Beppe goes deep

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Beppe Carelli con il berrettino 'vintage' del Rimini, che ha indossato per 17 stagioniBeppe Carelli, numero 14. C’è poco da aggiungere per chi conosce il baseball. La storia di un fuoriclasse in uno sport miliardario negli USA e amatoriale in Italia. Maglia azzurra, Olimpiadi, miglior battitore ai Mondiali, l’uomo del fuoricampo. Ma dopo l’ultimo swing da giocatore, poca riconoscenza e ancora meno occasioni nel mondo del baseball.

Un’intervista che è un condensato di emozioni, inclusa una certa frustrazione. Un campione che ama il rock e si definiesce “Helplessly hoping”: in cerca di occupazione e di una nuova carriera, oltre a quella – eccezionale – di blogger sul vecchio gioco. Per raccontare la storia di un campione come Beppe Carelli a chi non mastica baseball verrebbe istintivo fare appello a paragoni calcistici. Tipo Riva, Rivera, Meazza o Baggio, ma per Beppe (solo chi è estraneo al baseball lo chiama Giuseppe, come all’anagrafe) sarebbe un’offesa. Per vari motivi. Prima di tutto perchè il baseball non è il calcio e l’Italia soffre già abbastanza dei mali degli sport minori. Secondo – ed è una storia che racconteremo a malincuore – perchè per un campione del baseball, anche se uno dei più grandi, la vita che ti aspetta una volta appesi gli spikes al chiodo non è quella che ha accolto Gigi Riva (dirigente Federcalcio e Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana), l’onorevole Gianni Rivera (deputato e probabile futuro presidente Federcalcio). Oppure il buddhista Roberto “Codino” Baggio, che si è preso un lungo periodo di riflessione prima di decidere se rientrare nel mondo del calcio, ma intanto ha una grande azienda agricola in Argentina dove si diletta nella caccia. Invece, dopo una carriera da star del baseball, Beppe Carelli è disoccupato e ha trovato spesso chiuse le porte del mondo del baseball. Ma non è da qui che vogliamoBeppe 1977 (al Falchi di Bologna) partire per raccontare la storia del Grande Carelli. Un ragazzo affacciatosi al baseball “maggiore” italiano giovanissimo, nella seconda metà degli anni ’70. Anni eroici, di stadi pieni e campetti di periferia: la leggenda vuole che in alcune partite i tifosi gli passassero le sigarette da dietro la recinzione (lui ci scherza sopra… “mi offrivano anche di più!”). Carelli balzò agli occhi delle squadre maggiori quando nel 1976 regalò al suo Codogno la promozione in A con un walk-off grande slam al nono inning, con la sua squadra sotto per 4-2 con Ronchi dei Legionari. Il Codogno però non poteva permettersi la Serie A e cedette Carelli al Rimini. Che lo pagò… in materiale da baseball per l’iperbolica cifra di 3 milioni di lire. Carelli giocherà 784 partite in serie A con il Rimini, diciassette anni, 206 fuoricampo con la casacca neroarancio.
Dieci anni dopo il suo passaggio a Rimini, è il 1986, Beppe è con la Nazionale ai Mondiali in Olanda. Il punto più alto della sua luminosa carriera. L’Italia parte da Cenerentola e schiera una nazionale tutta italiana, una rarità per il baseball imbottito di oriundi. Ma il risultato è storico, gli azzurri arrivano quinti, battono gli Stati Uniti per la prima volta (5-3 al decimo), travolgono i rivali di sempre e padroni di casa dell’Olanda, il Venezuela e la Colombia. Solo una volta la Nazionale ha raggiunto un risultato migliore, nel 1998, ma il Mondiale era in casa con un calendario costruito su misura.
