BdC: Buco di Culo

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La parola inglese “happiness” (felicità) deriva da “to happen” (accadere, capitare). La medesima origine etimologica è racchiusa nella parola tedesca “glück” che significa sia felicità che fortuna.

Anche nella Grecia antica la felicità classica era la “eudaimonia”, un concetto legato alla “buona sorte”, a un “buon demone”, a qualcosa cioè di aleatorio, indipendente dalla nostra volontà e dai nostri sforzi. Una felicità portata dal vento. E che lo stesso vento può riportare via.

 

Primo Levi sosteneva che a salvarlo da Auschwitz fosse stata la fortuna, dato che era giunto nel campo di sterminio proprio quando i nazisti decisero che era conveniente prolungare la vita dei prigionieri per servirsene come schiavi. Sulla scia di quell’esperienza, lo scrittore torinese valorizzava un modello di vita che, al contrario di quelli illuministici alla base della nostra cultura moderna, desse peso al caso e alla fortuna sfacciata, ossia cieca, governata cioè solamente dalla casualità.

 

Secoli di cultura deterministica (e capitalistica) ci conducono invece a considerare la felicità come il diretto risultato di un paziente lavoro: un obiettivo che si persegue giorno dopo giorno e che richiede tempo e fatica. La felicità si può cioè ottenere anche contro la sorte e il suo raggiungimento dipende dalle nostre virtù e dalla nostra capacità ed umana volontà di perseguirla. Non tanto gli dei, non tanto il fato, quanto noi uomini siamo gli artefici della nostra felicità.

 

Eppure il sapore di quella felicità che arriva all’improvviso, senza farsi annunciare, senza ragione, come un raggio di sole tra le nuvole, è il più dolce e meraviglioso che ci sia. Guardiamoci in faccia: guadagnare un milione di Euro con il nostro lavoro è una grande soddisfazione, ma vincerli al Superenalotto è molto, ma molto più bello! La felicità al di là e a prescindere dei nostri meriti e della logica è la più pura e meravigliosa che possa esistere. Quando la sorte cieca ed ingiusta ci bacia e ci regala un sogno o anche solo un immotivato buon umore, siamo più felici che mai, proprio perché sappiamo che questo stato di benessere è fuggevole e sfuggente, slegato dalle regole, iniquo e indipendente dal nostro affannarsi. Cosa c’è di meglio dell’”ingiustizia” quando da essa siamo premiati?

 

Perché siamo così attratti dai giuochi d’azzardo? Perché il giuoco del football è così affascinante e popolare? Perché è ingiusto, perché capita che premi chi non lo merita, perché non sempre segue una logica, perché l’alea e la sorte hanno un peso spesso decisivo.
Una volta, prima di una partita, dissero a Nereo Rocco, storico allenatore di calcio: “Speriamo che vinca il migliore!” e lui replicò: “Speriamo di no!”, sottintendendo che egli era cosciente di non allenare la squadra migliore, ma che era altrettanto consapevole che il giuoco del football consente a chi migliore non è di vincere e sopravanzare chi invece lo è.

 

I tifosi della squadra che perde 1-0 dopo aver attaccato ottantanove minuti saranno furiosi al termine della gara…ma quanto saranno felici quelli della squadra che ha fatto un solo tiro in porta e ha poi badato solo a difendersi??!?! Al contrario di tanti altri sport dove quasi sempre vince il migliore, il football è concepito e strutturato in modo diverso: la fallibilità dell’arbitro, il tempo che scorre (senza essere fermato quando la palla esce), la rarità dell’evento determinante le sorti della gara (il goal) sono tutte componenti aleatorie che rendono questo sport fondamentalmente ingiusto e quindi bellissimo e affascinante.

