R.I.P. – Il morto del prossimo mese: Paolo Villaggio

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VillaggioPaolo Villaggio (Genova, 30 Dicembre 1932). Intellettuale e artista. Geniale, incompreso, furbissimo, cinico e un gran rompicoglioni: ci ha…

lasciato l’autore di “Storia della libertà di pensiero” e molte altre opere.

- Vita. Infanzia povera? Bisogna dire da subito che Villaggio fu un gran inventore di aneddoti. Falsi, inventati. Episodi, spesso esagerati, usati per rafforzare le sue tesi e retoricamente accattivarsi o inimicarsi (faceva lo stesso per lui) il pubblico, i lettori, gli spettatori. Io non credo che il figlio di un ingegnere e una professoressa di tedesco a neanche metà novecento passò per la miseria (“Da piccolo facevo una dieta dovuta non al voler dimagrire, ma piuttosto forzata dalla povertà”). Decisamente verosimile il fatto che abbia cambiato molti lavori ma ancora poco credibile che lui e De Andrè andassero a cantare sulle navi conoscendo un certo Silvio B. di Milano.

Sicuramente fu amico di De Andrè, per cui scrisse canzoni, fra cui la divertente “Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers”. Fatto sta che sicuramente lavorava all’Italsider quando una sera del 1967, a 34 anni, cenò con Maurizio Costanzo e lo fece sbellicare dalle risa, tanto da proporgli di scendere a Roma ad esibirsi in un cabaret. La notte non dormì, stette a pensare, poi si decise a buttare tutto dalla finestra e prese il treno per Roma: anche questo un aneddoto, ognuno si regoli come vuole.

- Produzione intellettuale. Fu uno straordinario osservatore e descrittore della realtà quotidiana vista dal basso, da una prospettiva esclusivamente individuale, senza tenere in conto nessuna sovrastruttura, che complica la descrizione e le spiegazioni. Semplicemente questo, e per questo quindi, un intellettuale modernamente atipico, conseguenza del fatto che per tutti era quello che era stato crocefisso in sala mensa. Intellettuale strapaesano, verrebbe quasi da dire, ma sicuramente una figura fresca, l’unico in questo genere, inimitabile e dunque meritevole anche solo per la sua unicità. Scrittore, attore, comico e regista sono solo ornamenti della sua professione di intellettuale, questa poliedricità
usata per lasciare scivolare qualche idea, qualche concetto originale e molto spesso sottile, sotto la superficie sempre grossolana, a volte volgare
. In tutte le sue attività, dalla presentazione dei suoi libri alle comparsate trash in TV con Moana Pozzi nel letto, possedeva un suo unico stile nella consegna del messaggio, usando spesso i suoi personaggi più famosi o la maschera del povero rincoglionito che non capisce un tubo e talvolta anche interpretando il ruolo del cinico spietato a cui non fregava niente di offendere anche le persone più deboli o indifese. Chi voleva intendere poteva intendere, almeno qualcosa, certo non tutto. Il nostro infatti ce la mise tutta per non farsi capire. La sua non comune intelligenza accoppiata con le circostanze in cui si fece conoscere dal grande pubblico (‘Come è umano lei!’) e la sua persona pubblica a volte cinica, a volte cazzara ne fanno appunto il più incompreso intellettuale dell’era moderna. Lui per primo non ammise mai di credere nell’importanza del suo pensiero, che esternava a tratti, con piccole gemme buttate lì in mezzo a tutto il letame di cui il suo lavoro lo obbligava a circondarsi, ma da cui traeva ispirazione. O semplicemente si bastò, in lui non ardeva nessun fuoco evangelizzatore, nessuna voglia di proselitismo o seriose pretese di primato culturale. Confusionario, non lineare nel racconto, con una passione smodata per il prendere e prendersi in giro, le sue esternazioni variavano dal surrealismo (rasentando il delirio di un povero vecchio, titolo infatti di una opera teatrale scritta, diretta e interpretata da lui) al pensiero ficcante e conciso, alla Occam.

- Fantozzi. La sua opera di maggiore successo. Quella per cui è riconosciuto da tutti. Un trattato a volumi (fondamentalmente i primi due, del 1971 e 1974) sulla trasformazione dell’Italia e degli Italiani seguita agli anni del boom. Opere con diversi livelli di comprensione, adatte quindi a tutti, ma ovviamente schifate dalla solita intellighentia ammuffita dell’epoca fino a quando il Paolo non fece un film con quel trombone di Fellini. Ovvio, ci insistette oltre ogni livello di sopportazione, probabilmente per farsi ricco, evitando di farsi presentare a cinquant’anni un contratto col circo “Pace e Bene”, e quindi potendo proseguire la sua produzione artistica e intellettuale. Come biasimarlo?

- Random Villaggio-pensiero. Imperdibile quado era intervistato, soprattutto con intervistatori o interlocutori stupidi. Poteva essere noisissimo o ultracolto, arrabbiato o fanfarone, bugiardo o spassoso. Ma sempre con le sue idee, le sue prese di posizione mai banali, arruffate, a volte dissacranti. Come quando parla del funerale suo e di Costanzo, due anziani signori che in TV affrontano il tema taboo della propria morte, del proprio funerale, cazzeggiando, però hai voglia a cambiare canale e trovare una simile discussione. Come quando litiga con Borghezio sul trattamento degli immigrati. O quando cinicamente ripercorre la storia di Moana, che era si una bella ragazza, una pornostar, ma è tutto oro quello che luccica? E invade il privatissimo di Moana, con dichiarazioni iperboliche difficilissime da verificare.
O nel famoso “L’ Italia è una merda“, a cui sicuramente non credeva fino in fondo, ma su cui comunque voleva fare pensare soprattutto i tanti benpensati che lo ascoltavano.
O l’ ironico sputtanamento di un suo grande amico, l’eccelso Faber, richiamando all’ordine le folle mitizzanti che gridavano “Santo subito!”. O demolendo Colombo, Garibaldi, Galileo in un suo libro.
Paolo Villaggio, ci hai fregati tutti!

Ci mancherà. Una prece.

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Chi lo ha scritto

giorgio marincola

Giorgio Marincola è/è stato, in ordine sparso: fisico teorico, diplomato in sandwich-making al 67, Pret-a-Manger, Tottenham court road, "no-global" ante-litteram con le mani bianche a Genova 2001,  Ph. D., campione paesano di calcio "a portine", ricercatore alla University College London (a pochi metri da Tottenham Ct. Rd.), rifugista-capo-sguattero al Calvi, professore universitario associato, programmatore HPC e Android, ballerino di lindy hop, ingegnere di sistema, scarso chitarrista e scialpinista in lento miglioramento. Vive/ha vissuto diversi anni in tre-quattro paesi europei e a Londra. Si esprime fluentemente in 4 lingue e un dialetto, tipicamente a due a due. È tra i fondatori de L'Undici.

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. giampi

    Sono sempre stato convinto che se Paolo Villaggio si fosse chiamato Paul Village, ossia se fosse stato americano e quindi appartenente alla cultura – anche cinematograficamente dominante, prepotente e colonizzatrice – tutti l’avrebbero apprezzato molto più di Woody Allen a cui è decisamente superiore.
    E forse, avendo guadagnato soldi a palate, oltre alla benemerenza della succitata intellighenzia, non sarebbe finito a fare il 500esimo episodio di Fantozzi, ma farebbe operazioni chic di mercato come il sopravvalutato Allen.

    PS. Fellini lasciamelo stare…

    Rispondi

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