Sindrome da spettatori: testimonianze da un Istituto Tecnico Industriale Statale

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Sono professore all’Istituto Tecnico Industriale Statale “Leonardo da Vinci” di Lanciano, ridente (non è retorica!) cittadina del chietino, a una manciata di chilometri dalla costa dei trabocchi e altrettanti dal massiccio della Majella.

Insegno una materia d’indirizzo nella sezione LST (Liceo Scientifico-Tecnologico), nota all’esterno, molto più sbrigativamente come “il liceo dell’industriale”: così per la Lanciano-bene, per la sua upper-class covata fra la ex-borghesia mercantile di grande tradizione in questa realtà, prima che la vicina Pescara la detronizzasse come centro di scambi commerciali e di turismo, riducendola a distretto urbano periferico e di riferimento per un agglomerato industriale noto per furgoni Iveco e Honda.

Ciò che per i liceali “veri” e le loro spocchiose famiglie rappresenta una sarcastica invettiva per sminuirne il valore, per i metal-mezzadri riscesi in massa a rimpinguare la forza-lavoro dei soliti industriali in terra di mezzogiorno, l’LST rappresenta invece la sezione atta a sfornare la élìte culturale di questo polo di formazione tecnica chiamato ITIS: la fucina delle professionalità dei futuri capi dei loro capo-fabbrica.

E’ in questo contesto socio-culturale che ho tentato di destreggiare il mio operato per l’immensità di 13 delle mie 18 ore settimanali, inseguendo in primis la sopravvivenza del ruolo conferitomi da quel residuo immaginario collettivo da Libro Cuore. Ed è in questo contesto che ho potuto tediarmi, esaltarmi, imbufalirmi, ammorbarmi e scorarmi, con un’alternanza sincopata degna di un futuribile ottovolante disneylandiano. Ma mettendo da parte le alternanze di cui sopra, voglio raccontare invece degli aspetti che alternanti non sono stati, bensì assi portanti di comportamenti che mi hanno lasciato magari ingenuamente, di stucco. Cercando di tenere a margine le mie spigolature caratteriali, che mi suggerivano continui orgasmici deliri di vendetta darwiniana, ho cercato di tenere in vita la comprensibile ambizione di rivalsa sociale, culturale ed economica, offerta dai padri (e dalle madri) al materiale umano di cui il mio impiego si occupa: i ragazzi.

Il fulcro e il perché di questo sfogo parlano proprio di quest’opera inimmaginata all’esordio, di rianimatore da Pronto Soccorso prima e di infermiere per lungo degenti, tipo Clinica “La Quiete”, poi. L’incipit nelle classi mi ha offerto sprazzi di intelligenza, entusiasmo, indisciplina, irriverenza, servilismo, come nel solito scacchiere antropomorfo dell’animo umano, ma poi ha prevalso sempre più quello strisciante sintomo che chiamo inedia.

Il male del secolo (scorso) era il cancro, giusto? Quello di questo penso invece sia fatto di quella levigatezza psicologica nei confronti dell’iniziativa. Una sottile arte dell’inazione: a pensare e a fare, attitudine co-metabolizzata a loro insaputa, dietro gli occhi nemmeno annoiati, di sedicenni catatonici. Nemmeno annoiati ma catatonici, sì: non è un ossimoro ad effetto narrativo! Mi si “consenta” di proseguire col parallelo medico. E’ il connubio fra una curiosità confinata in un’informazione da ricevere per via parenterale: immediatamente biodisponibile, con la certezza fisiologica di non dover essere scientemente masticata, digerita, elaborata e personalizzata, e una tetraplegia creativa più consona all’età geriatrica che a quella post-adolescenziale.

Qualcuno può azzardare che si tratti di comunicazione mal gestita da parte del docente-conduttore. Sì, è possibile. Ma per la disciplina che insegno, per il quadro orario e per la disponibilità totale della compresenza di un ITP (Insegnante Tecnico Pratico) esperto, ho potuto condire l’offerta formativa, tanto a rischio potenziale di noia, con una “caterva” di esperimenti che per la sola forma e sostanza delle materie usate, avrebbe certamente prodotto polluzioni incontrollate a platee di soli pochi lustri fa. E invece, dopo l’ennesimo assemblaggio di un’apparecchiatura sperimentale, all’esortazione di procedere autonomamente, seguiva implacabile un esito desolante: l’inazione! Adiuvata dall’espressione inebetita di chi si è beato del privilegio di un ascolto passivo, privilegio dal quale risultava traumatico l’essere ridestati dall’obbligo di replica dell’osservato.

