11 settembre…1973: il golpe cileno

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Scopriamo cosa accadde in Cile l’11 settembre del 1973 e come ciò influenzò anche lo scenario politico del nostro benamato Belpaese.

Partiamo da tre anni prima, quando – seppure dopo una vittoria risicata – sale al potere Salvador Allende. Allende non è un comunista con la “c” maiuscola (così come al principio non lo era neanche Fidel Castro), ma è certamente un politico di sinistra che comincia una chiara politica di sinistra. C’è però un problema: siamo in piena guerra fredda quando, più che mai, i cattivi sono i comunisti. Soprattutto per gli Stati Uniti che nel loro “giardino di casa”, in Sud America, non possono tollerare un governo di sinistra. Già dovevano sopportare Cuba…

Nonostante evidenti successi e coraggiose riforme, gli anni della presidenza di Allende non sono tutti rose e fiori, anche per la palese ostilità statunitense. I problemi grossi cominciano nel 1972: la situazione economica peggiora, una serie di scioperi (soprattutto quello dei camionisti) “paralizza il paese” e Allende perde l’appoggio dei Cristiano-Democratici che s’alleano con la destra. A questo punto, gli oppositori di Allende cominciano a sostenere che il Paese è allo sbando e i “comunisti” non sono in grado di evitarne il collasso. Insomma, è necessario “un colpo di timone”, “un colpo di bisturi” per riportare l’ordine. Anzi già che ci siamo un bel “colpo di stato” (golpe de estado). E’ la solita storia tanto cara a tutti i golpisti: bisogna far intervenire l’esercito per affrontare l’emergenza e riportare le cose al loro posto. Ed eliminare un po’ di comunisti pagati dagli stranieri e nemici della Patria…

L’ultima foto di Allende (al centro con l’elmetto) nel palazzo presidenziale durante il golpe

Detto fatto. L’11 settembre 1973, l’esercito, guidato dal generale Pinochet, esce dalle caserme con aerei e carro armati, assedia e bombarda il palazzo presidenziale (dove muore Allende, vedi foto) e prende il potere. E’ un colpo di stato terribile, “da manuale”, che depone un governo legittimo, eletto democraticamente e che costa la vita a migliaia di cileni “fatti sparire” dai golpisti.

La dittatura presto instaurata da Pinochet durò oltre 15 anni e si concluse con un ritorno “soft” alla democrazia. Tanto che il generale morì (nel 2006) senza mai essere effettivamente condannato per i propri crimini (anche grazie agli “aiutini” del “civile” governo di Londra dove si trovava quando, nel 1998, fu raggiunto da un mandato di cattura internazionale).

Il golpe cileno ebbe significative ripercussioni in Italia per diverse ragioni, non solo per la sua atrocità. Innanzitutto in Europa, da Che Guevara in poi, si guardava (e in parte tuttavia si guarda) all’America Latina come alla culla della pura sinistra rivoluzionaria che all’epoca era assai di moda qui da noi. Inoltre, il Cile, tra i paesi sudamericani, era ed è il più “europeo” (insieme all’Argentina) e quindi ci si poteva rispecchiare in quelle dinamiche politiche, soprattutto in Italia dove esisteva il più forte partito comunista del mondo occidentale.

Augusto Pinochet (Valparaíso, 25 novembre 1915 – Santiago del Cile, 10 dicembre 2006)

Quale fu il messaggio che il colpo di stato di Pinochet mandò all’Italia? Che, se la sinistra (il partito comunista) fosse andata al potere democraticamente – un’eventualità tutt’altro che remota nel 1973 – “certi poteri” non gli avrebbero poi consentito di governare. Un colpo di stato si poteva fare anche in Italia e in qualche modo si fece: il cosiddetto Piano Solo del 1964 e il “golpe Borghese” del 1970 furono due “mezzi-golpe” che probabilmente ebbero un ruolo nell’evitare un avvicinamento dei comunisti al governo. Come a dire: attenti, che se la sinistra s’approssima troppo al potere, succede il patatrac.

Di fronte a questo segnale, la sinistra italiana reagì in due maniere: da una parte gli estremisti conclusero che era inutile illudersi di conquistare il potere per via democratica, dato che poi “un qualche Pinochet” sarebbe sceso in strada con i carro armati. Tanto valeva imbracciare le armi e darsi alla lotta armata. E infatti proprio gli anni che seguirono al 1973 furono i più tragici per il terrorismo in Italia. Dall’altra parte però, una parte della sinistra comprese che, per evitare eventuali derive violente, occorreva abbandonare una strategia di contrapposizione netta con gli avversari (la Democrazia Cristiana), cercando invece forme di dialogo che consentissero di mettere insieme i “buoni” di entrambi gli schieramenti, per isolare i “cattivi”.

In questo scenario si colloca il tentativo che vide protagonisti Enrico Berlinguer (allora segretario comunista) e Aldo Moro (esponente di spicco della Democrazia Cristiana) volto ad avvicinare i due partiti o almeno la loro “parte buona” e consentire ai comunisti di collaborare in qualche maniera al governo: il cosiddetto “compromesso storico”. Purtroppo la manovra fallì. Come spesso accade, quando due soggetti nemici provano a mettersi d’accordo, gli estremi di entrambe le fazioni remano contro. La pietra tombale fu il rapimento e assassinio di Aldo Moro nel 1978 [clicca qui per leggere l'articolo de L'11 a riguardo] ad opera delle Brigate Rosse (estremisti di sinistra), che, in qualche maniera, “tornò utile” anche agli estremisti dell’altro bando (tra cui i soliti USA che vedevano i comunisti come fumo negli occhi).

L’11 settembre 1973 fu perciò una data assai importante, soprattutto per la sinistra europea e italiana in particolare. Se alla fine della seconda guerra mondiale, il partito comunista italiano abbracciò la democrazia, rinunciando alla rivoluzione, il golpe cileno dimostrò che – nello scenario della guerra fredda – la via democratica era comunque assai impervia e pericolosa. E i susseguenti tentativi di imboccare altre strade insieme ai “buoni” dello schieramento opposto si tradussero, sostanzialmente, in sconfitte e fallimenti, sia prima della caduta del muro di Berlino (con il compromesso storico) che dopo (con tutte le innumerevoli trasformazioni e aggregazioni, dal PCI all’Ulivo),

L’epoca delle dittature si chiuse pochi anni dopo quel 1973 e in tutto il mondo occidentale, dall’America Latina alla Spagna, tornò la democrazia. Ma svanì anche il sogno di costituire un vero governo democratico di sinistra, con la “s” maiuscola. A risultare vincitrice, dopo i dittatori e lo scontro dei blocchi, fu una destra selvaggiamente liberista, consumistica, individualista e vorace di cui la Thatcher e Reagan, giunti al potere rispettivamente nel 1979 e 1980, furono i primi profeti, di cui ancora non ci siamo liberati. E contro la quale, purtroppo, la sinistra non ha ancora saputo costruire una vera alternativa, soprattutto in termini “ideologici”.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Gigi

    ottimo a riguardo il documentario di Patricio Guzman dal titolo appunto: Salvador Allende.
    Con molti documenti dell’epoca.

    Oltre al classico di Costa Gravas: Missing con Jack Lemmon e Sissi Spacek. Davvero esplicativo di come l’americano medio considera il proprio paese e di quanto sa e capisce del resto del mondo

    g.

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