Storia nella storia, il miglior battitore del Mondiale olandese è Beppe Carelli. Chiude con 478 di media battuta, che praticamente significa battere valido nel 50% dei turni alla battuta. E’ primo anche nei punti battuti a casa, assieme al cubano Louis Casanova. Beppe batte 19 punti, quasi due per partita, in un Mondiale in cui l’Italia ha segnato poco meno di 8 punti a gara. Per avere un’idea dell’impresa di Carelli, dietro di lui nella classifica dei migliori arrivò niente meno che Omar Linares, icona indiscussa del baseball cubano del ventesimo secolo, che portò la sua nazionale a due medaglie d’oro nelle Olimpiadi del 1992 e 1996 e nella finale olimpica di Atlanta battè tre fuoricampo. Ma il 1986 era l’anno di Carelli.
Non sono però (solo) le undici partite del Mondiale olandese a far grande Carelli. Impossibile elencare tutte le sue statistiche, ma chi ne ha voglia è vivamente consigliato di guardarle, perchè sono incredibili (si veda la sua scheda vita). Come spesso succede, nella corsa ai record Beppe ha avuto un grande amico-rivale, Roberto ‘Whitey’ Bianchi. Carelli è uno dei due soli giocatori nella storia del baseball italiano che ha sfondato il muro dei 200 fuoricampo, 220 palline oltre alla recinzione. Bianchi è l’altro, con 288. Carelli ha sfiorato i 1000 pbc, fermato a 926 (anche da sei operazioni al ginocchio). Bianchi è l’unico sopra i 1000, con 1170. Bianchi ha scavato questi piccoli solchi solo dopo il ritiro di Carelli, ma chi conosce il vecchio gioco sa che il fatidico numero 14 di Beppe dava qualcosa di più. Era la mazza che poteva ribaltare qualsiasi partita in qualsiasi momento. Carelli ha nel palmares cinque scudetti e due Coppe Campioni con il Rimini, tutti da protagonista.
Nella mia mente, c’è un fuoricampo tra i tanti che ricordo perfettamente di Beppe Carelli, uno di quelli che non sono passati alla storia, ma che rende bene l’idea. Non saprei collocare la partita nel tempo, perchè a me è rimasto impresso solo quel momento. Diciamo che siamo nella seconda metà degli anni ’80 o forse nei primi anni ’90, quando il pubblico nelle partite di regular season cominciava a scarseggiare. Allo Stadio dei Pirati di Rimini è in scena il derby con i cugini “minori” (ma agguerritissimi) del Santarcangelo e la società apre le porte ai suoi tifosi, offre piada, vino e saraghina, incentivo che colma le tribune (e soprattutto lo storico bar) dello Stadio. Saziati gli stomaci, oltre 4000 tifosi si accorgono che la partita è al nono inning e i Bulldogs di Santarcangelo sono avanti 4-1. I tifosi santarcangiolesi sono meno numerosi, ma più rumorosi e assaporano la storica vittoria.
