Gente apposto, fuori posto o al solito posto? (1ª parte)

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Sono stato uno studente fuori sede. Di quelli a lungo raggio. Per questo e non solo, ho frequentato massicciamente e in solitudine, le carrozze di quegli straordinari non luoghi itineranti chiamati treno. Sono anni che medito di condividere con qualcuno il tarlo di razionalizzare ciò che riguarda le “dinamiche da treno”.

E innumerevoli sono infatti gli esempi di letteratura e filmografia, dai gialli alle spy stories, fino alla comicità da botteghino, che hanno attinto da questi scenari. Tuttavia voglio soffermarmi su quel sottoinsieme di “bon ton” e strategia che è rappresentato dalla scelta del posto del viaggiatore solitario.

Premetto che sono esclusi da questa disamina i pendolarismi cruenti di picco: per convenienza narrativa e per rispetto dei deportati, e i fottuti ES* e consimili dove la discrezionalità poco o nulla può nel dominare tale scelta.

E’ un concetto non da poco: i contraccolpi psicosociologici derivanti da essa, a ben pensarci, sono costellati da una sterminata gamma comportamentale. Sono stato sempre suggestionato dall’utopia di governare con un unico mirabolante algoritmo, la totalità delle sfumature che mi si sono presentate nel tempo, un algoritmo tanto plastico quanto intelligibile, da far invidia agli ideatori di Google o imbrigliare l’ipotesi di Riemann!

E’ stato l’Espresso Bologna-Foggia delle 18:05 del venerdì a farmi coltivare serialmente, per stagioni intere, glorie di flirt inusitati e coloratissimi, nella prima metà dei ‘90: parentesi di desideri strettamente confinati alla coscienza, non oltre il persistere dello sferragliamento, in una dimensione psicologica e temporale, blindata come “l’epoca dei miracoli crudeli” regalata dall’oceano di Solaris, con le sue allettanti e diaboliche materializzazioni. Passiamo alle ricette.

Salendo, le cose da valutare sono: tipo di vettura, durata del viaggio, affollamento e stagionalità. Sbrigati questi obblighi preliminari non scritti, si passa ad auto-dettarsi le priorità che possono spaziare fra le seguenti: sistemazione panoramica o climatizzata o entrambe, salottismo, privacy (comfort da lettura o da riposo) e Incrociatore (o Adescatrice) – a seconda delle attitudini caratteriali e di genere del soggetto e del momento.

Quella degna di studio trovo sia di gran lunga l’ultima, in entrambe le declinazioni, che proverò a dipingere nelle situazioni che ho immaginato o vissuto.

Il regno dell’Incrociatore è l’Espresso: un albergo a ore senza obbligo di prenotazione!
Quello dell’Adescatrice è l’Interregionale: la vetrina modulare infinita!

L’Incrociatore ama i viaggi notturni estivi con calendario e itinerario da anti-esodo chirurgico: vagoni dall’ondivago stridore amplificato dalla bassa frequentazione nelle fermate finali. Quei Campiglia Marittima-Roma Termini delle 02:49 di un venerdì 13 agosto o di una domenica 27 ottobre di ritorno all’ora solare, con arresto propizio di 60 minuti fra le mummifiche ristoppie buie di Tirrenia, roba da Via Lattea dello stupratore.

Per la quasi totalità delle volte in cui le vette ideali di tanta predilezione operativa, non fossero disponibili, ferma restando l’opzione Espresso, si impone la scelta del posto.
L’Incrociatore meticoloso è più discreto che avido. Investe. Quindi entra in testa o in coda treno, resistendo alla lusinga ormonale di seguire bovinamente quel tailleur (inverno) o quella gonna alla Joplin con espadrillas (estate), ondeggianti sul predellino della carrozza centrale.

Appena entrato, già conscio dell’infallibile distribuzione gaussiana dei passeggeri lungo l’asse longitudinale del convoglio – salvo l’essere troppo in anticipo sulla partenza, il che vanificherebbe peraltro la mossa premurosa del rastrellamento – si appresta a defluire con passo alla Nosferatu di Murnau (felpato ma non indugiante) di carrozza in carrozza. Si presenta già qui la prima biforcazione decisionale, che mi richiama l’algoritmo del parcheggio, di Odifreddiana memoria: optare per l’analisi totale degli scompartimenti per non rimuginare su incontri mancati in caso di flop, o ponderare l’evenienza di incursioni repentine e definitive ove vi fossero combinazioni favorevoli di target e posizione dello stesso?

Per capirci con un esempio: meglio un’Arisa lasciva a ± 3σ dalla carrozza centrale, o una Tata

ngelo compassata, ad un dignitoso ma imbarazzante e compromissorio ± 1σ ?

Superare questa seconda empasse, a ben vedere, significa implicitamente affondare nella terza generazione dell’albero decisionale che conduce alle vette dei gloriosi imprevisti: la valutazione, in transito, del bagaglio del target: immaginate di tuffarvi a sguardo basso nella futura probabile alcova tralasciando il dettaglio, per poi realizzare che il/la partner o chialtro/a era semplicemente alla toletta o sulla banchina per l’ultima “paglia”, e non alla fine dei 500 km che la lotteria e la premura vi ha concesso di passare insieme!

Passando alla quarta generazione delle virtù auto manageriali dell’Incrociatore, si impone la più banale ma non meno strategica scelta del sedile nello scompartimento. Snelliamo subito il campo delle possibilità realistiche: dei 5 posti tecnicamente possibili da occupare, quello accanto al target è aprioristicamente da escludere, salvo triviali diagnosi psichiatriche conclamate! Le altre opzioni indicano al target, le intenzioni e gli stili dell’avventore: 3 se il target siede nel mediano, 4 nel finestrino (più probabile). In quest’ultimo caso sedere nel lato corridoio solidale al target, fa decadere lo status di Incrociatore, scartiamolo.
Nel lato corridoio opposto, indica probabilmente (solo in notturna) uno status di Incrociatore “colpito” ma affondato, in partenza, se non altro perché quell’assetto suona funzionale al decalzamento per la configurazione: coabitazione neutrale in regime di riposo condiviso.
Nel mediano opposto, più probabile, è segno di “centralità d’approccio”, a lasciar spazio euclideo e psicologico al target ma al pari, denunciare preventiva costanza nel lavorio ai fianchi dello stesso: non si dorme, parliamo.
Di fronte al target, si ricade in quella triviale ma non patologica invadenza, stilisticamente da “case popolari”: produttiva solo nel caso di affinità elettive, dove ogni premura strategica risulta, almeno a posteriori, pleonastica.

[…to be continued…]

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Cosa ne è stato scritto

  1. warez

    disconosco questo articolo.
    era una bozza prodotta nel parossismo di una notte.
    non ho mai amato la cultura del silenzio-assenso.
    riconosco lo spirito bonario di questa pubblicazione ma gradirei venisse cestinata.
    grazie

    wareZ

    Rispondi

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