Chi ha licenziato Frédéric?

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Un pubblicitario creativo, pieno di soldi e di successo, decide di sputare nel piatto in cui mangia. Per fare ancora più soldi e per avere più successo. Genialità? Cinismo? O una maledizione? Una storia vera. Forse.

“Frédéric Beigbeder, nato a Neully nel 1965, critico letterario per alcuni programmi televisivi e per le riviste ‘Voici” e ‘Lire’” ha pubblicato romanzi e una raccolta di racconti. Prima dell’uscita di Lire 26.900 (99 Francs), lavorava per l’agenzia pubblicitaria Young & Rubican; è stato licenziato dopo la pubblicazione del libro che ha provocato scalpore e ottenuto un grandissimo successo”.
Lo dice la quarta di copertina dell’edizione Universale Economica Feltrinelli. Di cosa parla il lbro? Di un uomo di marketing di grande successo che un giorno decide di prendere a picconate il mondo degli spot e della carta patinata che lo ha reso ricco ma infelice. Il suo obiettivo? Farsi licenziare scrivendo un romanzo contro il mondo del marketing.
Non è un libro che di per sé consiglierei. Ricco di ovvietà – spesso vere, ma comunque ovvietà – sopravvive (si legge in tre giorni) nel tentativo perenne di scandalizzare il lettore e farlo sentire una pecora imbecille, oltre a sfoderare una cascata di citazioni letterarie o musicali ricercate ad arte per aumentarne il target radical-chic. Poi, un buon 10% è un copia-incolla di slogan pubblicitari. Non è tutto da buttare, perchè anche i Promessi Sposi erano piuttosto sul banale come trama, ma programmi didattici democristiani ci hanno insegnato che trattavasi di Romanzo Storico.
Allora anche 99 Francs (uscito peraltro un paio d’anni prima che i bancomat sputassero Euro) può pregiarsi di qualche istantanea di contemporaneità.
Ma raggiunta la pagina finale, i quesiti risuonano incessantemente nella testa: chi e perchè alla Young & Rubican ha deciso di licenziare Beigbeder? Prima o dopo lo scalpore e il grandissimo successo del libro? E i brand manager dei tantissimi marchi citati ogni due pagine nel romanzo (ritroverete tutti gli slogan di successo nella storia della pubblicità moderna) hanno gioito o recriminato alla pubblicazione?
Del resto lo stesso autore lo ammette nelle prime pagine. Il marketing vince sempre. Kate Moss che si droga non perde il lavoro, anzi forse si fa pubblicità. Kurt Cobain che si suicida per sottrarsi alla schiavitù del proprio successo regala alla sua etichetta una miniera d’oro. Ecco, possiamo discutere di dove finirà Morgan, ma si sa che in Italia il libero mercato ha sempre sofferto.
E allora dove sta la ribellione di Beigbeder? Nel contratto con ‘Voici’ e ‘Lire’?
Vi offro due versioni. La prima è quella idealista. Beigbeder odia davvero il marketing e il capitalismo. Odia anche chi lo alimenta, cioè tutti noi. Realisticamente, ammette che la sua crociata è persa in partenza. E allora si toglie il gusto di nuotare nella corrente e prendere per i fondelli ognuno dei suoi lettori pseudo-alternativi e no global da salotto. Scrive il libro, lo mostra ai suoi referenti alla Young & Rubican, questi gli dicono smussa un po’ lì, esagerà un po’ là, togli questa marca, metti quest’altra, poi si fanno un bell’accordo in cui la povera vittima paga qualcosa al carnefice in cambio di un fintissimo licenziamento, che non è altro che un lancio pubblicitario e l’inizio di una nuova carriera. Io – pur avendo masticato un po’ di marketing dilettantistico – non conoscevo (o non ricordavo) la Young & Rubican, adesso la conosco. Beigbeder continua a sfottere i suoi lettori, i suoi ascoltatori, finge di redimerli e invece li lascia nel loro brodo, sfilandogli quei 99 franchi dal portafoglio e ricordandogli che sono stupidi, che chiuso il libro compreranno una Pepsi-Cola, magari perchè gli è rimasto in testa lo slogan “The Choice of a New Generation” scritto in maiuscoletto (tutti gli slogan sono in maiuscoletto) a pagina 185. E il suo piacere sta lì, nel veder crescere la sua fama di ribelle e il suo conto in banca, nel dire di attaccare il capitalismo e nell’attaccarlo veramente, attaccando tutto e tutti. Però non riesco ad ammirare la ribellione di Beigbeder, perchè mi fa sentire stupido.
La versione numero due è meno poetica. Biegbeder ama il marketing. Licenziamento, contratto e tutto il resto seguono identici dalla versione di cui sopra. Forse oltre al marketing il nostro intellettuale ama davvero anche la parola scritta. Sì, perchè non scrive (stilisticamente) male e tra i tanti aforismi e metafore ce n’è anche uno che è una dichiarazione d’amore per la scrittura. Cita Cioran (“Sogno un mondo dove si morirebbe per una virgola“) ed esalta, secondo me a proposito, il mestiere del copywriter che in quattro parole (e magari una virgola) deve comunicare un prodotto. Il poeta del capitalismo.  
Una piccola beffa la Feltrinelli (che secondo me ha pubblicato questo libro più per dovere di target radical-chic che per reale apprezzamento delle qualità letterarie) comunque se l’è riservata. Il libro costa 7 Euro. Tondi.
Consiglio: da leggere (meglio se in prestito) tra due libri importanti, su uno sdraio, con una Beck’s a portata di mano e il portafoglio pieno.

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. gavino

    come mai in questo articolo non ci sono foto di pecore?
    ci sarebbero state bene anche qui.
    gavino

    Rispondi

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