Le basi però si riempiono, anche il conto è pieno, e nel box c’è Beppe col suo numero 14. Ci vorrebbe il fuoricampo, il mitico grande slam, 4 punti e partita finita. Sono le tipiche fantasie del tifoso, quello che spera nel canestro da metà campo, che sotto per 0-2 a dieci minuti dalla fine spera nella tripletta del proprio centravanti. Con Carelli però non è la stessa cosa. Chi lo ha seguito per quindici anni sa che se c’è un momento in cui lui può spararla oltre il muro, il momento è questo. E infatti. La palla si perde nel cielo della notte, lo Stadio esplode, per una partita che senza piadina avrebbe visto si e nò 200 spettatori, Carelli vince la partita. Non è Rotterdam, ma la sicurezza e la facilità con cui il Beppe Nazionale ha trasformato un’illusione in realtà non è qualcosa che si può dimenticare.
Questo è Carelli. Le cifre – pure straordinarie – non possono raccontarlo.
Ma chi si immagina che Carelli abbia corso le basi braccia all’aria o saltando, pronto all’abbraccio dei compagni è fuori strada. Carelli, pur venerato dai suoi tifosi, non è tipo da scenografia. Raro vederlo alzare la voce con un arbitro, rarissimo vederlo sopra le righe per gioia o rabbia. Probabilmente tutte le emozioni venivano incanalate nella sua mazza – ai tempi in alluminio – tanto da attirarsi l’etichetta di individualista.
Carelli è anche quello che, diventato la bandiera del Rimini, prende la Statale per San Marino nel 1988 per quello che forse è il colpo di mercato più clamoroso nella storia del baseball italiano. Sul Titano stanno facendo le prove da “grande” e costruiscono una multinazionale da scudetto, che poi non supererà i quarti di finale. Carelli è il colpaccio dell’inverno. Il baseball non è sport che pubblica i libri contabili, il gossip di quei tempi raccontava di cifre da capogiro per un semplice “prestito” (30 milioni di lire? 50? 100?). Carelli è il mercenario. Quando arriva a Rimini viene accolto con freddezza dal pubblico.
E’ però solo una parentesi, perchè l’anno dopo Beppe percorre la superstrada in senso opposto e torna nella tana dei Pirati. In tempo per vincere
la Coppa Campioni a Barcellona, poi un altro scudetto nel 1992.
Carelli col 'necessaire' da hitting coachLa carriera di Beppe, in uno sport in cui i talenti come lui giocano tranquillamente oltre i 40 anni, finisce invece relativamente presto. Colpa di un ginocchio malandato, di operazioni costose che nessuno vuole sobbarcarsi per un giocatore a fine carriera, anche se con diverse decine di fuoricampo ancora nel cannone.
Il baseball italiano e riminese ha avuto tanto da Beppe, ma pare non abbia molto da offrirgli adesso. Hitting Coach di lusso, prova a fare il manager in A2 e anche all’estero, ma senza troppa fortuna. Nasce la “Hall of Fame” italiana e Beppe è uno dei primi ad entrare, ovviamente. Ma l’interesse della Federazione finisce lì, anche se ai bottoni ci sono tante vecchie conoscenze. Fraccari, arbitro internazionale e ora presidente FIBS, che seguiva la Nazionale di Carelli nelle spedizioni olimpiche. Mazzieri, manager della Nazionale che difendeva il prato esterno degli azzurri a poche decine di metri da Beppe. Per non parlare di Rimini, un ‘feeling’ difficile, logoratosi dopo l’addio al baseball giocato del mancino di Codogno. E così Carelli si allontana dal baseball, ma dopo una vita da sportivo professionista con salari da dilettante non è facile. Il campione è ufficialmente disoccupato (con tanto di certificato del Centro per l’Impiego di Rimini). Impossibile pensare che quel concentrato di potenza, esperienza e classe non serva al baseball balbettante del ventunesimo secolo.

