Colombo, le mappe e i cannibali

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Tabacco, canoa, amaca, uragano, cannibali. Cos’hanno in comune queste parole? Ce lo potrebbe spiegare il caro Cristoforo Colombo. Sappiamo che…

Cristoforo Colombo (Genova, fra il 26 agosto e il 31 ottobre 1451 – Valladolid, 20 maggio 1506)

…il navigatore genovese partì alla ricerca di una rotta alternativa per le Indie: arrivare in Oriente, passando da Occidente. Con il nome “Indie” s’intendeva genericamente le misteriose e ricche terre orientali e soprattutto i favolosi imperi del Catai (la Cina) e Cipango (Giappone), di cui aveva raccontato Marco Polo circa 200 anni prima. Sappiamo anche che Colombo si sbagliò di grosso: la strada per andare dall’Europa alla Cina via mare è in realtà molto più lunga di quanto egli pensasse, e soprattutto in mezzo c’è l’America…

Tuttavia Colombo era così ossessivamente sicuro della propria idea che – come scrisse Las Casas (uno dei suoi primi e più noti studiosi) – parlava delle terre da scoprire “come se le tenesse sotto chiave nella sua stanza”. Dopo aver studiato mappe e consultato studiosi e geografi, Colombo s’era cioè costruito un’immagine chiarissima di come il suo viaggio sarebbe andato e di ciò che l’avrebbe condotto a vedere. Colombo è anche uno dei primi navigatori a portarsi con sé delle mappe, in cui ripone una fiducia cieca, al punto da essersi imbarcato in quel viaggio a dir poco rischioso. Peccato che quelle carte erano state spesso disegnate da persone che non si erano mai mosse dall’Europa e – ovviamente – non erano mai state in America.

E’ storia nota che quando il navigatore giunse alle coste del nuovo continente, continuò a credere di essere giunto alle agognate Indie nonostante ogni segnale gli indicasse il contrario. Gli indigeni erano poverissimi, non esisteva traccia di spezie, trovò pochissimo oro e nessuna delle magnificenze di cui aveva raccontato Marco Polo.

Nonostante ciò, Colombo non può fare a meno, nel suo “Giornale di bordo”, di sottolineare gli indizi che dovrebbero far combaciare la realtà che aveva sotto gli occhi con le mappe cartacee che portava con sé e con le mappe “mentali” che s’era ficcato in testa prima del viaggio. Addirittura, ad un certo punto, stanco di incontrare solo isole e non l’agognata terraferma (dove deve trovarsi il ricco Catai), fa giurare ai membri del suo equipaggio che l’isola di Cuba è la terraferma. Colombo arriva quindi a prendere a calci il mondo davanti a sé per farlo corrispondere a ciò che ha in testa ed è convinto che è prossimo ad incontrare il Gran Can, l’imperatore del Catai. Ciecamente, si fida più della mappa che della realtà.

Allo stesso modo, anche noi turisti, proprio come faceva Colombo, vogliamo che ciò che vediamo quando siamo in viaggio sia esattamente corrispondente a ciò che ci attendiamo, magari per averlo studiato nelle guide turistiche o visto nei documentari o nei film. Se andiamo a New York pretendiamo di vedere il fumo che esce dai tombini (altrimenti non è New York) e se siamo in Africa, vogliamo vedere le capanne di paglia e i negretti con i tamburi e l’anello al naso. La forza delle convinzioni precostituite, nei turisti odierni così come in Colombo, è enorme. Al punto da farci distorcere la stessa realtà davanti ai nostri occhi per poterla adattare alla visione che abbiamo in testa.

Tuttavia lo stesso atteggiamento mentale non è prerogativa solo del viaggio, quanto di tanti altri aspetti della nostra esistenza. La nostra ansia di prevedere il futuro, che oggi, grazie anche alla tecnologia, è parzialmente possibile (un esempio per tutti: le previsioni meteorologiche) ci porta a costruirci costantemente “mappe mentali” che ci rassicurano (l’ignoto futuro fa sempre paura) e che vogliamo poi che corrispondano alla realtà. E se ciò non accade – perché la vita è sempre originale – spesso ciò ci disturba e ci spiazza, al punto che “la mappa” acquista più forza della realtà.

Se ci facciamo caso, sempre più raramente coniughiamo i verbi al futuro. Diciamo sempre: “Domani vado…”, “L’anno prossimo faccio…”, invece di: “Domani andrò…” o “L’anno prossimo farò…” come sarebbe corretto. Perché abbiamo una fiducia “cieca” nella nostra capacità di vedere in anticipo il futuro, di costruirci mappe che confidiamo siano perfettamente sovrapponibili alla realtà. Il futuro previsto deve diventare presente.

In più di una occasione, durante la traversata, Colombo crede di vedere delle isole, perché sono segnate sulle sue mappe. I suoi occhi vedono ciò che è sulla mappa, non ciò che è davanti ad essi. Non è questo un atteggiamento tipico anche del nostro tempo? Confondere la mappa con la realtà, l’aspettativa con ciò che accade, la previsione con lo svelarsi del presente?

Dopo alcune settimane dal suo sbarco, Colombo comincia a sentir dire dagli indigeni con cui ha stabilito il primo contatto, che lì intorno vivono genti feroci e sanguinarie, da cui essi sono terrorizzati. Queste genti sono chiamate Caniba o Canima o Caribe (da cui appunto deriva il nome “Mar dei Caraibi”). Questi Caniba sarebbero così pericolosi che dopo aver rapito gli altri indigeni, se li mangiano. Colombo non crede alla storia dell’antropofagia, ma – secondo la disposizione mentale di cui sopra – conclude, per assonanza fonetica, che questi Caniba altro non sono se non i sudditi del Gran Can. Il solo udire la parola Caniba in una lingua di cui non conosceva praticamente nulla, in uno scenario che in alcun modo dovrebbe fargli presagire d’essere giunto nel ricco Catai, gli fornisce la conferma che è sbarcato proprio dove immaginava. Colombo era talmente convinto che il luogo in cui si trovava, coincidesse con quello che aveva in mente, che anche il più fragile degli indizi si trasforma in una prova certa del proprio convincimento: Caniba -> Can -> Gran Can -> Catai…

E per finire alcuni dati curiosi. Siccome la leggenda che i Caniba mangiassero esseri umani divenne assai popolare, da qui si originò la parola “cannibale” (che prima di Colombo non esisteva). In realtà, la parola karibna significava “persona” nella lingua dei Caniba, che invece non è assolutamente provato fossero antropofagi. Probabilmente era parte delle loro tradizioni usare ossa o carne umana per rituali religiosi e di guerra
Nel processo di diffusione della credenza che i Caniba e poi altri indigeni fossero “cannibali”, ebbe grossissimo peso l’editto emanato dai Re spagnoli secondo cui nessun indigeno poteva essere fatto schiavo, a meno che non si trattasse di un cannibale…chissà perché, all’improvviso, tutti gli indigeni si trasformarono in cannibali…

Oltre alla parola “cannibale”, anche le altre parole citate al principio dell’articolo entrarono a far parte delle nostre lingue dopo il viaggio di Colombo: il tabacco era sconosciuto, così come le canoe e le amache… e anche gli uragani…Tutte parole proprie delle lingue parlate dagli indigeni delle isole dei Caraibi (che ancora non si chiamavano così…).

 

 

 

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Miriam Ronchetti

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    La vostra vignetta è tutto questo, complimenti! Come rovinare un buon articolo. I soliti italiani.

    Rispondi

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