 

Per questo, un attaccante che segna un goal, magari ad un Mondiale, magari di ginocchio, magari di rimbalzo, esulterà come un forsennato, perché in qualche modo saprà che la fama e le attenzioni (e i soldi) che pioveranno su di lui saranno in larga parte ingiuste e sproporzionate rispetto ai propri meriti. E’ gioia pura, frutto in buona parte del caso, una felicità solo in parte costruita grazie al nostro lavoro e ai nostri sforzi. Così, proprio come l’attaccante “immeritevole”, anche noi, quando i casi della vita e la fortuna sfacciata e cieca ci donano immotivata e imprevista gioia e spensieratezza, dobbiamo benedire e santificare questi momenti. E allo stesso tempo, non affliggerci quando la sorte pare averci voltato le spalle, esattamente come deve fare un attaccante “quando la palla non vuole entrare”. Prima o poi la palla entrerà e il fato tornerà a sorriderci.

 

Invece, nonostante questo e nonostante l’evidenza che molti aspetti del mondo e della nostra vita sono irrazionali e contraddittori – come detto – la società in cui viviamo è fortemente poggiata su di un concetto di felicità figlio del nostro lavoro e della nostra capacità di cambiare la sorte. Consideriamo poco importante l’”altra” felicità, quella che, senza merito, ci fa anche solo svegliare di buon umore. Il nostro mondo è razionale e deterministico: tutto può e deve essere controllato e controllabile. Anche la felicità. Anche, tornando all’esempio, il football, che proviamo – senza riuscirci – a ridurre ad un fenomeno scientificamente prevedibile.

 

La razionale convinzione che la felicità e la tristezza siano figlie della nostra applicazione ha però anche un altro risvolto: se quando siamo felici, il merito è nostro, ciò significa che se siamo tristi è colpa nostra. La felicità diventa perciò un dovere sociale e l’infelicità una colpa e una vergogna sociale. Perché tutto dipende da noi e dalle nostre capacità, mentre “nulla è lasciato al caso” e nulla è legato ad un – almeno parzialmente – procedere casuale del mondo.

 

Il fatto è che è sotto gli occhi di tutti quanto l’attuale società in cui viviamo sia divenuta bloccata, fossilizzata, statica: le condizioni socio-economiche rendono difficilissimo un riscatto, un avanzamento sociale o anche una generica crescita che dovrebbe condurci alla felicità. Cambiare lo status quo (individuale o collettivo) con il lavoro, con lo studio, con la politica o con il sacrificio appare ai più un obiettivo irrealizzabile e irraggiungibile, che si vede solo nelle pubblicità, ma che è invece al di là delle possibilità dei comuni mortali, precari e consumatori.

E allora per scardinare questa situazione, per “svoltare”, ciò che ci vuole non è tanto lo studio e il lavoro, bensì la fortuna, non intesa come il fato che, senza logica, ci premia e ci rende felici, quanto piuttosto il BdC: il Buco del Culo. Ci si affida cioè al culo, nella forma di lotterie, superenalotto, scommesse on-line, ecc. O anche si va a provare un esame universitario semplicemente sperando che il professore chieda proprio l’unico argomento che conosco; e se va male, poco importa, riproverò. Meglio così che studiare. In altre parole si cerca la fortuna, si scommette sulla fortuna, che invece – per quanto detto sopra – è cieca e illogica e quindi non può essere cercata, ma solo aspettata.

 

Aderendo – volenti o nolenti – ad un modello di vita che consegna le chiavi della felicità esclusivamente alle nostre umane, logiche capacità ed esclude invece il peso del caso, quando ci pare di non essere in grado di cambiare la nostra sorte, quando ci sentiamo tristi, depressi e bloccati, invece di “lasciar correre”, provando ad armonizzarsi con il fluire del mondo e aspettare che arrivi qualche “buon demone” a liberarci di alcuni problemi, ci affidiamo illogicamente alla vana ricerca del buco di culo…

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. Gigi

    la sostanza si lega a quanto si dice in “Sindrome da spettatori”: visto che con le mie forze e il mio impegno non sarò in grado di raggiungere ciò che mi renderà felice tanto vale che non faccia niente e aspetti semplicemente una botta di culo. oppure, come suggerisce il nostro presidente del consiglio, spero che il mio sorriso (o meglio il mio culo) mi consenta di conquistare un milionario così sono a posto tutta la vita.
    “e bus de cul l’è la figa de futur”

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