E il Carelli freddo ed individualista rivela tutto il suo amore per il vecchio gioco. Anche con rabbia, ma soprattutto con poesia, come può constatare chiunque visiti il suo incredibile blog, nel quale quotidianamente racconta perle della storia italiana e americana del baseball, i personaggi, ma soprattutto i suoni, gli odori, i pensieri che solo chi ha giocato ai suoi livelli può cercare di descrivere. Beppe, nel suo blog, parla degli altri. Non racconta le sue valide, i suoi fuoricampo, i suoi trionfi o – perchè no – le sue delusioni attuali. Racconta le storie dei campioni degli anni ’70, le emozioni dei Rookie di oggi e di ieri. C’è persino un racconto in cui celebra il suo amico-rivale Roberto Bianchi, per l’homer che portò l’Italia alle prime olimpiadi del baseball (Los Angeles 1984), proprio dopo che lo stesso Beppe non era riuscito a vincere lui la partita. Ma non è difficile per chi lo conosce trovare un pezzo della sua storia in ogni pagina. E così non ho resistito alla tentazione di intervistarlo, a ruota libera.

Qual è l’origine dell’inscindibile binomio tra Carelli e il numero 14?
Sono appassionatissimo della civiltà dell’antico Egitto. Nella “teogonia” Egizia, Seth uccise per invidia il fratellastro Osiride smembrando il suo corpo in 14 pezzi, e li sparse in punti diversi dell’egitto affinchè non venissero piu’ trovati. In seguito, ci penso’ Iside con la sua magia a ricomporre il corpo.

Mondiale olandese, Carelli il migliore davanti a Linares. Impresa che in altri sport avrebbe riempito giornali, libri, televisioni e forse cinema. Il baseball invece ha un dimenticatoio molto efficiente…
Non dimenticherò mai quel momento. I giocatori della altre squadre si complimentarono tutti con me e i più calorosi furono proprio i cubani. Gli Olandesi mi dedicarono una pagina intera sul quotidiano “THE STAD”, che ancora conservo. Anche il giornale cubano “EL DEPORTE” sottolineò la mia impresa. Non solo, con molta signorilità e sportività, dissero anche che avrei meritato l’MVP (ndr: miglior giocatore, titolo che finì a un cubano). In Italia pochi sottolinearono il risultato, Giancarlo Mangini, Sandro Cepparulo ed Elia Pagnoni, anche sulla Gazzetta dello Sport. Poi però ci sono le note tristi… lo dico con grande amarezza. Dai miei presidenti dell’epoca – quello Federale e quello del Rimini – nemmeno una parola, giusto gli americani della squadra si complimentarono con me. Per me fu un’enorme frustrazione e l’inizio di un periodo nero, litigai con mia moglie e in seguito divorziai, con un bimbo di pochi mesi. Per me fu la svolta. Da quel momento cominciai a giocare unicamente e solo per me stesso, per le mie statistiche e i miei numeri. Non mi interessava vincere le partite, contavano solo le mie valide e i miei fuoricampo. Ne nacque un conflitto ovviamente, condito da invidie e antipatie, che dilatarono presto una ferita ormai non pià suturabile.

Nel glorioso Rimini degli anni Ottanta, tu eri già un “Pro”… nei momenti caldi la tua mazza non mancava mai, ma era rarissimo vedertiLo strepitoso “esplodere” di gioia o di rabbia contro un arbitro, anche a stadio stracolmo. Freddo e distaccato? O interiorizzavi?
I suggerimenti ricevuti, le tante partite di Major League viste in VHS mi hanno aiutato a sviluppare una buona attitudine e a controllare le emozioni. Il baseball parla in favore delle piccole cose che ti permettono di ottenere grandi risultati. Per capire questo devi stare molte ore sul campo.

Se dovessi scegliere la colonna sonora di un film sulla tua carriera, che canzoni sceglieresti?
Echoes dei Pink Floyd e Kashmere dei Led Zeppelin.

Il tuo passaggio dal Rimini al San Marino nel 1988 fu uno dei colpi di mercato più incredibili e inattesi nella storia del baseball nostrano. Qualcuno disse che lo facesti solo per soldi. Sei diventato ricco?
Assolutamente no! Non erano certo le 400 o 500 mila lire in più al mese che potevano fare la differenza… pero’ ricordo che anche giornali come la Gazzetta dello Sport parlarono di questa cessione. Perchè no, fu una buona occasione per parlare di baseball anche in off-season.
Riformulerei la domanda così… “Quanti soldi ha preso il Rimini dal mio prestito?”
Quando mi sono ritirato ero primo in tutte le graduatorie d’attacco. Anche grazie al fatto che mio padre sostenne le spese del primo intervento chirurgico al ginocchio.
I successivi, piu’ quello al gomito, li sostenni personalmente di tasca mia. Quando andavo nel tunnel di battuta,
al mattino, in inverno anche sotto la neve, per un periodo fui costretto a scavalcare il cancello, perchè un dirigente (ndr: qui c’erano un paio di aggettivi che prefriamo ‘sbianchettare’… alla faccia del distaccato Beppe!) l’aveva lucchettato. Durante le partite, mi urlava di stare più vicino al piatto mentre ero in battuta. Non mi voleva più nemmeno in campo per allenare i miei ex compagni. Le domande allora continuo a farle io: ‘Quanto mi hanno aiutato per essere stato il giocatore che sono stato? Quanta passione ho per il baseball per aver sopportato così tanto?”

