita é originale, s’é giá detto, ma spesso ci dimentichiamo che rimane tale anche quando ci pare che ormai ogni cosa “cospiri” ordinatamente per la realizzazione di un sogno. Il Loco Ardiles prese la rincorsa, guardó l’arbitro, l’arbitro fischió, Juan Antonio respiró forte e si gettó alla sua destra, come sempre aveva fatto nelle sue fantasie. Avvertí la forma del pallone sulle proprie mani e le braccia raccogliersi su di esso nel gesto piú naturale del mondo, aveva parato il rigore, sì lo aveva parato! Ancora a mezz’aria, prima di toccare l’erba spelacchiata dell’area piccola, un sorriso si aprì sulla sua bocca, come se quella parata fosse l’inevitabile conclusione di quel pomeriggio d’inizio primavera. Ma cosí non fu.

Quando Juan Antonio si accartocció a terra sulla sfera, la prima cosa che vide furono le braccia levate nella tribuna alla sua destra, poi le urla dei compagni, quelle del pubblico e una cosa che gli saliva dentro fino a bloccargli il fiato dall’emozione. Si alzó da terra, felice, pieno di orgoglio e, in quel momento di gioia completa, prese la decisione piú assurda e sbagliata della propria vita: fare qualche passo, con il pallone sotto braccio, per andare a prendere il cappellino dentro la porta…

L’arbitro esitó un secondo prima di concedere il goal, lo stesso arco di tempo in cui tutto lo stadio si ammutolí, incredulo e attonito, in attesa dell’incredibile, ma inevitabile verdetto: il pallone aveva varcato la linea e quindi si trattava di un goal a tutti gli effetti. I dettagli sono importanti, e diabolici. E capaci di mandare in frantumi anche il piú perfetto dei sogni. Juan Antonio non poté fare a meno di proseguire il suo folle gesto, s’infiló il cappellino e cercando lo sguardo della moglie le disse: “Tesoro, mi sa che ho fatto una cazzata!”.

[ispirato da un racconto di Jorge Valdano, ex-giuocatore argentino ed ex-dirigente del Real Madrid]

 

 

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