Il risveglio del giovin bambaccione

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Il rumore del ventilatore che m’ha accompagnato tutta notte è ora solo un dolce ronzio. La luce del mattino illumina pigramente la stanza. A svegliarmi sono le voci che arrivano dal cortile.

La sera prima, secondo una tecnica che mi potrebbe valere una pubblicazione su Physical Review Letters, ho sistemato la finestra in modo da ottimizzare al meglio il rapporto mattutino rumore/luce, ma la variabile impazzita delle chiacchiere tra vicini è contro di me: “Sì, per oggi hanno messo brutto…ma verso le due dovrebbe uscire il sole” – “Ah…quest’estate proprio ci fa penare eh?…” – “Noi andiamo giù in spiaggia comunque…”. Mentre mi rigiro nel letto, stimo che siano circa le otto e mezzo. Una vergogna!

Sono a casa di mia madre dove sto trascorrendo un duro fine settimana, chiuso nella mia camera, provando a godermi il meritato riposo del sabato mattina dopo un lungo venerdì sera. Del resto, ho appena quarantun anni, e ne ho tutto il diritto. Stasera a casa di mia madre, avrà luogo una cena che si sta preparando da mesi: ci saranno 66 portate con illustri invitati, tra cui un luminare di dermatologia, un ex-sindaco, mia cugina e altri potenti. Attraverso la porta, sento mia madre trafficare in salotto. Sta probabilmente lavorando all’apparecchiatura della tavola: un’operazione che può richiedere dalle cinque alle otto ore, a seconda del numero di decine di posate che saranno assegnate ad ogni commensale, alcune delle quali estratte per l’occasione dal Sancta Sanctorum della casa, e appartenute – si dice – al Re Sole, Luigi XIV di Francia.

Riesco a riprendere faticosamente sonno, nonostante il costante calpestio e tintinnio in sala, quand’ecco che, ad un orario che si aggira sulle nove e quaranta, mi desta l’arrivo in cortile del compagno di mia madre. Prima la chiama alla finestra e poi comincia un serrato dialogo con la suddetta (sita al secondo piano, NdA) che verte sul menù della serata che ho quindi il piacere di ascoltare, in anteprima, dalla prima alla sessantaseiesima portata. C’è molta incertezza sull’ordine della 35esima e 36esima: prima gli assaggi di tonno del Mediterraneo orientale in trionfo di pompelmo libanese oppure i bocconcini di mazzancolle calabresi baciati da melanzanine sottolio dell’orto delle colline di Coriano? La questione è assai delicata. Il compagno di mia madre alza la voce, mia madre non capisce, lui quasi urla e lei lo rimprovera perché parla a voce troppo alta, sottintendendo che ciò potrebbe svegliare il suo povero figlioletto (io, NdA).

Il compagno di mia madre sta probabilmente cucinando da due o tre settimane e lo sta facendo a casa sua. La loro relazione – sentimentale e gastronomica – è un perfetto esempio della vita al tempo dei Tupperware: i due non abitano insieme e le loro vite si svolgono primariamente nelle rispettive abitazioni. La relazione, che comunque è fondata sulla condivisione di alcuni momenti (dormire, mangiare, ecc.), è perciò tenuta in piedi dalla possibilità di trasportare l’occorrente (vestiti, cibo, libri, ecc.) da una casa all’altra, ossia dall’utilizzo massiccio del contenitore Tupperware, intendendo anche valigie, zaini, automobili, furgoncini, auto-articolati, treni speciali, truppe cammellate e navi spaziali.
In questo caso, vista l’occasione, un Tupperware non sarà sufficiente ed infatti in seguito incontrerò il compagno di mia madre, al termine del mio drammatico mattino, carico come un lama sulla cordigliera delle Ande, con otto pentole, sette padelle, settantacinque vasetti di sottaceti (da lui preparati), venticinque insalatiere, quattordici bottiglie di vino (di quello buono) e due cuccume del caffé. La semplice logica che suggerirebbe di cucinare nella casa dove ha luogo la cena non è di questo mondo.