Il baseball è cambiato molto (troppo?) negli ultimi 15 anni. Meno eroico, mazze di legno, i “pro” americani che guardano regolarmente ai giovani talenti italiani. Sicuramente tu avresti avuto la tua chance per un’esperienza professionistica negli States. Un rammarico? Secondo te dove potevi arrivare?
Se c’è un aspetto del baseball che è cambiato sta nel fatto che mancano i sorrisi, cioe’ quella genuina componente che ha caratterizzato la storia di questo sport fino ad assumere una vera dimensione istituzionale. Il baseball ha sempre parlato in favore delle minoranze e dei piu’ deboli (Jackie Robinson, i bambini poveri del bronx). Nel 1980, a Miami, Jim Mansilla mi disse che c’erano 5.000 dollari per me se firmavo con i Chicago Cubs. Io rifiutai perchè al tempo il mio “padre-presidente” Bruno Beneck aveva pianificato un futuro per me. In seguito una lettera infame costrinse Beneck a dare le dimissioni e tutto intorno a me crollò come un castello di sabbia, alimentando rabbia e frustrazione. Non so dove sarei arrivato in USA, forse lontano, forse no… Una cosa è certa: il baseball era dentro di me e la sua fiamma era per me desiderio, energia e stimoli. Non avrei avuto assolutamente timore di affrontare
un’esperienza americana.

Quasi tutti hanno pensato che tu abbia appeso gli spikes al chiodo troppo presto. Sei d’accordo, adesso?
Avevo subito 6 interventi chirurgici al ginocchio destro. La cartilagine se ne stava andando. Il processo è stato accelerato da diverse infiltrazioni di cortisone direttamente nel ginocchio, anche prima delle partite. Negli ultimi 2 anni, mi allenavo e giocavo nonostante il dolore all’articolazione. Il ginocchio si gonfiava spesso e quando tornavo a casa mi stendevo sul divano con la borsa del ghiaccio… e mi addormentavo.

Nonostante tutti riconoscano il tuo talento da hitting coach e la tua conoscenza del “vecchio gioco”, la tua carriera da manager non è ancora decollata. Ci hai provato anche all’estero. Qual è il problema?
Quando smisi di giocare non ci fu più interesse per me. Secondo me il mio ritiro fu accolto come una liberazione dalla dirigenza. Arrivarano a minacciarmi di mandare i carabinieri se non avessi liberato immediatamente l’appartamento che la società mi aveva dato. Fui ospite di amici per vari mesi per vivere lavoravo di notte nelle discoteche e di giorno facevo servizio di sicurezza nei camping. Poi lavorai come istruttore nella famosa palestra “Romeo Neri”, ma anche lì finì male per diatribe tra il comune di Rimini e i proprietari riguardo all’affitto… la pale
stra chiuse. Allora feci il facchino e lavorai nel settore ortofrutticolo. Per il baseball, ho fatto l’hitting coach a Riccione e i risultati furono ottimi… ma a metà anno la solita storia: ‘Soldi finiti!’.
Un paio di anni fa arrivò la comunicazione che avrei ricevuto la targa della Hall of Fame. E ancora oggi mi chiedo: ‘Ma perchè?’. E’ da tempo che chiedo di essere inserito nello staff tecnico federale e non è mai successo nulla.
Il tempo passa inesorabile e intanto è la mia signora a mandare avanti la famiglia… La madre di mio figlio Giacomo, fatto nascere prematuro con una ‘ernia diaframmatica’, operato al Sant’Orsola di Bologna con 20% di probabilità di sopravvivenza e curato con farmaci sperimentali. Una cartella clinica spessa 5 centimetri… Però Giacomo ce l’ha fatta. Mia moglie lavora e invece i lavori pesanti del dopo-baseball mi hanno ulteriormente debilitato, riducendo ancor più le mie possibilità sul mercato del lavoro. Sono andato a fare un clinic di battuta in Belgio e Cecoslovacchia per provare a trovare un ingaggio all’estero.

