Soldati di Salamina

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Si racconterá qui il bellissimo libro “Soldati di Salamina” dello scrittore spagnolo Javier Cercas. Se non volete sapere “come va a finire”, è meglio che non proseguiate la lettura. Altrimenti…

Primi giorni del 1939: la guerra civile spagnola sta volgendo al termine. I repubblicani (semplificando: comunisti) stanno perdendo posizioni su tutti i fronti, incalzati dai franchisti (semplificando: fascisti) che tre anni prima si erano sollevati contro la legittima repubblica. La Catalogna, storico bastione repubblicano, sta cadendo in mano dell’esercito di Franco (il generale a capo dei fascisti che governerà la Spagna per i successivi 35 anni). Barcellona cade il 26 gennaio. Pochi giorni prima i repubblicani abbandonano la città fuggendo verso nord, nella speranza di una disperata resistenza o di trovare rifugio in Francia. E portano con sé centinaia di prigionieri, che sistemano nel Santuario di Santa Maria di Collell, un antico monastero trasformato in carcere nelle montagne catalane, un centinaio di chilometri a nord di Barcellona.

Tra questi prigionieri ci sono diverse personalità di spicco del franchismo, tra cui Rafael Sánchez Mazas, ideologo della Falange, una delle formazioni di fascismo “rivoluzionario” che contribuì a fomentare gli animi e estremizzare le fratture nella società spagnola che poi condussero al conflitto. Rafael Sánchez Mazas è anche un poeta, ma come canta De Gregori: “Mussolini ha scritto anche poesie, i poeti che brutte creature, ogni volta che parlano è una truffa”.

I franchisti continuano ad avanzare e quando sono a pochi chilometri dal Santuario, i repubblicani capiscono che tutto è perduto, e decidono di fucilare un gruppo di prigionieri, i più compromessi con il franchismo, tra cui Rafael Sánchez Mazas. Una piovosa mattina di febbraio li fanno uscire dalle loro celle, li fanno mettere in fila, li scortano in una radura nel vicino bosco e sparano. E’ una carneficina, è una guerra civile..

Ma non tutti muoiono, qualcuno riesce a scappare, e tra questi Rafael Sánchez Mazas. I soldati repubblicani si gettano nel bosco alla sua ricerca e ad un certo momento un giovane soldato lo trova: ansimante, ferito, infangato, tra le foglie scure del bosco.

Gli punta il fucile contro, pronto a farlo fuori. In quel momento un altro soldato da lontano gli grida: “C’è qualcuno lì?”. Il soldato con il fucile in mano, davanti a Rafael Sánchez Mazas, esita un secondo, lo guarda negli occhi e poi risponde: “No! Qui non c’è nessuno!”. Abbassa il fucile, si gira e se ne va. Rafael Sánchez Mazas è salvo, ma la storia non è finita qui.

Braccato e in territorio nemico, vaga per i boschi per giorni e notti, ferito e senza rifugio. Una mattina, attraversando un torrente perde anche gli occhiali senza i quali è praticamente cieco. E’ perduto. Ma poche ore dopo, incontra tre ragazzi, tre giovani soldati. Sono repubblicani. In quei giorni confusi, dato per scontato l’esito della guerra, alcuni soldati repubblicani hanno abbandonato l’esercito e si sono letteralmente “imboscati” in attesa della fine del conflitto e che si calmino le acque. Quei tre soldati sono tra questi. Sono di un paese vicino, conoscono la zona e non vogliono né scappare in Francia, né finire ammazzati dai franchisti che stanno sopraggiungendo o dai repubblicani che li considererebbero disertori.

Rafael Sánchez Mazas e i tre sono formalmente nemici, ma in quel momento tragico sanciscono un accordo: “Noi tre conosciamo questi boschi e ti aiutiamo a sopravvivere; quando poi i tuoi amici franchisti arriveranno qui, tu che sei un personaggio di potere, farai in modo che nessuno dei tuoi ci faccia del male”. L’accordo funziona: i tre procurano rifugio e cibo a Rafael Sánchez Mazas, il quale – a guerra finita – si sdebiterà con i suoi “amici del bosco” evitando che siano imprigionati e processati.