Ricordo con raccapriccio la volta che dissi: “Ora fate “questo”!
…..EEG piatto,  pupilla midriatica!
ORA FATE “QUESTO” significa che lo dovete fare! NON vuol dire che dovete ascoltare me che dico “ORA FATE QUESTO”!
A questo by pass semantico seguiva, con mio temporaneo sollievo, la partenza delle membra da burattini della platea letargica.
Se fossi nato 30 anni prima penso che avrei rubato lo studio a Oliver Sacks, scrivendo io persino la sceneggiatura di “Awakenings”.

L’atrocità che segue alla prima evidenza, già brutale, di questa sorta di Sindrome da Reattivo Deficienza Acquisita, appena descritta, deriva immediatamente dalla domanda sul perché questo accada persino in “quasi cuccioli” di specie umana, votati all’esplorazione incessante. Sinceramente mi annoia elencare ipotesi azzardate, tirate fuori dalla complessità del panorama mass mediatico del nostro presente, magari tutte credibili ma nessuna esaustiva proprio perché è la stessa complessità ad eludere ogni interpretazione univoca, come adoro io per deformazione culturale.

Per questo limite intrinseco che attribuisco a tali tentativi, lascio la mia esperienza ad uso di traccia per ogni razionalizzazione altrui, ammesso che quest’opera riesca a governare chissà quando e come, il peso delle conseguenze, per me tragiche, di queste aberranti evidenze comportamentali, proprio a carico degli anticorpi del nostro sistema socio-immunitario: la gioventù.

 

 

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. giorgio marincola

    Caroz, come non fare i complimenti per l’articolo? Soprattutto per le conclusioni: lasciare fare, evolvere un sistema così complesso da non potere essere capito e quindi meno che mai modificato. Tutto rispettabilissimo. Però perchè non risvegliare e attuare meccanicamente quei propositi di rivalsa sociale? Perchè non approfittare dell’ ignavia dei bambocci per ergerti a novello Darwin cercando di buttare i piselli che di quella ignavia non subiranno le conseguenze? Dopotutto hai il coltellino dalla parte di manico, sei un predatore nell’ ecosistema scuola, zoo protetto dalla jungla del mondo reale esterno. Coraggio, metti i voti sulla pagella in base alla dichiarazione dei redditi dei genitori o similari!

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  2. Gigi

    ma, per esempio, i tuoi colleghi con più anni di esperienza cosa dicono?
    è stato un lento degrado verso la passività assoluta?
    forse è stato un lento percorso che anno dopo anno ha portato la “gioventù” ad ambire e poi raggiungere la “divina indifferenza” ritenuto unico rimedio al “male di vivere” diffuso da questa società decrepita che non offre molte speranze.
    ma se le nuove generazioni sono generalmente così apatiche temo che la speranza sia davvero al lumicino.

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  3. warez

    La ricetta…la sapessi! Ti rispondo con il linguaggio di “universi paralleli” ad entrambi caro perchè….c’è del marcio in Danimarca.
    insomma: una sovrapposizione di questi due stati che seppur antitetici vanno letti come un fare la spola fra scoramento e accanimento anche se non so quanto può durare l’energia nel riprendere fervore per la lotta alla motivazione di chi (qui ti correggo) non ha visto un catzo! perchè questi qua non hanno visto una minkia e non lo nascondono! è una noia che nasce da dentro, che li fa abortire dentro come adulti che mai saranno, se proseguono troppo a lungo: è come nel cancro, appunto, più avanza e meno sono le chance di cura e più pesanti sono le sequele laddove non si arriva all’esitus.

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  4. giampi

    Ma di fronte a questa sindrome – che riconosco pienamente – come deve porsi un insegnante? Rilanciare ed insistere con nuovi stimoli mirabolandi? Oppure avere un atteggiamento disincantato della serie: “Lo so che avete già visto tutto e non ve ne frega un catzo, ma alla fine sarete voi – forse – a rimetterci”?

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