Per arrivare ai tuoi livelli in qualsiasi sport, uno deve dedicare al 100% gli anni della gioventù. Poi, uno sport “povero” come il baseball ti mette nella hall of fame, ma ti abbandona al mondo reale senza contratti faraonici per commentare in televisione. Se tornassi indietro, faresti scelte diverse rispetto all’impegno dedicato al baseball?
Rifarei tutto, non rinnego nulla. Certo ho commesso degli errori ma senza quelli non sarei mai stato il giocatore che sono stato. Sbagliare rappresenta un punto di partenza per un percorso in salita.

Il tuo “blog” sui miti del baseball e affini è una perla, vale oro, ma tu lo fai solo per passione. Perchè ti piace raccontare le storie degli altri, prima delle tue?
Il mio Blog, è la mia anima. Viviamo in un paese dove i valori che contano sono stati sommersi da un accanimento mediatico che anestetizza la gente e ne impoverisce i contenuti. Voglio far rivivere le prestazioni dei “grandi” del baseball”, dove il duro lavoro, i sacrifici e la devozione sono stati gli ingredienti fondamentali per il successo.
Questo successo è la vita, la rinascita, il vomere che rivolta la terra per sommergere il putridume generato dall’invidia, dall’egoismo, dalla menzogna e dalla bramosia di potere. Questo è il messaggio del baseball.

Una delle prime cose che si insegnano ai bambini che giocano all’esterno è “La palla si prende con due mani”. Tu hai sempre ignorato il precetto, ma la tua palla non cadeva mai dal guanto. Cosa aveva di magico il tuo guanto?
In questo gioco, molto tecnico, vale la frase “it doesn’t matter how you do it… just do it!!”… E’ semplice… ma non per tutti.

C’è un fuoricampo che ti è rimasto nel cuore? Un “numero uno”?
Non in particolare. Ogni homer è sempre una bella emozione. Qualcuno è stato importante e qualcuno di meno (ai fini del risultato). Per me sono tutti importanti.

Il lanciatore che hai temuto di più nella tua carriera?
Non ho mai avuto paura di nessun lanciatore, ma li ho tutti rispettati.

Eddy Orrizzi diceva che per diventare un campione di baseball devi essere matto. Tu sei matto?
Se essere matti vuol dire giocare a baseball, allora sì… sono matto!!!

C’è qualcuno che devi ringraziare per essere diventato il campione che sei?
Tutti gli americani,a partire da David Phares (1974), fino ad arrivare a Sandy Valdespino e Bob Molinaro, il mio primo vero hitting coach.

Tra i film sul baseball quale preferisci? E il tuo film preferito in generale?
Beh! L’uomo dei sogni, Cobb, The Babe, The winning Season. Mi sono piaciuti molto, puntano dritto al cuore.
“C’era una volta in America” con De Niro è bellissimo… Stargate con Kurt Russell.

Qual è il vantaggio dei mancini in battuta, se c’è? Perchè tanti tra i più grandi battitori sono mancini?
Il discorso sui mancini nello sport è stato studiato scientificamente e si sa che l’impulso ad agire passa direttamente ai muscoli. In Italia si è sempre giocato poco e i lanciatori mancini erano una rarità.
Quindi per me specialmente all’inizio di carriera affrontare un lanciatore mancino era un problema.
Nel tempo, imparando ad “aggiustarmi”, ho “limitato” gli insuccessi contro i “southpaw”. Rimane il fatto che se dovessi scegliere preferirei battere contro un pitcher destro.

