La mode c’est toujour la mode. Ma non parla più francese

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Il francese era la lingua della moda delle origini, ma le griffe d’oltralpe sono in mano a multinazionali e la moda è sempre più lontana da le chic et le charme.

Il 9 settembre è incominciata la settimana della moda a New York. Mentre scrivo posso dire che hanno sfilato Vena Cava, Ruffian e altri marchi sconosciuti ai più (per non dire a tutti). Anche se questi più che nomi della moda sembrano personaggi di Alan Ford, sono state spese parole positive sul loro stile: “Vena Cava – Sophie Buhai and Lisa Mayock – has proven its staying power because there is nothing trendy about it”. Insomma, due giovani amiche Californiane, che nel 2003 non sono state ammesse allo show finale della Parsons Designer School di New York (storica sede di ricerca ed innovazione nella moda e nel design dal 1896), si sono date un nome, hanno realizzato una collezione e dal 2006 sfilano, ricevono premi e vendono, perché la loro forza è non essere “trendy”.

 

 

 

Lo stesso si può dire di Ruffian: “There’s more to the Ruffian girl than being a pretty young thing. Brian Wolk and Claude Morais make clothes for the good life and seem not to care too much about their hip quotient.” La coppia di designer di Ruffian, sulle passerelle da 5 anni, convince perché non è interessata ad essere cip, cioè all’ultima moda.

Chip, Trendy, Glamour, Fashion…
Siamo tutti stanchi di questi termini. Ma la moda è sempre più lontana da le Chic et le Charme. Ormai le griffe d’Oltralpe sono spesso di proprietà di grandi multinazionali del lusso e di francese hanno solo la sede parigina. oggi chanel si potrebbe anche leggere cènnel
La moda è fatta di marchi, di griffe, di designer e di proprietà. In questo universo sempre in movimento marchio è qualcosa in più del semplice nome di una linea, un marchio è tale se viene ricordato e acquistato. Ma non tutti i marchi sono griffe. In francese, la lingua della moda delle origini, griffe significa artiglio, graffio, firma. Potremo dire che solo un marchio che lascia il segno, che incide la propria firma graffiando la mente, diventa una griffe.

Certamente le principali maison, quelle che hanno fatto la storia della moda, sono per lo più francesi e si chiamano con il nome del sarto o pellettiere che le ha fondate, nomi di persone che erano designer, imprenditori, maestri di sartoria e di vita. Ora sono griffe del lusso e la forte personalità di personaggi come Coco Chanel o Cristobal Balenciaga, l’eleganza malinconica così francese di Yves Saint Laurent, la classe di Balmain, Givenchy e Dior hanno lasciato un tale segno, da aver contribuito al mantenimento di un’identità che vive ancora oltre l’assenza dei creatori originali.

A ben vedere gli attuali proprietari, che solo nel caso di Hermes, pellettieri dal 1837, sono famigliari o discendenti, per essere più realisti del re, hanno scelto designer (stilisti) che mantengano lo spirito del marchio e lo mantengano in vita facendo crescere l’immagine di lusso e le vendite. Ma guarda caso i tre colossi per immagine e fatturato della moda francese e mondiale sono guidati – creativamente parlando – da un tedesco di Amburgo, Karl Lagerfeld (Chanel), un ebreo newyorkese Marc Jacobs (Louis Vuitton) e un inglese di Gibilterra (John Galliano). Geni creativi, ma attenti al mercato.

Nel mondo della sartorialità e dell’eleganza, il compito di rilanciare 4 storiche maison come Balenciaga, Balmain, Lanvin e Givenchy finisce 2 pari: i francesi Nicolas Ghesquière classe 1971 per Balenciaga e Christophe Decarnin classe 1964, per Balmain, mentre Lanvin è diretto da Alber Elbaz nato a Casablanca ma Israeliano. Per finire Givenchy è affidato da tempo a Riccardo Tisci, da Taranto classe 1975. Un altro italiano, Stefano Pilati, milanese di 45 anni, è direttore creativo di Yves Saint Laurent.

Spesso a fine campagna vendite, così come a fine campionato, c’è la gara ad ingaggiare il designer del momento, cioè chi ha risollevato le sorti di marchi decaduti o mal gestiti. Per esempio la sfilata della collezione Primavere Estate di Hermes vedrà il debutto di Christophe Lemaire, che lascia Lacoste per sostituire Jean Paul Gaultier, da 7 anni direttore creativo della Maison. L’annuncio di maggio aveva lasciato di stucco per questo avvicendamento tutto francese. Hermes è l’unica griffe di proprietà di famiglia (è loro anche il marchio Jean Paul Gaultier) e con designer francesi. Vedremo saprà fare Lemaire nel giro di 3 settimane.

john galliano ed ellen unwerthSe parlassimo di calcio potremmo dire che le maison sono squadre, i designer gli allenatori e la proprietà è sempre la proprietà e decide, magari con la saggezza degli antichi, che squadra che vince non si cambia. Forse è per questo che Jacobs, Galliano e soprattutto Lagerfeld sono al loro posto da così tanto tempo (il tedesco Karl è chez Coco dal 1983) che si tende a pensare che siano gli eredi degli stilisti originali.

A differenza del calcio però le multinazionali possiedono numerose “squadre”, giocando nei campionati della moda contemporaneamente in Italia, Francia, Inghilterra e Stati Uniti.
I 2 colossi sono il Gucci Group di Pinault con: Alexander McQueen, Balenciaga, Bottega Veneta, Gucci, Sergio Rossi, Stella McCartney, Yves Saint Laurent, Boucheron, Christie’s.
Ma il vero polo del lusso è LVMH Louis Vuitton Moët Hennessy di Arnault (il settimo uomo più ricco del mondo), che, nel solo settore della moda e pelletteria possiede: Louis Vuitton, Fendi, Kenzo, Givenchy, Emilio Pucci, Donna Karan, Marc Jacobs, Loewe, Celine.

In Italia ancora molto spesso squadra, allenatore, proprietà sono un’unica cosa: tutto in mano alla stessa famiglia. Per esempio, Dolce e Gabbana sono, oltre che griffe, i designer del loro marchio ed anche i proprietari del brand (si dice che possiedano anche di ogni immobile in cui ci siano uffici, locali, negozi, show-room e boutique nel mondo). Giorgio Armani è proprietà, designer e griffe. Così come Versace (anche se il fu Gianni è stato sostituito dal fratelli, dalla sorella e dalla nipote). L’elenco è lungo: Cavalli, Anna Molinari per Blumarine, Alberta Ferretti, il cui gruppo finanziario AEffe produce e distribuisce anche Moschino. Così come Prada spa. Miuccia la più amata da Anna Wintour di Vogue America sfilerà a Milano come Prada e a Parigi come Miu Miu.
Allora in attesa delle sfilate di fine settembre per capire se vestiremo alla Vena Cava o alla bancarella dell’angolo, riflettiamo su questa frase.
“Copies, they are another way of being accessible. Of course, it upsets you initially, but it’s a sign that what you are doing makes sense to people. That’s important to me, because fashion should help people, not add extra problems.”
—Miuccia Prada, Los Angeles Times
Grazie Miuccia, non vorremmo irritarti, ma i problemi sono altri.

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