Ma la storia del libro è più complessa. “Soldati di Salamina” è in realtà un racconto nel racconto, perché narra delle peripezie dell’autore stesso nel ricostruire la vicenda che appena raccontata. Consulta archivi, legge libri, cerca testimoni, e addirittura riesce ad incontare – ancora vivi – due dei tre “amici del bosco”. Ma più di tutti, ciò che l’autore insegue è il soldato che risparmiò la vita a Rafael Sánchez Mazas: chi era? Perché lo ha fatto? Cos’ha pensato in quel momento? E’ riuscito a rimettere insieme tutti i tasselli della storia, ma quelle domande senza risposta diventano per lui un’ossessione.

L’autore incalza i due “amici del bosco” sopravvissuti: ma possibile che Rafael Sánchez Mazas (morto qualche anno fa, NdA) non vi abbia parlato di quel soldato? Lo conosceva? Vi ha detto qualcosa? Chi può essere? Ma loro non sanno nulla. Ciò che invece ricordano bene è che Rafael Sánchez Mazas aveva loro promesso che avrebbe scritto un libro su quella storia e su di loro. Per ricordare quei giorni, per tenere viva la memoria di quell’incontro particolare, e domandano all’autore se quel libro sia stato effettivamente scritto, vorrebbero averlo. Ma quel libro non esiste…

Ad un certo punto, però, nella ricerca di quel soldato, oltre sessant’anni dopo gli avvenimenti, si apre uno spiraglio. Una serie di coincidenze e di particolari combaciano e l’autore individua un vecchio soldato repubblicano ancora in vita che con molte probabilità è proprio quel soldato.

E’ un anziano signore di nome Miralles, ora ospite di una casa di riposo nella provincia francese. L’autore del libro non ci pensa due volte: prende il pullman e va in Francia, sentendo che la soluzione dell’enigma è vicina. Saprà finalmente chi era quel soldato, perché ha fatto ciò che ha fatto e cosa gli è passato per la testa in quell’istante.

Miralles è un personaggio affascinante, un vecchio scorbutico che ha combattuto mille guerre e ne ha passate di cotte e di crude. Ora è vecchio, stanco e non è propenso a soddisfare le richieste dell’autore. Tuttavia gli conferma di essere effettivamente stato, proprio in quei giorni, al Santuario dove ebbe luogo quella fucilazione. Ma poi non fa che raccontare dei suoi amici, morti giovani in quella guerra lontana, senza aver potuto assaporare le gioie della vita. Si rammenta di tutti i loro nomi, dei loro sorrisi, dei loro sogni, di cui – quando anche lui sarà morto – nessuno più si ricorderà. Nessuno vuole più ricordare quell’epoca, tutti vogliono dimenticare e anche lui stesso verrà dimenticato da un Paese e da un mondo che non è più interessato a quel passato: nessuno gli ha mai scritto neanche due righe di ringraziamento per aver combattuto per la libertà. L’oblio è il destino obbligato di quelle vicende e dei loro giovani protagonisti.

Ma è Miralles quel soldato?? L’autore continua ad essere torturato da questa domanda, alla quale Miralles continua invece a sfuggire. Tutto sembra indicare che sia proprio lui, ma la certezza non arriva mai. Ad un certo punto, proprio quando l’autore sta per accommiatarsi, chiede ancora una volta a Miralles: “E’ lei quel soldato?”. E Miralles risponde: “…No!”. E continua: “E sa cosa pensò quel soldato in quell’istante?… niente, assolutamente niente!”.

In quel momento drammatico, l’autore (e il lettore) comprende l’autentico senso della sua ricerca che è alla base del libro: non è quella domanda il punto importante! La sua ossessione rischiava di fargli perdere il quadro generale e la ragione stessa del tutto: ciò che importa non è tanto l’identità di quel soldato, né tanto meno cosa gli passò per la testa in quel momento; ciò che importa sono quei ragazzi ammazzati in quella guerra, i loro sogni, la loro gioventù perduta, quelle vicende eccezionali…Ciò che l’autore comprende di dover fare è raccontare di Miralles e della sua storia, degli “amici del bosco” che ancora attendono il libro che parla di loro, descrivere le sensazioni e le emozioni che attraversarono quelle vite sessant’anni fa e che rischiano di perdersi nell’oblio. Concentrare ossessivamente l’attenzione su un dettaglio rischiava di far perdere di vista la visione generale e ciò che realmente conta: immergersi in quelle vicende straordinarie e sentire ciò che ci comunicano e significano. Non importa veramente chi sia quel soldato e se sia veramente Miralles, ciò che conta è tutta la storia che c’è intorno.