Tra i giocatori italiani in attività, ce n’è uno in cui ti riconosci?
Non saprei, però ci sono buoni giocatori italiani. Il primo problema è che sono pochi, l’altro problema è che ce ne sarebbero di piu’, se si desse loro la possibilità di giocare.

Come sarà il baseball italiano tra 10 anni?
Il giornalista Piero Sansonetti ha detto in televisione: “sono terrorizzato dall’idea che il baseball possa crescere in italia!”. Mi sono sentito profondamente offeso. Come ripeto, per far crescere il baseball, ci vuole il vomere.

 

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Chi lo ha scritto

matzeyes

Nato nei favolosi anni settanta, si sente scienziato (e incredibilmente lo pagano come tale), romantico, padre sapiente, nostalgico, sognatore (ad litteram), scrittore, giornalista, teorico della cospirazione, giocatore di baseball, cittadino del mondo (più d'Europa), anticonformista, rivoluzionario di sinistra, vero cattolico. In realtà è solo un (po') coglione, ma almeno è anche lui un fondatore de l'Undici.

10 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Gus

    Io c’ero Bebbe in uno dei piu’ grandi tuoi gesti tecnici il grande slam contro di Noi I Bulldogs di Santarcangelo che stavano battendo i Pirati allo stadio di Rimini 4-1 e tu con quella battuta ci hai portato via una grande vittoria, ma lo sport è così, amaro a volte, ma siamo tutti orgogliosi di aver vissuto quelle emozioni, per questo sport che a volte dimentica chi gli ha dato tanto…un abbraccio!!!

    Rispondi
  2. Giovanni

    Ho iniziato a seguire il baseball nel 1983.
    Che squadra la Papa’ Barzetti Rimini!
    Tanti fuoriclasse, ma ricordo in particolare Beppe Carelli #14 e Tommy Martinez #18.
    Mi piacerebbe rivederti ancora su un campo da baseball, Beppe. Senz’altro come tecnico potresti essere utile a tanti giovani.

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  3. franco cremonesi

    Con il mio lavoro andavo a dormire alle 4 del mattino e alle 7 partenza per Bologna,Parma ecc per andare a vedere “Peppo”(cosi’ e’ chiamato a Codogno)la mazza del mondiale in Olanda e’ ancora appesa nella mia camera!Ciao grande “Peppo”

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  4. leoscki

    E’ stato un onore giocare assieme a te Beppe sia in nazionale checonn imeravigliosi Pirati …la perfezione in battuta e la professionalità a tutto tondo. Non scendo nella polemica del dopo carriera agonistica….troppa mediocrità in questo baseball italico per innamorati del gioco come il sottoscritto e il grande Peppone……ciao dal tuo esterno centro preferito.

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  5. Filippo Fantasia

    Ottimo pezzo collega! L’ho visto giocare e l’ho ammirato per la grinta, la serietà e l’impegno… ho scritto di lui, con orgoglio, mai una parola sopra le righe, sempre sobrio e disponibile, ma pronto al sorriso. Un campione vero, d’altri tempi, ma soprattutto un uomo coraggioso che meriterebbe molto ma molto di più da questo sport che tanto gli ha preso ma poco gli ha dato. Beppe, faccio il tifo per te. Un caro saluto, Filippo

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  6. daniele leonardi

    Ho avuto beppe come avversario,e me ne vanto perchè adesso non esiste più nessuno come lui, un Italiano vero!!! daniele leonardi

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  7. giobello

    ho avuto beppe come hitting coach per due stagioni…ne sa a pacchi!! dovrebbe fare lui le telecronache delle partite al posto di quei due morti che manda la federazione

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  8. rashmani

    Beppe,

    come giocatore amatoriale e spettatore di innumerevoli partite alla Casa dei Pirati, è un onore per me!

    rashmani

    Rispondi
  9. beppe

    Grazie Mario e grazie a tutto lo staff del sito
    per la pubblicazione.Farò girare e credo che ci saranno un po’ di visite
    thanks again…and…keep rockin’
    beppe

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