Intanto io allungo la mano nell’affannosa ricerca del bicchier d’acqua: ho la bocca impastata e anche un leggero, ma fastidioso mal di testa. Inoltre mi duole un poco la schiena: ieri non mi sono messo la crema protettiva prima di andare in spiaggia. Devono essere circa le dieci e un quarto e dal cortile ora giunge la musica degli studenti dell’appartamento affianco che evidentemente non riescono a dormire per una qualche droga assunta ieri notte e il pianto del grazioso pargoletto, figlio della giovane coppia del piano di sotto, la cui vita è stata totalmente annullata dalla sua venuta al mondo. Catzo! Che vita d’inferno!

Mastroianni nella scena finale de “La dolce vita”

Ma non è finita! Il mio supplizio non è terminato. Vista l’occasione della cena, mia madre ha assoldato per la mattinata una donna di servizio. Ella risponde al nome di Elvira, detta Donna Elvira, in onore del mozartiano personaggio. Mia madre ha avuto l’accortezza d’avvertirmi il giorno prima della sua venuta, ma ciò non toglie che i suoi movimenti fuori dalla mia camera perturbino assai il mio sacro sonno. Eccola che tira fuori l’asse da stiro, eccola che dà lo straccio per terra, scarica la lavastoviglie, sfrega la vasca, chiede a mia madre se può toccare le posate di Luigi XIV…Diomio che martirio la mia vita!!!

Donna Elvira è una perfetta serva ed è dunque pervasa dal sacro terrore di disturbare il sonno del padroncino (io, NdA) che, del resto, ha appena quarantun anni e quindi ha il sacrosanto diritto di riposare fino ad almeno mezzogiorno e mezzo! Eccheccatzo!! Tutta l’abitazione viene perciò passata a lucido tranne la camera in cui il giovin bambaccione (io, NdA) si gode il suo meritato riposo. La scopa arriva alla soglia della mia porta chiusa, lo straccio viene passato ovunque, tutto è lucidato, ma camera mia è sacra e io non posso essere molestato.

Allo stesso tempo però, io sono cosciente che, se osassi uscire dalla mia camera prima di mezzogiorno e mezzo, ella verrebbe invasa da una tale vergogna e oppressa da un così devastante senso di colpa per avermi disturbato, che si infilerebbe un coltello in pancia nel salotto di casa di mia madre, suicidandosi per scontare la sua pena. Inoltre, di fronte alla mia miracolosa apparizione, mia madre mi accoglierebbe con un vassoio di paste calde, che scende a comprare ad intervalli regolari di mezzora affinché suo figlio possa assaporarle con il giusto grado di fragranza e delle quali io non ho alcuna voglia. Di conseguenza, per non deludere mia madre, per evitare la perdita di una vita umana, ma soprattutto perché il sacro salotto non si insudici di sangue umano a poche ore dalla Gran Cena, io sono di fatto prigioniero in camera mia.

Verso le undici e un quarto, fuori dalla porta, sento mia madre impegnata in una delle sue telefonate mattutine la cui durata scardina tutte le leggi spazio-temporali della teoria della relatività generale (e ristretta). Donna Elvira è in cucina, probabilmente asciugando i calici con i quali brindarono al loro matrimonio Ludovico il Moro e Beatrice d’Este nel 1491. Il compagno di mia madre è tornato momentaneamente a casa sua per decidere se sia più appropriato l’utilizzo dell’olio ottenuto da olive cresciute sul versante est o ovest delle colline toscane, già appartenute alla famiglia Medici.

Il momento è propizio. Mi alzo e nonostante il lieve giramento di testa, riesco ad infilarmi un paio di pantaloncini, una maglietta e le infradito d’ordinanza. Lego il lenzuolo alla testiera del letto, afferro il telo da mare e mi calo in silenzio dalla finestra nel cortile. Inforco la bici e m’involo al mare. Mentre pedalo, scrivo un sms alla mamma: “Ci vediamo stasera tardi..o domattina”
…Che vita, ragazzi, che vita!!!

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