Pochi giorni dopo aver terminato la lettura del libro, anche io sono stato al Santuario di Santa Maria del Collell, dove ebbe luogo la fucilazione a cui Rafael Sánchez Mazas riuscì a scappare. Ora è un centro sportivo, c’è una chiesa e al posto del carcere ci sono le camerate per ragazzi che vanno a trascorrere lì un periodo in montagna d’estate. Sono andato lì per vedere dove si svolsero parte delle vicende narrate nel libro. Esiste anche un film “Soldati di Salamina” che racconta fedelmente il libro e nel quale viene anche mostrato il luogo esatto in cui ebbe luogo la fucilazione: un radura nel bosco con una croce in mezzo.

Dopo aver parcheggiato la macchina ed essermi guardato intorno, sono andato alla ricerca di quella croce. Volevo vedere il luogo preciso dove Rafael Sánchez Mazas scappò e dove il soldato famoso gli risparmiò inspiegabilmente la vita. Non c’era nessuno a cui domandare e quindi ho imboccato un sentiero nel bosco attorno al santuario che mi ricordava le immagini del film. Ma la radura con la croce non appariva. Sono tornato indietro ed ho preso un altro sentiero dall’altra parte, immaginandomi dove – se fossi stato incaricato di fucilare delle persone – avrei portato i condannati a morte. Ma anche in questo caso, non ho trovato nulla: il bosco s’infittiva e cercare una radura era un’impresa impossibile. Ho cercato qualche lapide, un segnale, qualsiasi indizio che potesse aiutarmi a ritrovare quel posto. Niente da fare.

Poi, all’improvviso ho capito: anche io ero caduto nello stesso errore dell’autore: tutte le mie energie erano rivolte all’ossessiva ricerca di un dettaglio, quando l’importante era altro ed era attorno, ma soprattutto dentro di me: l’importante era ciò che sentivo in quel momento, immergermi nelle sensazioni che mi comunicava quel luogo, anche se non era esattamente quello del fucilamento. E ciò che contava e conta era anche il desiderio e il “privilegio” di potere raccontare – nel mio piccolo – di questa storia straordinaria e dei suoi protagonisti.

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. rita savini

    Ho letto recentemente il libro Soldati di Salamina in occasione di un mio viaggio in
    Spagna, volevo conoscere un momento storico di questo paese di cui non sapevo molto tranne quello che ho trovato sui libri di storia.
    Bellissimo libro, commovente, così come il film purtroppo solo nella versione spagnola.Una riflessione su tutte le guerre, sugli uomini che le combattono non importa da quale parte stiano, importa ciò che viene negato a coloro che vi perdono la vita.Emblematico, dolce e straziante il soldato che canta il paso doble sotto la pioggia imbracciando il fucile come fosse una donna.Grazie di averne parlato. Complimenti

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  2. Mariano Guzzini

    Rileggo spesso i soldati di Salamina, assieme al testo di Orwell omaggio alla Catalogna, e mi sono ormai fatto la mia idea:è stupido lamentarsi per i vuoti di memoria della nostra miserabile contemporaneità. Quello che è stato e che resta importante è che ci siano stati quei favolosi combattenti per una libertà che è sempre sfuggente e problematica.
    E – siccome sono molto di parte – mi piace credere che la differenza tra le due parti in lotta la faccia proprio quel miliziano che guardò negli occhi il falangista e non lo riportò nuovamente davanti al plotone di esecuzione.
    Una differenza che può essere positiva o negativa, naturalmente. A piacer nostro.

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  3. giorgio marincola

    Libro molto bello. Miralles voleva dimenticare perchè non c’è nessuna via, nessuna strada e nessuna piazza dedicata ai suoi compagni di guerre. E ai sopravvissuti come lui, neanche una telefonata.
    L’autore ha fatto un lavoro egregio nello scrivere questo libro per omaggiare i soldati di Salamina come lui e i suoi compagni.
    Zapatero, a livello nazionale, ha fatto anche lui qualcosa per i caduti e gli eroi come Miralles, che “hanno portato alta la bandiera della libertà anche quando tutta l’Europa era sotto i nazisti”.

    Non si può fare a meno di pensare che altrove si siano risparmiati gli orrori di una guerra civile
    vera e propria, ma forse proprio per questo dopo pochi anni dalla liberazione i fascisti ancora comandavano e della liberazione e dei suoi eroi rimaneva solo la retorica comunista. Di questi tempi poi vanno per la maggiore libri come “il sangue dei vinti”. Mi domando cosa direbbe uno come Giorgio Marincola, altro che Miralles.

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